Tra due mesi si voterà per le Europee e la tornata elettorale all’orizzonte si è ormai trasformata in Italia (e non solo) in uno scontro di vedute tra chi andrà ai seggi da europeista convinto, per arginare l’avanzata populista-sovranista, e chi invece in cabina vorrà detronizzare l’egemonica claque di frau Markel e le politiche imperialiste che hanno relegato l’Italia ai margini dei processi decisionali dell’Unione Europea. Sguazzando nell’innegabile pochezza dell’informazione italiana, si cerca di indirizzare il vento del consenso da una parte o dall’altra, nel tentativo intanto di convincere gli italiani che ne valga davvero la pena andare a votare.

La pantomima di Verhofstadt. E indubbiamente qualche riflessione l’avrà stimolata sicuramente tale Guy Verhofstadt, leader belga dei liberali dell’Alde, intervenuto ieri all’Europarlamento per attaccare il Governo italiano e che ha anche detto cose per tanti versi veritiere e condivisibili. Peccato, tuttavia, per un piccolissimo particolare: a che titolo un fiammingo di Dendermonde parla in quella sede dell’Italia e fa la morale in casa altrui? Verhofstadt ha parlato (indisturbato) per 8 minuti, mettendo in scena la sua pantomima in lingua italiana per rendere in modo ancor più chiaro e diretto il senso della sua arringa. Ha esordito professandosi “un innamorato dell’Italia”, definendola “un’intera civiltà europea, con artisti, scrittori e intellettuali che per secoli hanno visitato almeno una volta l’Italia nella loro vita, come Goethe”.

Zitti e mosca. L’intervento di questo ennesimo fustigatore del Bel Paese si è fatto ben presto assai più ruvido nei toni e nei contenuti, assumendo le sembianze del perfetto manifesto dell’europeismo di comodo di quelli che hanno fatto il bello e il cattivo tempo in Europa lasciando oneri, guai e briciole all’Italia. Per la serie: zitti e mosca, l’Europa siamo noi e fareste meglio ad allinearvi. E non a caso Verhofstadt si è premurato pure a chiedere che venga tolta al più presto la procedura del voto in aula all’unanimità: perché tanto chi se ne frega se quelli come l’Italia hanno altre posizioni, è il solito cerchio magico che deve  continuare a decidere. Insomma, si può essere con o contro l’attuale Governo italiano, non è un mistero quale sia il ruolo effettivo e il peso politico relativo di Giuseppe Conte ne litigioso Esecutivo gialloverde, ma non è ammissibile un eurodeputato belga possa permettersi la licenza di definire “ridicolo” e “burattino” un’alta carica dello Stato italiano, mancando di rispetto al Presidente del Consiglio di un altro Stato.

Arringa fuoricampo. Verhofstadt ha sfogato la sua ira fuoricampo contro il M5S e la Lega, con una sequenza di duri rimbrotti sulle politiche economica del Governo italiane, bordate a Di Maio e Salvini sugli ammiccamenti grillini ai gilet gialli francesi e sulla linea italiana nel caso Venezuela, per poi fare il finto tonto (ovviamente) sull’emergenza migranti, contestando a Salvini di “voler bloccare la creazione di un vero confine europeo, di una vera guardia costiera europea”, ben sapendo – lui che è al Parlamento europeo dal 2009 – che da anni e ancora oggi l’Europa se n’è fregata altamente dei flussi di migranti scaricandoli tutti sull’Italia. Ci sarebbe tanto da dire e la colpa è stata della politica italiana, rea di aver subito passivamente lo spartito di frau Merkel e di aver permesso alla cancelleria tedesca e ai suoi soldatini-alleati di corte (come il novello moralista Macron di turno) di esondare, fare e disfare la qualsiasi cosa su tanti fronti, senza opporre resistenza.

Illustri compatrioti. Poi il gran finale di Verhofstadt, che ha regalato forse la vera perla in assoluto del suo intervento richiamando l’attenzione su “illustri compatrioti italiani” ai quali ispirarsi e ha così citato Artiero Spinelli, Carlo Azeglio Ciampi, Mario Draghi e Emma Bonino, tutte figure degne di assoluta considerazione. Ma Verhofstadt soprattutto ha fatto il nome di Giorgio Napolitano, definito tra i mugugni dell’assemblea “un grande europeo con grande idee”, e addirittura ritenuto come uno di quelli che hanno fatto “la grandezza dell’Italia e il suo grande ruolo in Europa”.

Quale grandezza? Verhofstadt loda Napolitano e c’è da capire se abbia provato a fare il furbo o se, nonostante la sua preparazione sui fatti italiani, qui abbia peccato di ignoranza. Il leader di Alde farebbe bene ad informarsi perché l’emerito Napolitano da tanti italiani e sicuramente dalla gran parte dei meridionali verrà ricordato come uno dei peggiori presidenti nella storia della Repubblica italiana. Non può essere considerato un modello positivo un Capo di Stato che non ha brillato per equilibrio istituzionale ed imparzialità dovuta al ruolo, e ha defenestrato governi eletti dal popolo consegnando le chiavi del Paese ai tecnici-vampiri delle tasse, Mario Monti con la Troika in cabina di regia. E’ lo stesso presidente emerito che nel 2013, dopo la rielezione al Quirinale ha voluto la distruzione delle intercettazioni del Colle con l’ex ministro Nicola Mancino, registrate nell’ambito dell’inchiesta sulla trattativa Stato-Mafia.

L’eccidio cancellato. Giorgio Napolitano è il patriota che, da Presidente della Repubblica, il 17 marzo 2011, data delle celebrazioni dell’Unità d’Italia, andò al Pantheon a rendere omaggio alla salma di Vittorio Emanuele II, inginocchiandosi davanti alla tomba del monarca che fu il mandante degli eccidi delle Due Sicilie. Napolitano è il patriota che ha cancellato dalla storia i morti delle Due Sicilie, senza mai voler chiedere scusa per quel genocidio (gesto, quello sì, che ne avrebbe rivalutato il suo percorso politico e morale). Nessuna parola e nemmeno una riga (sin qui purtroppo sta facendo lo stesso Sergio Mattarella) per ricordare decine di migliaia di meridionali deportati tra il 1860 e il 1861 all’interno del lager di Fenestrelle, fortezza sabauda a 2 mila metri d’altezza in Piemonte, e in altri campi di concentramento a San Maurizio Canavese, Alessandria, Milano, Genova, Bergamo, Bologna, Ascoli Piceno, Livorno, Ancora, Rimini, Fano, e nelle isole dell’arcipelago toscano e della Sardegna. Meridionali sciolti nella calce viva, stuprati, trucidati e fatti morire come poi 80 anni dopo avvenne ad Auschwitz e Dachau nelle camere a gas che uccisero milioni di ebrei.

Aveva ragione Goethe. L’orrore dei campi di concentramento a Fenestrelle, l’altra faccia del brigantaggio, la repressione di italiani fatti prigionieri, fucilati e squartati da altri italiani: una strage cancellata dai libri di storia solo perché la storia si sa che la scrivono i vincitori. E allora la doppia morale è meglio metterla da parte, l’europeismo sul quale puntare per raddrizzare la barca del Vecchio Continente è lontano anni luce da quello decantato da Verhofstadt che si ispira a chi ha scritto pagine buie dell’Italia. Aveva proprio ragione Johann Wolfgang von Goethe: “Dove c’è molta luce, c’è anche molta ombra”.

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