sigilli al casinò di Campione

“Vogliamo il nostro casinò”, “Il casinò a Taormina non serve più a niente”, “La riapertura del casinò darebbe nuovo impulso all’economia di Taormina”, “Il casinò ormai non ha più senso a Taormina e non porterebbe nulla all’economia del posto”: mentre a Taormina, tra esperti vari (o presunti tali) si consuma ciclicamente il solito dibattito all’insegna del “tutto e il contrario di tutto”, tra chi sogna la riapertura della casa da gioco e chi si è rassegnato a non crederci più, si consuma intanto il “de profundis” ufficiale di un altro casinò: quello di Campione d’Italia.

Il Casinò di Campione, chiuso infatti dallo scorso 27 luglio, per effetto del fallimento annunciato dal Tribunale di Como, è game over e rischia di finire rapidamente nel degrado anche il complesso che per tanti anni ne è stato sede. La struttura infatti è sigillata e vi accedono soltanto i commissari liquidatori che il Tribunale fallimentare lariano ha incarico dell’inventario dei beni mobili. Ad accrescere è invece la preoccupazione dei lavoratori per il progressivo stato di degrado degli impianti del Casinò.

i dipendenti si stanno organizzando in una cooperativa ma la questione dell’agognata riapertura è un gioco che passa soltanto dai miracoli della politica, gli stessi miracoli diabolici e controversi che all’esatto opposto hanno, a suo tempo, determinato la discutibile chiusura della casa da gioco di Taormina lasciando aperte le altre presenti in Italia (e tutte dislocate nel Nord della Penisola). I numeri dicono che segna +10,9% l’ultimo dato sulla disoccupazione e forse ci sono dentro anche i 500 del Casinò di Campione d’Italia. Da venerdì 27 luglio sono senza lavoro. Sono in presidio permanente e hanno anche manifestato davanti al Pirellone.

Sull’enclave in provincia di Como, con un piede in Svizzera – come evidenziato dal Corriere della Sera – è arrivata la pietra tombale. No a qualsiasi ipotesi di riapertura. “Quest’edificio sprangato sembra già una cattedrale nel deserto – ripetono i cittadini -. Per la comunità, è la fine. Su 2000 abitanti, 500 famiglie lavoravano al Casinò. E non parliamo dell’indotto che comprende il personale-appalti per la gestione. Nonché dei vari esercizi commerciali in zona: coiffeur, negozi, bar…che sono deserti. Molti hanno già chiuso. Molta gente, poi, ha fatto le valigie. Per l’Italia. Lì, la vita costa meno”.

I curatori nominati dal tribunale dopo il fallimento chiesto lo scorso 15 gennaio, erano stati subito pessimisti: con le leggi vigenti (un intreccio infinito di convenzioni), l’esercizio provvisorio del casinò era impossibile. Perché è la società che lo aveva in gestione a essere fallita. E con le norme in corso, è impossibile venderlo a chiunque altro. C’è un buco è di oltre 18 mln di euro. E il municipio che dipende dai trasferimenti della casa da gioco, è in totale dissesto. Da 6 mesi, i dipendenti sono senza stipendio. A maggio, la scuola dell’infanzia ha chiuso i cancelli: i docenti si sono dimessi. “Per la città, la situazione è gravissima – nota il sindaco Roberto Salmoiraghi -. Il governo centrale deve intervenire con urgenza. Contiamo sul ministro dell’Interno e su quello dell’Economia”.

Le prossime settimane diranno se la politica italiana lascerà chiuso il Casinò di Campione come avvenne per Taormina (differenti dinamiche ma stesso epilogo) o se, invece (cosa assai probabile e non soltanto per il dramma – che merita certamente solidarietà – dei lavoratori) presto o tardi i poteri forti lo resusciteranno.

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