Generazione Neet
Generazione Neet

“Not engaged in education, employment or training”, a prima vista, questa serie di parole inglesi messe una dietro l’altra potranno dire poco al lettore poco avvezzo ai tecnicismi della sociologia economica. Eppure, Italia e “Neet” rappresentano i termini di un’equazione che sta diventando, tristemente, sempre più nota. L’acronimo inglese si riferisce a quei giovani, dai 15 ai 24 anni, che non hanno un lavoro, non lo cercano e non sono inseriti in alcun percorso formativo. In Europa, l’Italia è purtroppo primatista in questa speciale categoria con una percentuale recentemente rilevata del 19,9% contro una media europea dell’11,5% (fonte: Commissione Europea). Se a questi dati aggiungiamo che la disoccupazione giovanile tocca ancora picchi del 37,8% (siamo terzi in Europa in questa classifica), il quadro è completo. Che giovani e lavoro rappresentino universi poco compatibili? O sarà invece che a qualcuno faccia comodo avere “certi giovani fuori dai piedi” non creando le condizioni per poter aumentare le opportunità lavorative in Italia?

Generazione “Liquida”? Il concetto di liquidità elaborato da Zygmunt Baumann è forse tra le teorie più studiate dalla sociologia contemporanea. Esso fotografa plasticamente la realtà di un secolo, il XXI, che con il crollo delle grandi ideologie e l’avvento della globalizzazione ha nella velocità, nell’incertezza e nella caducità i suoi tratti salienti. I giovani sono forse tra le categorie più esposte ai cambiamenti del nuovo secolo, tuttavia può la mancanza di punti di riferimento e il conseguente smarrimento di un nucleo fondante di valori su cui orientare la propria esistenza spiegare i tragici dati esposti poc’anzi? E se fosse il mondo del lavoro ad essere strutturalmente cambiato rispetto a pochi decenni fa? Quante volte abbiamo sentito rimbalzare da un telegiornale all’altro il mantra della “Flessibilità” come unico orizzonte possibile per il lavoro del futuro? Flessibilità, fa rima con precarietà e va a braccetto con l’incertezza. La velocità si è impossessata anche del mondo del lavoro. Un capitalismo veloce che può cavalcare soltanto chi dispone delle risorse, spesso economiche, necessarie per seguire i ritmi del grande capitale, gli aggiornamenti dei sistemi di produzione e per combattere l’obsolescenza delle moderne professioni. A tutti gli altri, non resta che arrancare stancamente in coda alla scala dei talenti, nella speranza di non essere fagocitati. La flessibilità si è fatta araldo dei contratti a tempo determinato o dei contratti a progetto. Una condizione di incertezza diffusa che, per tanti, significa l’incapacità di programmare il futuro e di costituire una famiglia e che, nei casi più gravi appunto, può determinare l’impossibilità di trovare una collocazione nel mercato del lavoro.

Generazione “Sommersa”? Non si può affrontare la tematica in questione senza ricordare l’enorme peso che il lavoro nero ricopre ancora in Italia specialmente in alcuni settori come quello turistico. All’inizio di questa stagione turistica, i sindacati di categoria hanno denunciato che almeno un lavoratore su due avrebbe lavorato senza un contratto regolare. Un’enormità in un paese dove il lavoro nero pesa per ben il 6,5% del PIL. Una piaga che inghiotte senza remore la possibilità per le giovani generazioni di costruire un futuro solido e a lungo termine.

Generazione Erasmus? Il quadro dipinto finora sulle giovani generazioni italiane non presenta soltanto tinte fosche. L’Italia è pur sempre quel paese che invia ogni anno decine di migliaia di studenti in esperienze di mobilità internazionale. C’è ancora una nicchia generazionale che non ha smesso di sognare, che continua a fare progetti nonostante si trovi schiacciata tra flessibilità ed austerity. Gli under 35 hanno aperto, nel 2015 secondo Unioncamere, 120mila nuove imprese, 46mila delle quali nel Mezzogiorno (il 37% del totale). Nel 2016, su 314 ricerche scientifiche presentate, l’European Research Council ne ha premiate 39 realizzate da ricercatori italiani (seconda posizione assoluta sui 28 paesi UE). Ci sono dunque ancora dei giovani italiani a cui piace mettersi in gioco, rischiare, investire su se stessi. Il dramma è forse la scarsa possibilità di trovare un impiego in patria, partire o restare dovrebbe essere una scelta, oggi, purtroppo per molti, è quasi un obbligo.

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