Italia in ritardo nei protocolli della cardiologia interventistica

L’Italia non è ancora allineata completamente agli standard europei e si stima che per quanto riguarda la Cardiologia interventistica, 1 milione di pazienti non abbia ancora accesso alle procedure ‘senza cicatrici’, le cosiddette tecniche interventistiche percutanee mini-invasive. Nonostante evidenze scientifiche dimostrino che sono sicure ed efficaci, ancora un terzo dei pazienti non vi hanno accesso, per mancata applicazione delle raccomandazioni internazionali con significative disparità territoriali legate alla frammentazione a livello regionale del Servizio sanitario nazionale.

Se ne è discusso a “Think Heart with GISE”, organizzato dalla Società Italiana di Cardiologia Interventistica. Sono 4 le procedure chiave tra le quali è presente un enorme divario: l’impianto transcatetere della valvola aortica (Tavi), la riparazione della valvola mitrale con la tecnica percutanea, la chiusura dell’auricola sinistra, la valutazione della riserva frazionale di flusso. Per quanto riguarda la Tavi, secondo i dati emerge come questo approccio, con cui sono stati trattati circa 5 mila pazienti, abbia una diffusione più rallentata rispetto ad altri paesi europei (75 impianti per milioni di abitanti vs 180 in Francia/Germania), con una maggiore penetrazione soprattutto al Nord. Mentre per quanto riguarda la riparazione transcatetere della valvola mitralica, fino ad oggi hanno potuto beneficiarne più di 4.500 pazienti di cui circa 900 nel 2017, dato molto basso rispetto ad altri paesi europei. Per la chiusura dell’auricola sinistra, importantissima perché nei pazienti con fibrillazione atriale non valvolare potrebbe prevenire il rischio di ictus, nel 2017 sono state eseguite 746 procedure , 5,2 volte meno rispetto ad esempio alla Germania.

“L’Italia può vantare grande esperienza nella Cardiologia interventistica, che si può definire di eccellenza – afferma Giuseppe Tarantini, Presidente Gise – è ancora necessario lavorare per favorire un accesso più allargato alle metodiche mini invasive che al momento sono ancora sottoutilizzate rispetto alla media degli altri paesi europei”.

In Italia si effettuano ogni anno circa 350.196 procedure diagnostiche tra cui coronografie, angiografie periferiche, cateterismo cardiaco destro e sinistro; 156.055 angioplastiche coronariche(di cui 36.876 in corso di infarto acuto); 16.569 angioplastiche periferiche; 2.092 valvoplastiche; 1.070 riparazioni percutanee di insufficienza valvolare mitralica; 3.848 chiusure percutanee di difetti cardiaci congeniti. Questi i dati sulla cardiologia interventistica diffusi oggi in occasione di “Think Heart with GISE”, appuntamento annuale organizzato dalla Società Italiana di Cardiologia Interventistica.

Sono oltre 270 i centri di emodinamica presenti su tutto il territorio nazionale – e’ emerso ancora- che permettono oggi di trattare pazienti con molteplici patologie cardiovascolari ed elevato rischio (si tratta di pazienti per lo più anziani, 32% donne, 20% diabetici) 19% dei laboratori interventistici ha una sala ibrida on-site per il trattamento di patologie strutturali complesse come per esempio l’impianto valvolare aortico per via transcatetere (Tavi), la terapia percutanea mitralica e il trattamento percutaneo di insufficienza tricuspidale e il 40% ha la cardiochirurgia on site.

“Si tratta di dati reali significativi, molto buoni, che indicano una crescita costante” evidenzia Battistina Castiglioni, componente del direttivo Gise, che sottolinea anche come siano state “superate e raggiunte le 600 angioplastiche primarie per milione, che è il limite, lo standard di qualità che viene definito dalle società europee e aumentato in maniera costante le coronarografie, il numero delle angioplastiche complessive e nettamente il numero delle procedure Tavi”.

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