Un acquerello dell'artista francese Fabrice MoireauIl e il volume “Sicilia, il Grand Tour” esposti al Grand Hotel Miramare di Taormina
Un acquerello dell'artista francese Fabrice MoireauIl e il volume “Sicilia, il Grand Tour” esposti al Grand Hotel Miramare di Taormina

Senza i diari di viaggio dei viaggiatori del Grand Tour, la Sicilia non sarebbe tra le mete più amate dai turisti di oggi. Viaggiatori del Nord Europa (tedeschi, francesi, ma anche inglesi, russi e di altre nazioni), tra Settecento e Ottocento, si inerpicavano nelle non facili e poco sicure trazzere che collegano da un capo all’altro le città siciliane per scoprire incantevoli paesaggi incastonati tra mare e monti, l’antichità delle sue tradizioni e i segni che le varie dominazioni hanno lasciato nelle città, nelle chiese, nei castelli e nei palazzi nobiliari. Didier, Francis Elliot, Emerson Farjasse, Alexandre Dumas, Joseph Hager, Hessemer, Knight, Schinkel, Goethe, Guy de Moupassant sono tra i più illustri viaggiatori giunti in Sicilia che offrirono il proprio sguardo per raccontare l’isola.

Sicilia, il Grand Tour. Uno scorcio di Villa Nicolosi a Palermo, l’antica tonnara della baia di Castellamare del Golfo, i faraglioni dei Ciclopi di Acitrezza: c’è tutta la rotta del Grand Tour in Sicilia nei trecento acquerelli e sedici disegni dell’artista francese Fabrice Moireau e nelle didascalie e racconti del magistrato scrittore Lorenzo Matassa. Il volume “Sicilia, il Grand Tour”, edito da “Les Éditions du Pacifique” per la Fondazione Tommaso Dragotto, richiama le suggestioni di quel fenomeno che, tra il Settecento e la prima metà dell’Ottocento, portò in Sicilia viaggiatori stranieri e uomini di cultura accompagnati da artisti del paesaggio.

Taormina tappa del Grand Tour. «Qualunque fosse la sua forma naturale, l’arte vi ha concorso per formarne un teatro semicircolare destinato agli spettatori. Se si prende posto dove una volta sedevano gli spettatori che erano più in alto, si dovrà confessare che mai, forse, un pubblico, in teatro, ebbe davanti a sé simile prospettiva». Lo sguardo di Goethe, arrivato a Taormina nel maggio del 1787, si posa sul Teatro Antico che viene raffigurato, come consegnato a noi oggi, sulla copertina del libro. Lo squarcio che il tempo ha aperto lo ha arricchito dell’incantevole vista sul golfo di Schisò dominato dall’imponente sagoma dell’Etna. Non solo il teatro Antico, ma anche il panorama che si apre dalla terrazza sul mare di Corso Umberto, la chiesetta di San Giorgio di Castelmola, la spiaggia di Giardini sono presenti negli acquerelli del “pittore dei tetti di Parigi” e nelle didascalie del magistrato palermitano. Lorenzo Matassa si sofferma poi sulla storia di Florence Trevelyan, “A francisa” di Taormina, con le sue passioni e tormenti sentimentali e l’indiscusso amore per la città. Al magistrato scrittore, che ha più volte presentato la Sicilia e le sue immense bellezze, abbiamo chiesto di raccontarci il suo Grand Tour in Sicilia.

Com’è nata l’idea del libro? «L’idea del libro è nata, più di due anni fa, mentre era in corso la realizzazione della sceneggiatura del docu-film “TerraMadre” per Expo2015. Il testo aveva come centro narrativo una Sicilia di antica e profonda beltà. Cercavo di raccontare quegli scenari come fossero degli acquerelli, di colorare le parole per permettere al regista di trarre ogni minimo aspetto di una terra senza eguali. Proprio in quel contesto ho riscoperto un’idea che avevo a lungo dibattuto, anni addietro, con un grande editore parigino molto attivo a Singapore. L’editore aveva creato dei libri assai raffinati (si chiamano Sketchbooks) in cui testi ed acquerelli, insieme, raccontano i grandi luoghi del mondo in forma di appunti di viaggio. Provai a coinvolgerlo e gli esposi il mio progetto: raccontare la Grande Bellezza della Sicilia con un itinerario molto simile a quello che aveva intrapreso Wolfgang Goethe nell’aprile del 1787. Un nuovo “Grand Tour” degli anni duemila alla ricerca dell’anima di una terra dai mille colori. Era certamente più facile a idearlo che a realizzarlo. L’artista Fabrice Moireau non era disponibile e mille problemi si frapponevano al mio sogno ad occhi aperti. Ma ero certo che lo spirito di Goethe mi avrebbe assistito ed in effetti questo accadde. Allorché, dopo tante peripezie, vidi l’artista che ammiravo dipingere la chiesa dell’Ammiraglio (La Martorana) in preda ad una sindrome stendhaliana, compresi che un giorno il risultato sarebbe giunto. Così è stato. Moireau avrebbe dovuto fare solo cento disegni, ma l’amore che la Sicilia gli ha saputo infondere lo ha portato a dipingere quasi quattrocento opere».

Perché vi siete ispirati al Grand Tour? «Il viaggio goethiano in Sicilia dell’anno 1787 fu l’inizio di una nuova esplorazione intellettiva della Sicilia. Non che, prima del grande poeta tedesco, l’isola non fosse stata visitata e amata da tanti viaggiatori. Ma con Goethe – forse per la prima volta dopo molti secoli – il racconto del viaggio diventa una vera e propria leggenda. La descrizione dei luoghi fu talmente coinvolgente nei pensieri di chi lesse da far ritenere che fosse frutto della più fervida fantasia dello scrittore. Gli acquerelli di Kniep, il pittore che aveva accompagnato Goethe nel suo viaggio, divennero una specie di prova fotografica della verità di ciò che Goethe aveva visto e raccontato».

Quali sono i luoghi che più ha nel cuore e perché? «Questo lavoro sulla Sicilia, durato più due anni, mi ha permesso di studiare e approfondire aspetti storici, artistici e sociali della mia terra che mai avrei conosciuto. Seguire Fabrice Moireau nel suo itinerario, discutere con lui della bellezza iconografica che si andava componendo davanti ai nostri occhi, è stato un immenso privilegio. Ho amato i luoghi di nobile e religiosa solitudine: il Duomo di Caltabellotta o quello di Erice. Poi, i borghi marinari. E poi, ancora, le Saline con il loro struggente e maieutico infinito. Ma, sfogliando il libro, ci si accorge che non vi può essere una classifica affettiva. Ogni luogo è un racconto, ad ogni pagina un sussulto nel cuore di chi ama la Sicilia. Doveva essere la narrazione dell’amore straniero per la mia terra, ma è diventato d’un tratto il mio canto libero siciliano».

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