Lo scippo di Taormina e l’intoccabile St Vincent: il giallo del delitto Caccia

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    Dal lontano 1965, nel profondo Sud c’è un casinò che è stato chiuso e mai più riaperto: è la casa di gioco di Taormina, dapprima fermata per una questione normativa di licenza e poi definitivamente stoppata negli anni successivi perché secondo lo Stato italiano, ripristinare il casinò a Taormina significherebbe esporre il territorio al rischio di fenomeni come “il gioco d’azzardo” o il “riciclaggio” o peggio ancora perché in grado di attirare le mire della criminalità. Un luogo comune di comodo, false motivazioni “figlie” di presumibili trame lobbistiche di palazzo, una strategia basata su stereotipi costruiti ad arte per non disturbare lo strapotere economico del Nord Italia in un intrigo di potere che da mezzo secolo offende l’intelligenza di Taormina e dei taorminesi. Uno scippo mai sanato che stride impietosamente con la realtà della Taormina che lo scorso anno ha dato al mondo intero una lezione di sicurezza in occasione del G7.

    La storia dello “scippo di Taormina” si ribalta impietosamente perché in tutto questo tempo sono rimasti aperti altri quattro casinò in Italia, tutti al Nord, ed è lì che la criminalità ha concentrato i suoi avvolgenti e spietati tentacoli. Proprio nel Settentrione italiano si dipanano zone d’ombra a dir poco intricate. Mentre lo Stato alzava un muro invalicabile contro il casinò di Taormina – luogo sicuro e meta turistica internazionale che avrebbe potuto portare via alle altre case da gioco una parte della clientela e delle relative risorse economiche – il crimine organizzato già negli Anni Ottanta si è radicato a Torino  con omicidi, gioco d’azzardo, traffico di stupefacenti e usura. Quella stessa zona grigia nelle scorse ore è tornata prepotentemente d’attualità in occasione di una conferenza promossa da “Libera” a Saint-Vincent, a trentacinque anni dall’omicidio di Bruno Caccia, già Procuratore della Repubblica ad Aosta e Torino.

    La figlia di Caccia, Paola e l’ex Procuratore di Torino, Giancarlo Caselli, protagonista con lui di tante battaglie giudiziarie, hanno ricordato la drammatica fine di un magistrato che aveva dichiarato guerra al crimine e prima della sua morte stava indagando sul Casinò di St Vincent. Per la morte di Bruno Caccia, uomo stimato e rispettato, il Procuratore della Repubblica di Torino assassinato il 26 giugno 1983 mentre portava a passeggio il suo cane, due persone sono state condannate all’ergastolo. E’ una vicenda che – come riporta il portale Aosta Sera.it – si è consegnata definitivamente al sinistro repertorio della ‘Ndrangheta. Ma sulla morte del magistrato cui oggi è intitolato, tra l’altro, il Tribunale di Torino, la famiglia non è convinta “delle motivazioni” emerse dai processi per quel delitto.

    A dirlo, parlando nelle scorse ore a Saint-Vincent, è stata la figlia del giudice, Paola. “Un mese prima di morire – ha spiegato la donna – mio padre aveva fatto perquisire il Casinò di St Vincent, per capire se c’era del riciclaggio di somme importanti. In tasca a ‘ndranghetisti hanno trovato assegni che sembra fossero stati usati per ‘ripulire’ del denaro”. Caccia, ha aggiunto la figlia, dal 17 maggio dell’anno in cui è stato ucciso “stava facendo quello” e, “rispondendo a una domanda di mio fratello, con cui non parlava mai del suo lavoro, ha detto che stava per succedere qualcosa di grosso”, ma “non è accaduto”.

    Per la famiglia – riporta Aosta Sera -, “è una pista e non è stata presa abbastanza in considerazione nel secondo processo” sulla morte del magistrato. Parole a cui Caselli ha affiancato un dato storico significativo: “la mafia ha ucciso molti giudici, ma la ‘ndrangheta soltanto due”. In realtà, il numero va letto come uno, perché l’omicidio di Antonino Scopelliti costituisce “un favore a ‘Cosa Nostra’”, visto che quel magistrato era incaricato di sostenere l’accusa nel processo istruito da Falcone e Borsellino contro i vertici dell’organizzazione criminale siciliana. “Le mafie esistono da due secoli – ha esclamato il magistrato che le ha combattute dalla “trincea” della Procura di Palermo – e bisogna arrivare al 1992 per vedere sentenze definitive verso mafiosi di levatura”. L’unico magistrato ammazzato per volere della ‘ndrangheta nella storia d’Italia resta quindi Caccia, caduto sotto i colpi dei killer oltretutto lontano dalle terre dove quel “sistema” è nato. Una constatazione che ha portato la figlia Paola, insegnante di scuola media, a dire: “lo si è voluto fermare per qualcosa che stava per fare, non perché semplicemente dava fastidio alla famiglia di Belfiore”, una ‘ndrina stabilita nel torinese che – stando a quanto confidato dal mandante dell’assassinio – vedeva la sua sopravvivenza a rischio, perché “con il procuratore Caccia non ci si poteva parlare”.
    Dal punto di vista investigativo, l’ex procuratore Caselli, noto anche per i risultati ottenuti dallo Stato nel suo periodo in Sicilia, come gli arresti dei boss Bagarella, Spatuzza e Brusca, ha sottolineato che quelle su Saint-Vincent “sono ipotesi, ma non consacrate da sentenze definitive”. Però, “ovunque circoli denaro vicino al gioco d’azzardo, elementi di dubbio non possono che esserci rispetto a canali di riciclaggio”. E un Procuratore della Repubblica di Torino “non poteva non avere le antenne dritte su quanto accadeva su versanti fisiologicamente interessanti”.

    Poi, a margine della ricostruzione della vicenda del delitto Caccia, una valutazione sulla penetrazione socio-economica della criminalità organizzata: “non esistono zone franche dal tentativo di infiltrazione mafiosa. In Valle d’Aosta c’è ricchezza, e meno male, perché questo significa benessere per tutti, ma il rischio fisiologico aumenta”. Occorre “fare attenzione a tutti gli indicatori – ha messo nero su bianco il magistrato che ha iniziato la sua carriera con le Brigate Rosse e l’ha conclusa con i disordini dei No Tav – e non sottovalutare niente, come invece è accaduto a Torino”. “Quando scatta l’operazione Minotauro, la prima sulla ‘ndrangheta in Piemonte, con 150 arresti, – ha continuato Giancarlo Caselli – quanta gente è caduta dal pero. Oggi, invece, più nessuno mette in dubbio che la ‘ndrangheta si sia innalzata al centro e al nord. Mai lasciarsi sorprendere”. Rispondendo a una domanda sul fatto che lo Stato non potesse immaginare di creare metastasi in tutto il Paese, introducendo il confino per i rappresentanti del crimine organizzato, il già Procuratore capo di Torino ha evocato che “c’era un tempo in cui i mafiosi godevano di sostanziale impunità. Pochi processi, che si concludevano con l’insufficienza delle prove. Qualcuno ha provato a dire: ‘non riusciamo a batterli con il processo penale, proviamo a fare loro del male con lo strumento amministrativo, dandogli il ‘confino’, con l’obbligo di vivere lontano dalle loro terre”.

    Sicché, Caselli ha citato il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nella celebre intervista a Giorgio Bocca: “è stato un boomerang”. “Questi delinquenti – è andato oltre – fanno di tutto per sembrare brave persone, ma magari lo stesso giorno erano stati a fare i loro affari”. Per il giudice che lasciò “Magistratura democratica” in polemica con un articolo di Erri De Luca su una pubblicazione dell’associazione, tuttavia “l’espansione ci sarebbe stata comunque, perché è nel Dna della mafia”. “Se ricicli, – è stato il suo ragionamento – puoi comprare beni per ‘ripulire’, ma hai voglia di farlo al sud. Non si va a riciclare in un deserto, ma dove di denaro ne circola ancora: al centro e al nord del Paese”.

    La vicenda del delitto Caccia resta un mistero irrisolto sul quale nel 2015 anche la Procura di Milano ha avviato una nuova indagine che traccia un’ulteriore versione. L’inedito copione tracciato in quella circostanza allontanerebbe l’ombra delle ‘ndrine e punterebbe invece il mirino sugli interessi di Cosa Nostra per i casinò del nord Italia ed i rapporti con i servizi segreti. Il magistrato, a quanto pare, fu ucciso perché stava indagando sugli affari di Cosa Nostra nei casinò. Ipotesi su cui pesa l’attentato dinamitardo all’ex pretore di Aosta Giovanni Selis il quale indagava sul casinò di Saint Vincent. La bomba esplose il 13 dicembre 1982 pochi mesi prima della morte di Caccia. Gli attentatori non furono mai individuati.

    Oltre agli interrogativi sulle circostanze in cui ha perso la vita – conclude il servizio di Aosta Sera -, la serata di Saint-Vincent ha offerto anche un ritratto di Bruno Caccia uomo. “Noi familiari – ha raccontato la figlia Paola, non senza trattenere un ancora visibile dolore – non ci rendevamo conto del valore di mio padre, finché abbiamo sentito le testimonianze dei colleghi. Noi conoscevamo una persona in famiglia”. Quel 26 giugno 1983, “era toccato a mia sorella scendere quando si sono sentiti gli spari, io ero partita per il mare” e quando “era notte” e “stavo allattando il mio bimbo di un mese”, sono “arrivati i Carabinieri a dirmelo”.
    “Subito – è andata avanti la donna – ci siamo tenuti il dolore dentro. Non mi interessava neanche molto capire perché è morto. Siamo dovuti uscire un po’ quando c’è stato il primo processo, poi nel 1995 ho conosciuto ‘Libera’ ed ha aiutato molto: ho capito che potevo fare qualcosa di utile. Ho considerato importante fare luce sulla verità”.

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