Teatro Antico Taormina. Aida - Foto di Giacomo Orlando
Teatro Antico Taormina. Aida - Foto di Giacomo Orlando

Galeotta fu l’Aida e chi la scrisse. Parafrasando e – inopportunamente adattando – un celebre e ben più alto verso, possiamo con certezza affermare che, nei virtuosi e fortunati cartelloni delle tre edizioni del Taormina Opera Stars, il celebre, amatissimo e – fin troppo – rappresentatissimo titolo verdiano sembra destinato ad aver minor sorte ed esiti meno propizi di altri. La rassegna, diretta da Davide Dellisanti si è negli ultimi anni imposta e ritagliata spazi sempre maggiori: gli esordi non erano stati dei più felici ma due validi allestimenti vedevano lo scorso anno protagonisti una buona “Cavalleria Rusticana” di Mascagni e una convincente “Tosca” di Puccini. La rassegna, ideata dall’associazione Aldebaran di cui sono artefici Maurizio Gullotta e Antonio Lombardo, vede coinvolte diverse volenterose realtà private e, nel fin troppo variegato panorama delle produzioni liriche e concertistiche taorminesi, non aveva deluso. Ma il rapporto con “Aida” di Giuseppe Verdi sembra essere un po’ travagliato: si ricorda, appunto, una fischiata produzione firmata dalla regia di Enrico Stinchelli ambientata in un museo egizio, all’interno del quale Radames e compagni venivano ridestati dal loro sonno eterno e i loro spiriti evocati.

L’allestimento del capolavoro verdiano andato in scena al Teatro antico di Taormina il 19 agosto scorso non ha stavolta – fortunatamente – presentato soluzioni e chiavi di lettura discutibili, per non dire azzardate e poco felici, come la singolare e precedente “mise en scene”. Nessuna profanazione dunque. Anzi, una rappresentazione assolutamente canonica, complessivamente rispettosa delle indicazioni, fedele nell’ambientazione. Campeggiava al centro della scena, ben inquadrata tra quattro monumentali obelischi, lo sguardo e parte del viso di una grande sfinge, alla sommità del quale si apriva una sorta di balconata. Preziose, opulenti scene faraoniche e ben rifinite rievocano i fasti dell’antico Egitto e sono, probabilmente, la nota più lieta dell’allestimento. Una scena fissa che è ora la sala del palazzo del re a Menfi ora l’interno del tempio di Vulcano, e ancora le stanze di Amneris, uno degli ingressi della città di Tebe, tempio di Iside e tomba di Radames. Delle rive del Nilo neanche l’ombra ma poco importa: ci si accontenta dell’ambientazione naturale. Anche i costumi sono apprezzabili e di pregevolissima fattura. Il primo atto si apre con un lento Preludio e, con la stessa lentezza, procede sicuro tra recitativo, romanza, duetti e terzetti. E anche l’esecuzione delle celebri musiche manca un po’ di solennità, esotismo e lirismo. Nel frattempo, vengono sottolineati i forti affetti, i profondi sentimenti ricambiati che uniscono il guerriero egizio alla schiava etiope contrastati dall’amore di Amneris, la figlia del Faraone, che consola la prigioniera dal suo pianto. Mentre Amneris riesce ingegnosamente a far confessare ad Aida l’amore per Radames, l’Egitto trionfa in battaglia sul popolo etiope. Sin qui tutto regolare come da libretto di Antonio Ghislanzoni, via soggetto originale dell’archeologo Auguste Mariette, e da musica di Verdi.

L’intoppo. E, ancora una volta, nella scena seconda del secondo atto, casca l’asino: sono quelli probabilmente i 15 minuti forse più celebri e attesi dell’intera opera, quelli in cui un allestimento si trasforma in un vero trionfo o un’ordinaria recita o un clamoroso fiasco. E se le scene e le maestranze sembravano potersi rivelare un punto di forza, sono le stesse a dimostrarsi traditrici nel corso di quello che – come suole essere – doveva essere un rapido “cambio scena” – eufemismo – tra le scene prima e seconda. Si abbassano le luci e, gli stessi mastri ingegneri, che per rimuovere una sorta di agrippina avevano attraversato il proscenio da sinistra a destra per poi ingombrantemente riattraversarlo durante il trasporto della stessa, si vedono impegnati nella “posa in opera” di quattro enormi flabelli, due alle pareti (con tanto di trapano avvitatore) e due infilzati alla sommità di altrettanti obelischi. Tutta colpa – insomma – dei flabelli, enormi ventagli cerimoniali in uso presso gli egizi quali simbolo di autorità e di regalità. In silenzio, orchestra e pubblico aspettano a lungo pazienti. Rumorosi e impacciati, quasi comici, diventano loro i protagonisti, alle prese con obelischi troppo alti. Disorganizzati e poco pratici, in questa loro seconda apparizione, spingono il pubblico di gradinate e tribunetta a una ola che accompagna le loro prodezze. Un intero teatro – gremito e colmo come di rado – ride e sghignazza. Stesso siparietto al momento di abbassare in modo difficoltoso un velo issato sugli obelischi, per l’occasione piegato e “imbustato” in scena. Perché soffermarsi su simili aspetti della recita? Da lì la scena seconda è tutta un programma. Le prime note dell’inno “Gloria all’Egitto, ad Iside” sono accennate dall’orchestra, salvo poi interrompersi e ripartire poco dopo: il coro ha difficoltà negli ingressi e nelle uscite, intralciato com’è dal via vai in prossimità degli stretti passaggi ai margini del palco. L’orchestra, nonostante i grandi sforzi e la precisione della bacchetta di David Crescenzi, sfoggia un’anarchica marcia trionfale, mancando di precisione in ben più di una nota. E negli ensemble, infatti, è riscontrabile la medesima confusione, imprecisione negli attacchi, stridere di violini e ottoni. Numi pietà! A concludere la non memorabile parentesi le trombe e una banda assolutamente autonoma e avulsa dal contesto: attacca a piacimento, lasciando il direttore d’orchestra e la stessa compagine interdetti. Non serve essere intenditori per comprendere che qualcosa non va: più di qualche indice di carenza di prove, regia imprecisa e poco accorta, libertà di movenze e di mimica lasciate ai cantanti. In più di un frangente sembra di assistere a una prova, tra imprevisti e improvvisazione. A farne le spese è lo spettacolo, i cantanti e soprattutto i movimenti del coro. “Aida” è un titolo dal forte appeal – il grande successo di pubblico è innegabile e indiscutibile – ma ambizioso. “Inconvenienti”, più o meno veniali e giustificabili a seconda del punto di vista, che però fanno parte integrante di una messa in scena. Tanto più se questa si svolge in un location – che oltre a concerti di Fedez e Alvaro Soler – si è ben prestata alla Nona Sinfonia di Beethoven diretta da Zubin Mehta e a un concerto della Filarmonica della Scala in occasione del G7 e che deve, per rispetto alle antiche e sacre pietre, tentare quantomeno di mantenere certi standard. Indipendentemente dall’attrattiva turistica per il pubblico e dalla competenza di quest’ultimo. E in questo frangente, un piacevole e inatteso intervento è stato quello del corpo di ballo “Danza Taormina” che, con adeguate, coerenti e non invasive coreografie, ha restituito un buon dinamismo sulla scena. Dopo il “trionfo”, l’azione è proseguita più tranquillamente, nella maniera canonica e tradizionale. Senza eccessi e senza particolari vette raggiunte. Si replicherà con una seconda recita, perché – è cosa nota – in Italia appena sopraggiunge l’estate prende ovunque la smania di fare l’opera sotto le stelle invece che, all’aperto, limitarsi a giocare alle bocce come raccomandava un grande Maestro come Arturo Toscanini.

I protagonisti. Interpretano il capolavoro verdiano il soprano Marianna Cappellani, al debutto nel ruolo della principessa etiope: già applauditissima e molto apprezzata a Taormina con la Cavalleria dello scorso anno, in “Aida” è scenicamente convincente e restituisce un buon lavoro di approfondimento psicologico del personaggio. Discreto fraseggio, più o meno sicura nei passaggi di registro, anche se mostra qualche lacuna nel canto di conversazione. Le maggiori perplessità sorgono per il tenore José Concepcion, un Radames poco brillante, generico, impreciso e difficilmente udibile anche dalla tribunetta; e per il basso Monkyu Park nei panni di Ramfis, che a differenza del Re interpretato da Shi Zong, mostra parecchie incertezze e carenze, oltre a una pronuncia un po’ problematica. Tra i comprimari meritano sicuramente una menzione l’Amneris del mezzosoprano Ines Olabarria, valida scenicamente e vocalmente con un discreto timbro, e l’Amonasro del baritono Andrea Carnevale (già Scarpia nella Tosca della scorsa edizione), che si contraddistingue per puntualità e precisione, oltre che per l’ingombrante veste e per la vistosa parrucca. I duetti non sempre restituiscono il giusto lirismo e intimismo, le atmosfere oniriche e a tratti esoteriche. Certo, quando gli interpreti cantano in prossimità dei microfoni, quasi in posizione concertistica, l’amplificazione si nota. A governare sul podio la complessa materia è David Crescenzi che si sforza di seguire attentamente le peculiarità della partitura: certo, talvolta, la compagine orchestrale evidenzia problematiche già precedentemente argomentate. Il Coro Lirico Siciliano, diretto dal M° Francesco Costa, non è protagonista della sua migliore performance: un canto a tratti slegato e ancora una volta è evidente la grande difficoltà di movimenti.

Alzare l’asticella. Per la cultura e le produzioni – si sa – sono indubbiamente tempi tristi e, senza grandi risorse economiche, ogni allestimento diventa un’incredibile impresa. Ed è già senz’altro lodevole un simile impegno e una tale iniziativa. Ma Taormina, anche a proposito di allestimenti teatrali e operistici, porta sulle spalle il fardello di una storia imponente, più e meno recente. Non ci si può e non ci si deve accontentare: serve qualità, efficienza e scrupolosa supervisione per raggiungere standard di vera eccellenza. Ed evitare, così, di cadere in banali incidenti di percorso.

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