il crollo del Ponte Morandi

Almeno 38 morti accertati e 630 sfollati, 3 bambini rimasti uccisi e decine di dispersi: bastano questi numeri per rendere il senso della tragedia di Genova. Bastano e avanzano per dare l’enorme portata di un brutta storia, quella del Ponte Morandi, immane catastrofe di cui tutti in queste ore stanno scrivendo e sviscerando i vari aspetti.

La magistratura ha avviato un’inchiesta per disastro colposo e omicidio plurimo colposo a carico di ignoti. La sensazione è che, come sempre accade in questi casi, qualcuno sarà destinatario di avviso di garanzia, qualcuno finirà sotto processo e ci si avvierà verso una lunga querelle nelle aule di tribunale. Ma l’iter giudiziario con molta probabilità non riuscirà ad ingliggere a nessuno un solo giorno di carcere per un crollo che si poteva e si doveva evitare. Oltre le polemiche, le carte bollate e l’indignazione di questi momenti, cosa rimarrà? L’assurda fine delle vittime del Ponte Morandi, che non avranno giustizia: vite spezzate che nessuna sentenza potrà restituire ai loro familiari.

Gli esperti (e i presunti tali) già si dividono, qualcuno se la sta prendendo con il progettista e altri con l’assenza di manutenzione. La verità sta nel mezzo. A quanto pare il progetto non teneva conto di qualche elemento fondamentale: in primis il degrado del materiale. Nel clima ottimista degli anni Sessanta, del boom economico, tutto sembrava allegro e possibile per la tecnologia e la creatività italiana. Così nacque il Ponte Morandi di Genova: bello, ardito, ma minato dentro, bisognoso di continua e costosa manutenzione. Fino al disastro di oggi.

Le discussioni su cemento armato e calcestruzzo le lasciamo a chi se ne intende ma non è difficile rendersi conto che anche ad occhio nudo, ad un semplice impatto visivo quel ponte realizzato mezzo secolo fa dava un senso palese e inquietante di fragilità. Appare evidente che non fosse stato realizzato guardando in prospettiva all’aumento progressivo e poi esponenziale dei flussi di traffico in transito che sino a qualche giorno fa vedevano transitare da lì mezzi pesanti con un carico di materiali insostenibile. Una pressione bestiale, determinante per deformare i materiali e indebolire la tenuta della struttura.

Il vero problema sul quale, però, una riflessione va fatta è quello della manutenzione. E’ un’analisi che non può limitarsi alla commemorazione delle tragedie con qualche parola di cordoglio. Il solo modo per onorare quelle vittime innocenti di Genova, è la capacità che le autorità e gli enti preposti avranno di mettere in campo uno scatto di onestà intellettuale e operatività vera prima di dover piangere altri morti e ulteriori tragedie. Tutto il resto conta zero.

Fare uno screening di altre strutture a rischio è una cosa che andrebbe fatta non chissà quando ma già domani mattina e senza i soliti lacci di iter procedurali che diventano un inconcludente rimpallo tra enti e uffici. In Italia latita la cultura della mobilitazione nazionale, in termini di interventi sul territorio, al cospetto delle grandi emergenze e l’unica forma di iniziativa che si concretizza è l’immancabile solidarietà degli italiani, con raccolte fondi e donazioni. In Giappone ricostruiscono un’autostrada in 6 giorni, qui trascorrerà chissà quanto per rifare il Ponte di Genova, e per verificare lo stato di altre costruzioni a rischio ci si perde nella trafila interminabile del nulla cosmico.

La sola verità indiscutibile al momento è che le vittime del Ponte Morandi sono vite innocenti spezzate dalla strafottenza spietata di un’Italia che si sta lentamente autodistruggendo nella sua ingiustificabile e perpetua negligenza.

E’ l’Italia che si è consegnata a una classe di politici e responsabili di enti pubblici e privati per lo più ascrivibili ad una dimensione complessiva di inutilità generale conclamata, figure che da decenni non riescono a produrre riforme legislative e strutturali per fare l’interesse collettivo e dare risposte alla gente. Capitolo a parte, ovviamente, è quello dei furbi e delle piccole e grandi truffe, al cui riguardo non basterebbe una collana di enciclopedie.

E’ l’Italia che a uno stato di cose non ha più nemmeno la capacità di opporsi come in un tempo trascorso in cui almeno si indignava con la protesta nelle piazze, mentre adesso è l’era del clicca e fuggi sui social, lo sfogatoio virtuale di pensieri e riflessioni, emozioni e talvolta frustrazioni in libertà.

Ma poi la cura e delle manutenzione delle strutture pubbliche dov’è? Non c’è. Nessuno l’ha vista e non si sa bene cosa sia in Italia questa parola. Stipendi da favoli elargiti con soldi pubblici ad (in)utili idioti pagati profumatamente per non vigilare su nulla, o peggio ancora – come nel caso del Ponte Morandi – privatizzazioni di servizi pubblici che anziché migliorare le situazioni le aggravano con la tacita connivenza della politica che spiana la strada a gestioni farlocche delle strade. Speculazioni spesso milionarie che lo Stato non punisce come dovrebbe – cioè con intransigenza assoluta – e che, di riflesso, incoraggiano il reiterarsi di frequenti dinamiche di illegalità.

Nell’Italia di oggi si preferisce far proseguire la farsa delinquenziale delle gare a ribasso, aggiudicate ad imprese che poi utilizzano materiali scadenti e se ne fregano altamente dei danni (e dei morti) che alla lunga determineranno.

Ci si limita ad attendere in modo passivo il ripetersi di queste tragedie e i morti di turno, ed è soltanto nell’immediatezza di questi fatti che ci si ricorda come da Nord a Sud esiste un lunghissimo elenco di opere costruite senza alcun criterio, fatiscenti e a rischio crollo in qualsiasi istante. Opere che andrebbero rase al suolo, buttate giù prima che uccidano qualche malcapitato come avvenuto a Genova. Però in concreto cosa si fa per porre rimedio? Al momento niente, chiacchiere in tv e sui social, dichiarazioni di circostanza. Addirittura c’è chi ha governato per anni e non ha mai fatto nulla per cambiare le cose eppure oggi si sbraccia per urlare il rimpallo di colpe e per dare vita alle solite risse e inutili polemiche tipiche dell’Italia fanfarona 2.0.

“I costi di manutenzione sono altissimi”: è la storiella ipocrita dei conti pubblici, apoteosi delle fesserie colossali dietro la quale ci si nasconde per non voler fare le cose, per non andare a controllare, per non assumersi la responsabilità di trovare risorse che servono a salvare delle vite umane. Qui si parla di prevenire sul serio nuovi disastri. Lo si è compreso oppure no?

E’ il paradosso di un’Italia che spettacolarizza il dramma senza impegnarsi per impedire il successivo, un Paese dove per assurdo si preferisce far morire famiglie intere e bambini mentre da tempo immemore quelli che hanno il potere nascondono la testa sotto la sabbia del fatalismo e nella vuota retorica dell’immobilismo, elementi cardini della deleteria burocrazia del nulla. E’ la parabola di un’Italia che non ha la voglia di ricominciare e la capacità di buttare giù, una volta per tutte, il marcio che c’è da più parti – quello dei ponti pericolanti e delle strade a rischio frana – per provare a ricostruire tutto come avvenne nel dopo-guerra. Allora c’era un Paese che non aveva un soldo bucato e versava in condizioni pietose: ma c’era una generazione di persone sospinte da nobili valori e un’indomita caparbietà, che si rimboccarono le maniche e furono capaci di ripartire dalle macerie, dando vita ad un miracolo umano di buona volontà.

Il crollo del Ponte Morandi è più di un semplice bivio. Può essere l’ennesimo dramma che non insegnerà nulla e che al crepuscolo delle lacrime non cambierà il corso delle cose, un’altra amara parentesi di indignazione che si esaurirà nel breve volgere di qualche settimana. O magari potrà invece essere l’occasione per comprendere che con questa strafottenza dilagante non si va più da nessuna parte e alle future generazioni stiamo consegnando l’eredità vigliacca di un’Italia che cade a pezzi.

Realisticamente tutto fa pensare che anche stavolta, appena si spegneranno i riflettori della spettacolarizzazione mediatica del dramma, prevarrà la prima ipotesi e pure stavolta l’indignazione collettiva si esaurirà in fretta mentre la manutenzione resterà una parola sconosciuta. Una triste folata di vento gelido nel cielo cupo dell’estate della solita Italia, oggi addolorata e domani di nuovo strafottente.

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