Zerlina (Manuela Cucuccio) soccorre Masetto ferito (Giulio Mastrototaro) nella scena sesta dell'atto secondo
Zerlina (Manuela Cucuccio) soccorre Masetto ferito (Giulio Mastrototaro) nella scena sesta dell'atto secondo

“In Italia seicento e quaranta; in Alemagna duecento e trentuna; cento in Francia, in Turchia novantuna; ma in Ispagna son già mille e tre”! Queste le “stime ufficiali” delle prede di Don Giovanni secondo il fido servitore Leporello, che, alla scena quinta del primo atto, esibisce alla sdegnata Donna Elvira il “catalogo”. Il libertino sivigliano, insomma, “si fa valere” tanto in patria quanto all’estero. La fama d’insuperabile seduttore precede, dunque, il leggendario personaggio nato da un dramma gesuitico e alimentato dalla fantasia di Tirso de Molina (El burlador de Sevilla y convidado de piedra), fonte letteraria che aveva già ispirato Molière (Dom Juan ou le Festin de Pierre) e il librettista Giovanni Bertati per Giuseppe Gazzaniga. Ne “Gli stadi erotici immediati, ovvero il musicale-erotico”, all’interno di “Aut-Aut”, Kierkegaard ritiene che quest’aria sintetizzi il vero significato dell’opera: condensando in ampi gruppi un numero indeterminato di donne, mostra l’universalità di Don Giovanni come simbolo di vita estetica e sensuale. A sentir parlare Leporello, poco importano lignaggio, estrazione sociale, età, colore di chioma, forme o aspetto. L’impunito libertino predilige la “giovin principiante”, poco importa se sia ricca o meno, “purché porti la gonnella, voi sapete quel che fa”. Una patologia che provoca in lui attrazione per ogni donna, spinto semplicemente dal desiderio di poterla annoverare nella propria lista. “L’ingannatore di Siviglia e il convitato di pietra”, in riferimento alla statua del Commendatore, dramma in versi del poeta spagnolo, precede di oltre un secolo e mezzo l’opera in italiano composta da Wolfgang Amadeus Mozart nel 1787 – all’età di soli trent’un anni e quattro mesi – su libretto di Lorenzo Da Ponte, poeta cesareo presso la corte di Vienna. Un’eccezionale fortuna letteraria e musicale che ha subito introdotto l’inguaribile donnaiolo nell’immaginario popolare. “Il dissoluto punito ossia il Don Giovanni”, questo il titolo originale del capolavoro del genio salisburghese, venne commissionato dall’imperatore Giuseppe II: andato per la prima volta in scena il 28 ottobre 1787 presso il Teatro degli Stati Generali di Praga, riscosse un “clamoroso successo”, salvo poi essere riadattato per la prima viennese al Burgtheater. Il dramma giocoso in due atti, più propriamente un’opera buffa, sarebbe probabilmente risultato “indigesto” al più conservatore pubblico viennese e si resero necessari tagli e modifiche, uno su tutti il finale del secondo atto, con la sentenza e l’esplicita condanna morale del protagonista (“Questo è il fin di chi fa mal: e de’ perfidi la morte alla vita è sempre ugual”).

La produzione in scena. Nel recuperato allestimento del Teatro della Fortuna di Fano e nella primigenia versione – filologicamente fedele – con il sestetto finale “Ah, dov’ è il perfido” – abiurato dal gusto romantico – che stempera sulla punizione divina del licenzioso cavaliere, fa ritorno di venerdì tredici al Teatro Massimo “Vincenzo Bellini” l’amatissimo titolo che nel cartellone dell’ente lirico etneo mancava da ben undici anni. La scena non è come da tradizione dominata da sontuosi palazzi, sfarzosi saloni, giardini e locanda: un supporto ellittico nero, su piano inclinato, chiuso, campeggia al centro della scena e domina sul nero dello sfondo. La scena, sufficiente in termine di spazi, è però fin troppo limitata e limitativa, circoscritta, con botole e gradini uniche caratteristiche. Ed è su questo piano inclinato che viene giocata la beffarda e tragicomica partita della vita, tra inganni, seduzione e abbandono. Un medaglione fuori scala, una sorta di enorme cammeo specchiante, reca l’effigie del protagonista; ora sospeso a mezz’aria, ora accostato alla pedana, riprende l’idea registica che lo vede simbolo di sfrenato narcisismo e al contempo pegno d’amore da portare al collo che, in scala opportunamente ridotta, il libertino regala alle più o meno ingenue vittime concupite. Archetipo dell’amatore impenitente, la sensualità e l’egotismo esagerato del personaggio si traducono nell’inarrestabile ed effimera bramosia di conquista, atto di ribellione contro le norme morali, etiche e religiose che pongono un freno a qualsivoglia istinto carnale. Ed ecco che l’empio protagonista di una singolare teoria antropocentrica – illuminista e illuminata – finirà schiacciato dal proprio ego con lo specchio-cammeo a funger da coperchio dell’infernale sarcofago. L’esistenza di Don Giovanni si esaurisce, così, nella propria immagine specchiata, che ne ritrae eternamente le sembianze e i caratteri, salvo lasciar spazio a una gigantesca rosa, ramata ma spettrale e tendente al nero, singolare sintomo di perdizione e diabolica fine. La lettura registica che Francesco Esposito fa del celebre capolavoro è di certo attenta al connaturato sostrato e alle contaminazioni culturali, filosofiche e morali ma la scena essenziale e statica di Mauro Tinti finisce per minare i passaggi farseschi, misogini e le evoluzioni psicologiche speculari al mutamento della situazione drammatica e della partitura. Nessun riferimento a Siviglia, capitale andalusa. Concordemente alle luci di Bruno Ciulli e alle sculture di Franco Armieri, il regista mutua da Tirso le atmosfere gotiche, cupe, atemporali.

Un’opera buffa e insoluta. Ma “Don Giovanni” è vita, crisi di certezze, prova di relatività morali, ricchezza di atmosfere e stili opposti, estremi, eppure così ben accostati, dal tragico al popolare, passando per il comico, il patetico, il lirico e l’eroico. Una deflagrante degradazione, di cui il primo atto è superbo esempio, unitamente alle soluzioni formali e compositive innovative, costituisce un unicum non perfettamente restituito dall’allestimento del Bellini. Regia e scene fungono, anzi, devono fungere da valido supporto alla raffinatissima e singolare drammaturgia dell’opera. E in questo pecca maggiormente Esposito che in modo piatto, monocorde, privo di vere ventate di dirompente novità, si limita a controllare, dosare e amministrare ma non intriga, non coinvolge, non trasporta, non restituisce i contrasti e l’ininterrotta evoluzione dell’azione. Non riesce a monopolizzare la vista dello spettatore, ammaliarne l’udito, stuzzicarne l’immaginazione, perturbarne i sentimenti. Simbolismi si susseguono imperterriti, tragici e grotteschi, e probabilmente, almeno nelle intenzioni, si voleva far pervenire lo spettatore ad approdi filosofici, interrogativi e dubbi che, in concreto, finiscono per allontanare il mito del libertino e la sua tradizionale, più palpabile rappresentazione. La stessa trovata di abbattere la quarta parete, di far travalicare il confine del palcoscenico agli interpreti è vista e rivista, noiosa e priva di attrazione. Soprattutto se non supportata da una funzione scenica adeguata. L’interazione in se non basta e, di fatto, il via vai d’inseguimenti intorno alla passerella praticabile che, per l’occasione, ha avvolto il golfo mistico avvicinando gli interpreti fino alla soglia della prima fila, annoia lo spettatore già alla seconda sortita. Un’opera buffa sì, ma insolita, atipica, irrazionale e insoluta, tra tentate violenze e un assassinio. L’azione domina, caratterizzata dalla velocità, dai travestimenti, dall’artificio, dal brio. Le continue fughe restituiscono un personaggio inafferrabile, impalpabile, sfuggente, impulsivo, dinamico che suscita sentimenti contrastanti: servizio, amore, timore, odio e vendetta. Lo stesso librettista incita alla fretta e alla rapidità; in questo senso non giovano allo spettacolo i tempi staccati con leggero ritardo: non ne esce bene nemmeno il tradizionale concertato e i pezzi d’assieme. Alcuni festini in maschera troppo facilmente rimandano a “Eyes Wide Shut”, ultima opera di Kubrick che ben si coniuga con il tema in questione. Fugaci e appena abbozzati amplessi venivano talvolta consumati sui balconi dei palchi di primo ordine, suscitando le rimostranze di qualche benpensante sebbene la Controriforma sia superata da un po’. Ad ogni modo, nulla di osceno o di “estremamente licensioso”, difficilmente definibile osé e quasi da educande.

Gli interpreti. È subito l’Ouverture a provocare un sommovimento interiore senza eguali, fosco presagio in Re minore di un punitivo e inesorabile confronto con il convitato di pietra già vittima delle scorribande. La scena si apre con la tentata violenza su un telo di seta di intenso color rosso. I costumi sono di buona fattura – a parte quello in porpora del protagonista, predominano nero e bianco – ma non particolarmente caratterizzanti o coerenti con la cornice storica di riferimento, talvolta persino carnevaleschi. Tra l’oscurità delle tenebre, rose in gabbia, cammei che fungono da lapidi e lumi somiglianti a insegne militari, mancano i demoni sostituiti da Medici della peste in livrea. E l’adozione della maschera di Zanni, nota nella commedia dell’arte – riconoscibile dal lungo naso, talvolta simile al becco di una cicogna – in modo sinistro rimanda tanto al mondo contadino quanto a quello ultraterreno delle anime dei defunti. Il baritono Vittorio Prato è il “burlador de Sevilla”: con invidiabile physique du rôle e presenza scenica incarna il seduttore per antonomasia, energico, ingegnoso, arguto, tracotante, insolente, altèro. Una figura eccezionale e contradittoria allo stesso tempo: incorreggibile corteggiatore, seduce con galanti promesse donne sposate e “compete” con i mariti, occasionale omicida, trasgredisce le leggi umane e divine, empio e impenitente, irride quanto ci sia di trascendente. Prato ha il fascino mediterraneo di Don Juan e dà vigore alla parabola discendente della vita sregolata e insoddisfatta del personaggio: infrange la sacralità del sentimento e amplia il “non picciol libro” delle proprie conquiste, rifugge la morale e la noia ordinaria, ma ha in serbo un destino di dannazione ad opera della statua del Commendatore. Schiavo dei piaceri, della ricerca e anche solo del semplice tentativo di seduzione, rifiuta la catarsi: nell’allestimento catanese, tuttavia, non v’è traccia di statue e lo spirito del Commendatore si erge da una botola che dà negli inferi, quasi come un fantasma, avvolto in una lunga veste bianca che avvolge quasi per intero la pedana. Né lo stesso Don Giovanni viene risucchiato dalle tenebre, fuggendo invece attraverso il corridoio centrale della platea. Ma il seduttore è indispensabile, necessario, insostituibile. Per la vita, per i piaceri, per dare un senso alla stessa esistenza: Anna rinvierà le nozze ed Elvira si ritirerà in convento. Sicuro nell’emissione e con buona dizione, Prato intona “Là ci darem la mano” in duetto con Zerlina ma non coinvolge con “Fin c’han dal vino” (celeberrima aria n.11). Il Leporello di Gabriele Sagona ha ben assecondato il padrone nelle “donnesche imprese”: fedele, ironico, insolente (l’aria del catalogo interpretata in modo misurato più che come un vero pezzo di bravura) e ambizioso (“Notte e giorno faticar”). Credibile nell’arte della seduzione quasi quanto il protagonista, suo alter ego non gentiluomo, con buona dizione, sguardi e ammiccamenti, è un’ottima spalla e si è ben districato dalle difficoltà con contrappunto spesso comico, da mediatore, servus callidus e motore delle malefatte del libertino. Annamaria Dell’Oste è una discreta Donna Anna, dama di Burgos: spiritualmente affranta dal lutto e ostinatamente desiderosa di giustizia/vendetta, nonostante la solida emissione, è apparsa in difficoltà nel registro acuto. Diana Mian, che all’ultimo momento ha sostituito Esther Andaloro, veste i panni di una Donna Elvira incisiva e altisonante, innamorata e collerica al tempo stesso. Francesco Marsiglia (Don Ottavio), convincente nei passaggi di registro e nei legati, nel complesso padrone del mezzo vocale, ha ricevuto buoni consensi soprattutto per l’aria “Dalla sua pace”. Giulio Mastrototaro è un discontinuo Masetto, ora arrabbiato ora ottuso, che si disimpegna bene nel ruolo dell’impulsivo villano. Il Commendatore di Francesco Palmieri è un “deus ex machina” non sufficientemente imponente ed impetuoso. Ma la più piacevole conferma è la Zerlina di Manuela Cucuccio, già applauditissima al Bellini nei panni di Fiorilla ne “Il turco in Italia”, protagonista di una un’interpretazione brillante sin dalla sua prima sortita con “Giovinette che fate all’amore” nella scena sesta del primo atto: maliziosa civettuola, esuberante, ben dipinge l’ingenua, non troppo costumata contadina che riesce tuttavia a mantenere la virtù inviolata. Piccina e, pertanto, “ognor vezzosa”, mette in mostra maturità, tecnica e il mezzo, sempre fluido e dal timbro dolce e squillante. Con disinvoltura, riscuotendo i consensi maggiori, regala al pubblico una grande prova d’attrice. La compagine orchestrale diretta da Salvatore Percacciolo ha assecondato discretamente gli artisti, pur tendendo a coprire le voci di quanti non cantassero in proscenio o in posizione avanzata rispetto al golfo mistico. Il Coro, istruito da Gea Garatti Ansini, è intervenuto puntuale nei rari interventi previsti dalla partitura.

Un seduttore filosofico. “Don Giovanni”, però, non delude per quantità di note – “nemmeno una di troppo” a sentir Mozart – per armonia compositiva e per il piglio frizzante (travestimenti, rifiuti, inganni e fraintendimenti). Søren Kierkegaard ne aveva delineato nel “Diario del seduttore” la dialettica del desiderio: dapprima latente e poi cosciente sotto il regno di una forza cosmica e demoniaca porta l’ “eroe” a vivere al di sopra delle banalità della vita quotidiana. Giovanni il seduttore è innamorato della donna in sé, per cui le cerca tutte e, qualora si imbatta in una donna non comune, mette in campo la propria arte. Nella preda si fondono reale e ideale ma è nell’infelicità della donna sedotta che sta la condanna dell’uomo corrotto, “lucidamente folle”. Stadio estetico che porta alla miseria della noia e della disperazione. Un circolo vizioso che inganna Don Giovanni con i suoi stessi inganni. Questo scriveva di Mozart il filosofo: “Solo una sua opera fa di lui un compositore classico e assolutamente immortale. Quest’opera è il Don Giovanni. Il resto che egli ha creato può dar felicità e gioia, risvegliare la nostra ammirazione, arricchire l’anima, saziare l’orecchio e far gioire il cuore, ma non si rende né a lui né alla sua immortalità alcun servizio se si mescola tutto assieme confusamente e lo si considera tutto grande alla pari. Con il suo Don Giovanni egli entra nelle fila di quegli immortali”.

Il parterre, in un momento di particolare difficoltà per l’ente lirico, non è particolarmente gremito nonostante il celeberrimo titolo. Lo spettatore al termine delle tre ore di spettacolo è annoiato, se non assopito. Manca verve, ostinazione a spingersi oltre gli evidenti limiti, per portare in scena un’opera che sia un prodotto valido e non – come farebbe il libertino – per il “piacer di porle in lista”.

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