Taormina in primavera alle urne

A quattro mesi dal ritorno alle urne per le Amministrative, a Taormina si intensificano riunioni e contatti più o meno carbonari, ammiccamenti e corteggiamenti vari per tentare la conquista del futuro governo locale. La corsa alla sindacatura è una lunga volata nella quale per adesso non si intravedono i gregari e tutti ambiscono a fare il capitano, ci si siede ai tavoli per affermare il proprio io ma nessuno parla di progetti, regnano rancori personali e veti trasversali. Latita la voglia di fare sistema nell’interesse collettivo di uno sviluppo del territorio.

L’appuntamento con le elezioni comunali appare la solita riedizione quinquennale di una trama già vista nella quale la città dovrà aspettare marzo o aprile per conoscere le candidature ufficiali: perché prima c’erano le regionali a novembre, adesso è la volta delle nazionali di marzo, poi si farà la coalizione, poi ogni gruppo avanzerà la propria candidatura, poi si valuterà chi è il candidato migliore, e poi si sceglierà il candidato. Un gran pienone di “poi”, insomma, va ad allungare il brodo in una minestra condita di raffinati tatticismi di quartiere che rischiano di far impallidire ben altri contesti politici più illustri. I cittadini possono attendere, per adesso la priorità dei papabili per la sindacatura è quella di non “bruciarsi” nella contesa piuttosto scialba in atto per la poltrona.

Dinamiche monotematiche nelle quali ci si omologa al rituale dell’aspettare le mosse altrui: intrecci di palazzo che appaiono distinti e distanti anni luce dall’epoca in cui a Taormina c’erano leader locali come i vari Nicola Garipoli, Eugenio Longo (92enne memoria storica della città) e Aurelio Turiano che non avevano alcun timore a preannunciare la propria intenzione di candidatura già un anno prima infischiandosene di urtare la suscettibilità degli alleati e non si preoccupavano degli equilibri politici in un contesto nel quale la politica e i partiti esistevano e contavano. Personaggi che anche quando si contrapponevano erano in grado di vivere l’antagonismo con intelligenza e senza mai perdere di vista l’interesse della città, mai con la sterile logica dell’antagonismo personale. Altri tempi e altra politica, soprattutto altra caratura: figure carismatiche che ragionavano da leader e si facevano valere pure a Palermo e Roma.

L’unica cosa certa delle prossime elezioni comunali è la legge elettorale che stavolta affiancherà ad ogni candidato sindaco soltanto una lista e se non altro ci risparmierà il teatrino di aggregazioni che contrapponevano fratelli, cugini, zii e nipoti nel tentativo di portare 10 voti a Tizio e toglierne altri 15 a Caio. Non ci saranno più i “porta acqua” da 15 voti, i riempi-liste da illudere e gasare con una promessa di lavoro, da far correre sino al giorno del voto per poi dimenticarsi pure i loro nomi e cognomi. E non si andrà più in Consiglio comunale con 50 voti. Stavolta scenderanno in campo soltanto i “pesi massimi”, quelli che in fondo hanno sempre e comunque fatto il bello e cattivo tempo: quelli che a maggio dovranno alzare l’asticella e garantire una dote di almeno 200-300 voti.

La semplificazione del quadro per i candidati al Consiglio comunale sin qui stride e stona con la competizione dei sindaci dove invece i predatori di fascia tricolore si vanno moltiplicando. Dalle parti della capitale del turismo siciliano il nessun dorma di Pavarotti è diventato nessun faccia un passo indietro. “Con questa legge e una sola lista per tutti allora ce la posso fare anch’io, mi candido a sindaco e non faccio nessun passo indietro”, questo è il mantra che guida in questo inizio anno dieci o quindici aspiranti sindaci, la metà dei quali arretrerà in extremis se magari arriverà la garanzia di un assessorato o una presidenza.

Stima indistinta e rispetto incondizionato sul piano personale per i vari candidati, con l’augurio che la primavera possa far sbocciare i loro sogni di gloria e che realmente possa emergere qualcosa di buono dalle urne. Si può e si deve sperare il meglio per una città come Taormina che ha enormi potenzialità come forse nessun’altra località al Sud Italia e che non a caso è rimasta protagonista in questi anni andando avanti col pilota automatico, più per la forza del suo nome che per i prodigi della politica locale.

All’alba della fase cruciale della campagna elettorale, a Taormina c’è la sensazione ampiamente diffusa che si stia andando incontro ad un’altra legislatura come questa e come le precedenti: dalla quale difficilmente ci si potrà attendere una rivoluzione copernicana. E allora, oltre la soglia delle legittime ambizioni personali e al di là degli effetti orgasmici da specchio delle Brame, c’è un interrogativo ineludibile sul quale occorrerebbe riflettere: nel panorama politico dei pretendenti odierni chi è davvero all’altezza di fare il sindaco della Città di Taormina?

Se il fine è quello di andare a indossare la fascia tricolore, fare un pò di rappresentanza e partecipare a qualche riunione da commensale, sedere in prima fila ai concerti estivi al Teatro Antico e fare qualche trasferta turistico-promozionale in giro per il mondo, chiunque e fa benissimo a candidarsi. Se invece ci si mette in gioco per provare a dare una svolta vera e netta al paese, bisogna venire allo scoperto e lasciar perdere fesserie cosmiche come il timore di “bruciarsi” o le presunte strategie politiche che – senza offesa per nessuno – l’attuale classe politica taorminese non è capace nemmeno di immaginare.

Aspettando le candidature definitive, c’è da chiedersi in primis se verrà fuori qualcuno che avrà il coraggio – reale e non di facciata – di dichiarare la volontà di rivoltare come un calzino un Comune dove da un ventennio a questa parte la politica arranca ma al contempo manca la squadra: gli uffici non funzionano. Taormina non vede neppure le briciole dei fondi europei, non vengono presentati progetti a Palermo perché negli uffici comunali nessuno guarda i bandi per accedere ai finanziamenti.  D’altronde, proprio la pianta organica del Comune di Taormina sintetizza l’esproprio perfetto della taorminesità (esaltata e inneggiata a vanvera e per comodo nelle campagne elettorali), compiuto dalla piccola politica locale che da un lato chiedeva al cittadino i voti per le amministrative e dall’altro si è genuflessa a lungo ai desiderata di alcuni deputati senza che poi tali fenomeni dell’alta politica abbiano prodotto benefici a questo territorio. Morale della favola: i dipendenti taorminesi a Palazzo dei Giurati si contano ormai sulle dita di una mano.

Tra i vari candidati a sindaco ci sarà qualcuno che avrà, ad esempio, il coraggio di rivalutare un patrimonio pubblico che non fa reddito e di cui è simbolo assoluto di vergogna il Capalc, depredato e ridotto all’abbandono più totale? Ci sarà qualcuno che comprenderà che le scuole non possono più essere l’ultima ruota del carro? Ci sarà qualcuno che “oserà” investire una gran parte dei quasi 3 milioni di euro della tassa di soggiorno per il turismo e non per tappare i buchi del bilancio comunale? Ci sarà qualcuno che comprenderà l’opportunità e la necessità di ristrutturare la Villa comunale con interventi importanti e non con qualche inutile rattoppo qua e là? Ci sarà qualcuno che metterà mano al Prg in una città che, in un furbo sordomutismo di circostanza, tiene ancora in vita uno strumento urbanistico di 42 anni fa che rese edificabili diverse aree in nome del boom fantasma dei 20 mila residenti? Ci sarà qualcuno che punterà nei fatti (non nelle chiacchiere elettorali) alla riqualificazione delle frazioni, sin qui concepite soltanto come periferie dormitorio? Ci sarà qualcuno che comprenderà che con la penuria attuale di vigili, cantonieri e giardinieri non si va più da nessuna parte?

Su questi e tanti altri aspetti il dono della comprensione non difetterà a nessuno: peccato che tra il dire e il fare ci sia sempre di mezzo il mare: e le acque della politica taorminese, intorbidite da troppe lentezze burocratiche e poca audacia amministrativa, assomigliano alla solita tavola piatta che a breve vivrà il sussulto quinquennale di qualche onda alta per poi riacquietarsi a urne chiuse.

Qualcosa vorrà pur dire il fatto che qui si asfaltano le strade soltanto per il G7, e per il Palacongressi si è dovuto attendere l’arrivo dell’Aeronautica Militare che ha sistemato in un anno tutto quello che la politica taorminese non ha saputo fare in 35 anni. La prospettiva più concreta all’orizzonte è quella di altri cinque anni di governo del territorio “alla meno peggio”, un limbo che in fondo va considerato riflesso naturale della solita contesa del “levati tu che mi metto io” e la più ovvia conseguenza di una classe politica che non sa vedere i propri limiti e mettersi al servizio della comunità. Per fortuna, comunque vada, Taormina ha ancora il pilota automatico.

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