Il Capalc di Taormina
Il Capalc di Taormina

Trent’anni di vergogna nel tunnel imbarazzante di un degrado che sembra non conoscere fine. Si è detto tanto, praticamente tutto, sul Capalc di Taormina. La storia è per lo più nota ormai a tutti e rischia di sembrare amaramente trita e ritrita ma quando si parla di vicende come questa non bisogna mai stancarsi di tenere viva l’attenzione pubblica perché le cose che appartengono ai cittadini meritano di non essere consegnate all’imperturbabile silenzio del menefreghismo istituzionale.

Al momento per la Scuola Convitto Albergo di Taormina non si intravede ancora neppure un barlume di luce. Non c’è una prospettiva, niente di niente. Si è parlato più volte di resuscitarla per farne una scuola professionale che in effetti sarebbe la soluzione più logica in una città che potrebbe vantare una straordinaria storie di maitre e direttori d’albergo, in un contesto che è quello della località simbolo dell’industria ricettiva siciliana. Si è ipotizzato di farne una scuola per quei bambini che a Taormina fanno lezione in altri plessi di dubbia agibilità, e hanno valutato l’opportunità di impegnarsi qui negli anni passati anche le Università di Messina ed Enna e si è fatto avanti senza mai avere risposta l’Istituto Pugliatti di Trappitello. Alla fine nulla è cambiato e il Capalc di contrada Sant’Antonio era e rimane chiuso perché la politica di Taormina non è all’altezza di farlo riaprire o forse preferisce concentrarsi su altro. Non esiste un progetto di ristrutturazione, o una qualsiasi bozza da sottoporre alla Regione. Calma piatta, non si registra neppure un tentativo di riportare in funzione una struttura che potrebbe e dovrebbe fare la differenza nelle dinamiche della città e che potrebbe dare lavoro a diversi taorminesi e altrettante famiglie.

Il Capalc realizzato negli Anni Ottanta con i fondi della Cassa di Mezzogiorno è ormai un mostro dormiente, un gioiello ridotto a una pattumiera. E’ uno scempio che marca la linea di confine tra la Taormina della Prima Repubblica e quella della Seconda Repubblica: un tempo i problemi si affrontavano e la politica era fatta di persone ostinate che governavano la politica stessa e in qualche modo una risposta ai problemi la davano, oggi si amministra navigando a vista, senza la fame di fare la storia, e si abbozzano idee che restano per lo più incompiute, si fa poi qualche annuncio stampa all’insegna del “faremo” ma tutto evapora nell’effimera illusione di una svolta virtuale.

Si è addirittura pensato e proposto in Comune di vendere il Capalc con una iperbolica valutazione di circa 20 milioni di euro, che non si capisce quale genio della lampada possa aver partorito, visto che si tratta di un immobile ridotto al disastro palese. Almeno in quella circostanza, per fortuna, la vicenda si è conclusa con un dietrofront ed il masochistico (s)proposito di alienare il bene è stato stoppato dal Consiglio comunale in un sussulto di buon senso.

Peccato che nemmeno da quello stop alla vendita sia arrivata la spinta per una ripartenza e per provare a riportare in vita un immobile che essendo parte del patrimonio comunale, come tale dovrebbe essere messo a reddito. Il Capalc è come un orologio monocorde, dove in ogni angolo le lancette battono il tempo interminabile della vergogna.  In alcune zone il tempo si è arenato agli Anni Novanta e sono ancora adesso visibili le insegne lasciate dal fallimento dell’Istituto Mediterraneo. In un’altra ala del complesso, che sino a pochi anni fa era l’unica attiva ed era in condizioni presentabili (allora sede del Cufti), non si riconoscono più neppure le aule e il Comune anche li ha lasciato la struttura all’abbandono.

Al Capalc è stato portato via tutto, hanno rubato pure le posate e le affettatrici, le casseruole e qualsiasi oggetto che in passato si trovava in cucina. Il trionfo impunito dei ladri di pentole è una storia alla quale si sommano altre cose portate via, come le sedie o le poltrone e le attrezzature dell’aula conferenze.

Altro capitolo: il degrado delle stanze del convitto che dal 2004 e per i successivi tre anni  hanno accolto gli sfollati di una frana, allora collocati lì dal Comune in via provvisoria in attesa del ritorno a casa (avvenuto nel 2007). In seguito quelle stesse camere, sino a pochi anni fa, sarebbero state, a quanto pare, e non si sa bene a che titolo, sede occasionale di amorosi rendez-vous notturni da parte di ignoti.

In tutto questo, oltre alle indubbie mancanze degli amministratori succedutisi nel tempo, non si sa bene dove siano stati i dirigenti del Comune da un ventennio a questa parte. E forse, in fondo, ha ragione chi pensa che in questo momento chiunque può legittimamente ambire a andare a fare il sindaco di Taormina ma è un sogno destinato a scontrarsi poi con la mediocrità dei dirigenti, ai quali non vengono più dati obiettivi ed elevati anzi talvolta dalla politica stessa pure al ruolo confidenziale di loro sostituti-rappresentanti della città, nelle missioni da Palermo a Bruxelles sino al Golfo Persico con il capolavoro del gemellaggio in Iran che ha portato flotte di turisti iraniani a Taormina. Anche questo dei funzionari e degli uffici che non funzionano è un problema serio, che in tanti hanno pensato di poter risolvere e addomesticare in cavalleria ma sul quale chiunque è puntualmente scivolato.

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