L'Aida a Taormina di Stinchelli
L'Aida al Teatro antico di Taormina prodotta dal Mythos Opera Festival

“D’avverso nume il folgore sul capo mio discende… ah no! D’Egitto il soglio non val d’Aida il cor”. Secondo atto, scena seconda: queste le parole con cui Radames, vincitore sul popolo etiope, commenta la volontà del re egizio di concedere a lui, trionfante guerriero, la mano della figlia Amneris. Parole stizzite e accusatorie che ben riassumono le ambiguità e le perplessità generate da una bifronte “Aida” – la seconda produzione nel giro di una decina di giorni – andata in scena il 31 luglio al Teatro antico di Taormina e prodotta dal Mythos Opera Festival, sotto l’egida del pianista Gianfranco Pappalardo Fiumara. Un allestimento che ripropone il celeberrimo titolo verdiano, ormai dato in pasto al pubblico dei teatri all’aperto in tutte le salse. E ancora una volta, ringraziando il genio compositivo del Cigno di Busseto, il teatro si riempie, gremito in ogni ordine della cavea, come se si trattasse di una grandissima occasione e non di un appuntamento consueto e quasi ordinario. Così, quando va in scena il rappresentatissimo capolavoro, l’attenzione dello spettatore, oltre alle musiche e alle voci, non può non andare immediatamente all’approccio registico e scenografico che l’allestimento propone.

La regia, affidata a Enrico Stinchelli, già artefice qualche anno fa di un singolare – e fischiato – allestimento ambientato in un museo egizio, opta stavolta per un’ambientazione che – almeno nelle intenzioni – si poneva a metà tra un’oasi nel deserto e una sorta di “giardino pensile”. Ma che di pensile aveva ben poco. L’idea, di per sé, è senza ombra di dubbio apprezzabile: eviterebbe il solito antiquario, bazar di souvenir egizi, monumentali sì ma spesso rasentanti l’eccesso. Si dirotta quindi l’azione in un’oasi, dove sono le pietre, la sabbia e i palmizi a dominare la scena, sostituendosi alla sala del palazzo del re a Menfi, al tempio di Vulcano, alle stanze di Amneris, agli ingressi della città di Tebe, al tempio di Iside e alla tomba di Radames. Certo, un’ambientazione non particolarmente fedele alle quantomai puntuali indicazioni previste nel libretto ma sicuramente una trovata originale – e che ben si accompagnerebbe al set naturale del Teatro Antico – se ben realizzata. Una scena fissa che però si rileva, di fatto, alquanto essenziale e povera, con due cumuli-dune isolate di sabbia e qualche simbolica palma, ai lati della scena, in ottimo stato di salute (evidentemente il punteruolo rosso che affligge la Sicilia in Egitto non costituiva una “piaga”). Semplice, scarna e minimalista, la scena rifugge con appena due obelischi di medio-piccola dimensione qualsivoglia traccia di monumentale opulenza e preziosismo. Il centro della scena è lasciato libero, funzionale sì ai movimenti delle masse ma che sacrifica e immola, in nome dell’essenzialità, un’area eccessivamente vasta del palcoscenico. Due troni, quindi, campeggiano inspiegabilmente nell’oasi desertica al di sopra di una pedana, frontalmente “rivestita” – è un eufemismo – di fioriere e piantine con vaso, che difficilmente si adatterebbero all’arido clima desertico. Sul fondale svetta un imponente supporto di un serigrafico idolo di Horus, il falco lanario figlio di Iside e Osiride, simboleggiante il culto ininterrotto dall’era predinastica all’occupazione romana. La scelta dell’oasi sarebbe, quindi, stata condivisibile se meglio realizzata. La scena, inoltre, era quasi sempre fin troppo affollata dato il gran numero di comparse – giovanissime e scorrazzanti – coinvolte, spesso disturbanti e chiaramente poco credibili data l’inadeguatezza sotto il profilo dell’esperienza.

Una “Aida” poco spettacolare sotto questo profilo, che ha visto una marcia trionfale in cui le stesse comparse sventolavano poco vittoriosamente – quasi svogliate e dolenti – dei ramoscelli di palma. L’apice della stravaganza e del trash si raggiunge precocemente alla scena II del primo atto, in occasione della consacrazione che precede le cerimonie solenni e la danza delle sacerdotesse (Possente, possente Fthà): incredibilmente due coppie di comparse relegate alle due rispettive estremità della scena sono foriere di quattro spade laser luminescenti – una addirittura a intermittenza – prese in prestito dalla celebre saga cinematografica “Star Wars” ideata da George Lucas. Un crossover a dir poco scandaloso. Incredibile ma vero. Mancano solo Yoda e Dart Fener a proferire la celebre frase “Che la Forza sia con te” (May the Force be with you). A condire il tutto uno spregiudicato uso delle luci motorizzate che restituiscono un effetto disco music anni ’80: più che in Egitto sembra di essere al Banacher o al Tout Va. Certi eccessi non hanno certamente giovato allo spettacolo. E, per questo verso, ci sembra che il noto critico e conduttore radiofonico sia eccessivamente severo con gli altri ed eccessivamente indulgente e permissivo con sé stesso. I costumi di Lele Luzzati (Fondazione Cerratelli) sono classici e tradizionali, risalenti agli anni ’50 ma ugualmente evocativi, eleganti e di pregevole fattura. Le coreografie sono firmate da Alessandra Scalambrino, essenzialmente già viste in occasione di altre produzioni del medesimo titolo.

Aida Star Wars
Come sarebbe l’Aida di Stinchelli se fosse ambientata “A long time ago in a galaxy far, far away….”, come recita l’incipit di ogni capitolo della saga

La nota lieta, nel complesso, è senz’altro l’aspetto più squisitamente musicale. Domina e si impone incontrastata sulla scena una – quasi – inossidabile Giovanna Casolla, soprano di fama internazionale con una carriera ultra quarantennale alle spalle, che l’ha vista protagonista nei teatri più prestigiosi – dal Met Opera di New York al Wiener Staatsoper – con un amatissimo repertorio che spazia da Puccini a Giordano, passando per Verdi e molti altri. Nei panni di Amneris, Casolla mette in mostra una voce ancora possente, contraddistinta da una suggestiva brunitura, sicura e affidabile nella zona media. Sopperisce con l’esperienza ove l’usura del mezzo a volte tradisce leggermente – come all’inizio del quarto atto – salvo poi regalare al pubblico un finale davvero intenso, con un buon controllo degli acuti e dei gravi. Spregiudicata, caparbia e un po’ subdola. Casolla è la vera protagonista e interprete d’eccezione che riscuote i sinceri e meritati applausi del pubblico sin dal primo atto. Un mezzo vocale, nonostante la non più tenerissima età, invidiabile da parte di tante nuove leve. E’ toccato al soprano Sofia Mitropoulos dare voce al ruolo eponimo, rivelandosi una buona interprete della principessa etiope e mettendo in mostra una convincente vocalità, un buon fraseggio e acuti limpidissimi. Sul finire del primo atto è a lei diretto un sonoro, veemente ed eclatante “brava” dalla gradinata: tanti gli apprezzamenti da parte del pubblico ma forse anche un po’ di claque poco opportuna. Ma la piacevolissima riscoperta è il baritono Giuseppe Garra, nei panni del re etiope Amonasro, ieratico, possente e imponente, scenicamente e vocalmente: al termine vanno forse a lui gli applausi più sentiti e sinceri. Qualche perplessità sorge, invece, sul Radames del giovane tenore Roberto Cresca che, nonostante la buona presenza scenica, appare in difficoltà con l’emissione nel primo atto (Celeste Aida), nella tenuta e con qualche pecca nell’impostazione del mezzo. Completano il cast, complessivamente ben assemblato, Debora Marguglio (sacerdotessa), Elia Todisco (il Re), Alessandro Avona (Ramfis), Antonio Pannunzio (messaggero).

La scoperta è l’Orchestra filarmonica della Calabria – diretta dal M° Filippo Arlia – attenta, professionale e dotata quasi di autonomia, assai raro per le compagini che ultimamente si avvicendano a Taormina: attacchi e tempi corretti hanno permesso di districare in modo limpido e chiaro la complessa materia della partitura verdiana, restituendo fedelmente e in modo raffinato le sonorità, senza mai sovrastare le voci. Un organico orchestrale in gran spolvero e con tre arpe, al completo di ottoni e percussioni, così come previsto da Verdi. Puntuale e opportuno anche l’intervento delle trombe. Il Coro Lirico Siciliano – diretto come sempre dal M° Francesco Costa – è stato puntuale esecutore di una validissima performance, mettendo in mostra la sicurezza e la preparazione che da anni ormai ne fa un assiduo e d efficiente protagonista delle scene taorminesi.

Ed è quindi la musica a tenere alta l’attenzione, nel complesso: un’impostazione concertistica sinfonico- corale, con i cantanti disposti quasi sempre frontalmente in proscenio e un coro compatto, ha sicuramente giovato allo spettatore per operare uno “scollamento” e una “decontestualizzazione” dall’ambito scenico già precedentemente esposto. Con un significativo sforzo ci si riesce a concentrare sull’aspetto musicale e a tralasciare le “note stonate” – tanto per rimanere in tema – di regia e scenografia. Ma anche in questo caso vale quanto detto per una precedente produzione di “Aida”: le sole scene o i soli cantanti possono essere condizioni necessarie – ma non sufficienti – per il pieno appagamento dello spettatore e per l’oggettiva buona riuscita di un allestimento. Non è intenzione di chi scrive infuocare ulteriormente la posta, ma le dispute social tra produzioni e tra direttori artistici costituiscono un vezzo squallido, inopportuno e sconveniente. Pensavamo che precedenti esperienze fossero quantomeno servite di lezione ma evidentemente sono corsi e ricorsi storici. Indipendentemente dalle ipotetiche valide ragioni per polemizzare, l’invito sul piano più squisitamente musicale è che ciascuno, dai vari fronti della querelle, guardi il proprio orticello nel tentativo di migliorarsi e di migliorare, conseguentemente, le produzioni taorminesi. Altrimenti si finisce come con quest’ultima produzione di “Aida”: dopo il trionfo sfila una rappresentanza di appena tre o quattro prigionieri realmente di colore (caspita, quanti pochi prigionieri per una guerra tra popoli…). Ma nessuno, tra il pubblico, alla fine si domanda come mai i prigionieri etiopi siano di colore e il loro Re e la principessa Aida siano quantomai pallidi. Beh, del resto si sa, l’abbronzatura è per plebei, il pallore è elitario.

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