Monica Guerritore al 62° Taormina Film Fest - Foto di Ivana Scimone ©2016
Monica Guerritore al 62° Taormina Film Fest - Foto di Ivana Scimone ©2016

Monica Guerritore, elegante e affabile signora del teatro italiano, è da sempre legata alla stagione dei fasti di Taormina Arte. La ricordiamo, biondissima e affascinante più che mai, camminare sul Corso Umberto e aggirarsi al Teatro antico – che per un intero glorioso decennio l’ha applaudita e acclamata – in occasione della penultima edizione del TaorminaFilmFest, la sessantaduesima. L’assenza si era fatta sentire e l’atteso ritorno era stato opportunatamente celebrato, assumendo le sfumature proprie della visita di un caro amico che manca da tempo. A distanza di poco più di anno, la diva Monica fa ritorno nei teatri di pietra siciliani con Anfiteatro Sicilia e guida lo spettatore al colle dell’infinito con un coinvolgente spettacolo che unisce testi celebri tra loro apparentemente inconciliabili. Dall’Inferno di Dante a Flaubert per poi giungere a Leopardi, perdendosi per una nutrita e raffinata schiera di citazioni di Pier Paolo Pasolini, Marcel Proust, Cesare Pavese, Patrizia Valduga, Victor Hugo, Paul Valéry ed Elsa Morante. A noi solo il merito di “esserci” e “dire” e “ascoltare”. A voce alta… Col cuore e con la testa… “E naufragar m’è dolce in questo mare/ e quindi uscimmo a riveder le stelle”. Forse. Una luminosa Monica Guerritore dentro il buio di una scenografia essenziale condurrà il pubblico in un viaggio spirituale nell’io interiore di ciascun individuo; una performance che racconta una discesa (e un relativo ritorno) nell’animo umano compiuto attraverso i versi di autori immortali. Un “nostos” letterario nell’animo umano compiuto attraverso le parole di grandi autori, che con forza e passione si sono interrogati sul senso dell’esistenza, sui rapporti umani, penetrando i più reconditi recessi della psiche e della coscienza. Parole, testi, versi altissimi sradicati dalla loro collocazione conosciuta per restituir loro il senso originario e potente. E poi tutta la forza espressiva di una grande attrice e la forza della musica da Wagner a Sakamoto, Barber/Bernstein, Craig Armstrong, Eleny Karaindrou che accompagnano la performance. Un racconto magico ed evocativo messo in scena grazie alla regia di Lucilla Mininno, al disegno luci di Paolo Meglio e alla produzione Parmaconcerti srl. Intensità, pause e sospiri, che tanto sembrano dire. Come fa Virgilio con Dante, la Guerritore accompagna il suo pubblico nella profondità degli inferi, dove regnano paura e solitudine. C’è l’amore che salva, quello di Beatrice che scende nel limbo e chiede a Virgilio di soccorrere il suo Dante contrapposto all’amore dolente, quello di Paolo e Francesca, condannati a vivere all’interno di una bufera infernale per scontare la passione da cui furono travolti in vita. Diventa, quindi, il Conte Ugolino, cannibale dei suoi stessi figli, salvo poi recuperare la sua dolcezza e mirabilmente interpreta “Supplica a mia madre” di Pierpaolo Pasolini: “Ti supplico non voler morire, sono qui solo con te”. Con estrema spontaneità e disponibilità Monica si è concessa a una nuova ma sempre piacevolissima chiacchierata.

Tindari e Catania, va in scena l’applauditissimo “Dall’inferno… all’infinito”, introspettivo viaggio letterario. «Per me sarà una sensazione estremamente potente. Perché il mio è un viaggio che parte dall’ingresso nel buio: è così che io intendo la selva oscura in cui Dante inizia il suo viaggio. Non una semplice foresta o un bosco ma metaforicamente un luogo sconosciuto – per l’appunto oscuro – immateriale fonte di attrazione e del quale si ha nostalgia. Accompagnata da James Hillman, che in qualche modo mi fa da guida nella scrittura del testo, quel luogo nella mia interpretazione è l’anima, il nostro sé, il nostro io interiore. E proprio partendo dal celebre primo canto, sono tre le fiere a venire immediatamente incontro comunicando il concetto di paura».

Un’operazione raffinata e di spessore intellettuale… Cosa deve aspettarsi lo spettatore? «È uno spettacolo fatto d’incontri, perdizioni, suggestioni e così racconto al pubblico la paura di iniziare un viaggio introspettivo che blocca il passo al Sommo Poeta. Saranno tanti gli incontri: dall’amore sacro a quello profano, il sentimento per il padre e la devozione per la madre, fino ad arrivare all’amore tragico di Emma Bovary. E attraverso le musiche che a volte precedono la recitazione si materializzano questi personaggi fantasmatici che rappresentano le nostre più intime pulsioni. Ugolino divora il corpo dei propri figli, un po’ come fa la madre nella Supplica di Pasolini che scrive “sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù”».

L’animo umano è ancora una volta protagonista. E Monica Guerritore una specie di Virgilio per il suo pubblico. «Osservo con meno distacco di Virgilio, vera e propria guida, mentre io mi faccio abbastanza prendere. Tanto che non mancano brani dei miei spettacoli. Metto in ballo me stessa e i miei ricordi, anche quelli di ferite, che porto al pubblico come il racconto di cicatrici del cuore. Mi sono approcciata con “Anima” di Hillman, che traccia l’ingresso nell’io interiore. “Verso un’ora qualsiasi della notte si sveglia in noi un Narratore Misterioso e comincia a raccontarci, storie compatte, fluide…”: e la potente forza indagatrice dell’Immaginazione accompagna e spiega in parte la discesa nel buio dell’intima natura umana, che Dante mette in versi nei canti iniziali della cantica».

Quanto ha influito la professione, un certo genere di repertorio e di approfondimento psicologico sulle esperienze private? «Sicuramente mi ha insegnato a osservare le pulsioni emotive, senza farmi trascinare da queste ma tentando di analizzarle. Sebbene io venga descritta come un’attrice passionale, il mio lavoro si nutre dell’analisi intellettuale e, quindi, mi sforzo di affrontare tutti i personaggi dal punto di vista mentale, cercando di comprenderne le mancanze, i cedimenti, le fratture e le crisi, come farebbe un detective o uno psicanalista. Il potere dell’analisi, che domina, frammenta e depotenzia la passionalità, mi ha aiutato a rendermi simili compagni o cose già conosciute a situazioni e fatti che accadevano nella mia di vita».

Brecht affermava che “se la gente vuole vedere solo le cose che può capire, non dovrebbe andare a teatro; dovrebbe andare in bagno”. Quanto c’è di vero? «È un paradosso! Andando a teatro è già il luogo stesso a porti in una situazione diversa e in uno stato di attenzione che si accende nel momento in cui si spengono le luci. E sorge spontaneo il bisogno di qualcosa che soddisfi quell’attenzione. Un bisogno di cose profonde, intelligenti, dense, che non siano il linguaggio quotidiano che, per fretta o facilità, sorvola su ogni cosa e rende tutto più superficiale. In teatro, al buio, si avverte subito la necessità di un dono consistente da parte di chi sta sul palcoscenico. Pensare e riflettere vale più di ogni allenamento. La coscienza, l’anima e il cuore sono muscoli che vanno allenati. E questi si ritrovano davanti alle opere d’arte e, nel teatro, sono più facilmente riscontrabili».

Ma non diventa un’impresa quasi impossibile data la superficialità della nostra quotidianità? «Non credo… Devo ammettere che riscontro una potenza devastante nel corpo a corpo che c’è in teatro, proprio perché contrapposto all’invadenza e alla semplificazione che viene dalla realtà odierna. E così si finisce per desiderare esattamente l’opposto di quello che la nostra società propone come modello».

Recentemente protagonista e reduce di un grande successo al Festival Leoncavallo. Ha avuto modo di incrociare Giancarlo Giannini, anch’egli ospite della rassegna? «No, purtroppo non l’ho incontrato (ride. Giannini ruppe la relazione, “un giorno se ne andò e non lo rividi più” n.d.r.). Dopo quei famosi diciassette anni e dopo un isolato incontro sul set de “La Lupa”, dove “si ruppe” due costole, l’ho incontrato nuovamente al Festival del Cinema di Venezia e devo dire che l’ho trovato invecchiato. È stato, invece, lui a trovarmi estremamente en beauté. E diciamo che anche quella è stata una mia piccola rivincita».

Mi sento in dovere di poter confermare entrambe le affermazioni… Ritornando seri, un anno intenso, quest’ultimo, anche sotto il profilo cinematografico. «Ho ultimato giusto un paio di giorni fa le riprese di “Matrimonio italiano”, diretto da Alessandro Genovesi, e ne sono rimasta entusiasta. Con lui, insieme a Fabio De Luigi, ho girato “La peggior settimana della mia vita”, che è stata anche la mia prima commedia e un grande successo di pubblico. Mi ha proposto il ruolo per il nuovo film e ammetto di essermi convinta sin da subito: il personaggio femminile fa da contraltare a Diego Abatantuono, attore potente e incarnazione del maschio Alpha. La donna che interpreto arriva a cacciarlo di casa e ad andare a dormire alla Casa comunale dove riveste la carica di sindaco perché non accetta l’unione di nostro figlio con un altro uomo. Lei, invece, non rinuncia all’idea di un matrimonio da favola e ingaggia per le nozze il wedding planner Enzo Miccio. Scatena contro il prete, un bravissimo Antonio Catania, e intraprende la sua personale battaglia».

E non è mancato nemmeno l’ultimo film di Michele Civetta, un horror! «”L’esecutrice”, con Asia Argento, è un film sperimentale, molto particolare. C’è una figura femminile che non è chiaro se sia reale o un fantasma. A lei si contrappone una ragazza, orfana di madre, che fa ritorno in un castello. Un bellissimo horror, davvero enigmatico».

Il rapporto con il grande schermo è stato un po’ burrascoso. E spesso ingiustamente è stata messa ai margini. «Lo scorso anno sono stata candidata ai Nastri d’Argento con “La Bella Gente”, per la regia di Ivano de Matteo. Ogni tanto riesco a trovare qualche personaggio che mi diverte. È difficile mi scritturino per qualsiasi film, però a volte sbuca fuori qualche ruolo femminile fuori dagli schemi, spesso di moglie in un matrimonio in crisi. Poi nella comicità, con la leggerezza, il messaggio sociale passa con più facilità».

A proposito di “Mariti e mogli”, ha recentemente portato in teatro l’omonimo spettacolo tratto dal successo di Woody Allen. «È stato un orgoglio immenso che, per la prima volta in Italia, il genio newyorchese abbia dato a me la possibilità di trarre e di scrivere una drammaturgia dal suo celebre film. Si è convinto anche perché si potrebbe definire materia mia: per tre anni ho portato in teatro “Scene da un matrimonio” di Bergman, film dal quale lo stesso Woody ha tratto ispirazione. A divertirmi più di tutto è stata l’ambientazione in una sala da ballo nella quale i personaggi sono costretti a rimanere tutta la notte a causa di un epocale nubifragio. E tra un ballo e l’altro, con la complicità di Dioniso, succede il finimondo».

Pensa sia possibile anche oggi che una giovane attrice esordisca a sedici anni diretta da uno Strehler? «I grandi maestri ci sono tutt’oggi, come Sepe, Lavia e Andò. Al cinema abbiamo i vari Garrone, Tornatore, Virzì e numerosi altri. Lo stesso vale per i giovani e validi attori. Il problema è la scelta e non dipende dal contesto: quando io ho esordito con “Il giardino dei ciliegi” era l’epoca degli albori di Canale5, c’era “Drive in”. Nonostante il grande successo di “Manon Lescaut”, sono stata io a decidere di non fare televisione per diciotto anni. Il problema dei giovani non è la scuola, quella c’è. L’importante è la forza interiore di non cedere al minimalismo, a YouTube, ai social e a questo genere di cose. La scelta sta a loro».

Nel 1981 si inaugurava il sodalizio con Gabriele Lavia. Come sta andando? «Benissimo, l’ho appena sentito! Ho ritrovato giusto oggi una foto che lo ritrae con le stampelle durante un’ultima memorabile recita di “Riccardo III” a Taormina e gliel’ho recapitata via messaggio. Lui l’ha riconosciuta subito! Oggi tra noi va molto bene, ci vediamo spesso. Siamo una famiglia, anche se un po’ allargata e con nuovi compagni. E poi abbiamo due splendide e dolcissime figlie!»

La storia e i fasti di Taormina Arte sono inscindibilmente legati ai grandi successi al Teatro antico che hanno a lungo visto protagonisti lei e Lavia. «Naturalmente! Non è un caso che anche questa tournée nei teatri di pietra la stia facendo con l’amico Ninni Panzera, anima di TaoArte, che non smetterò mai di ringraziare. Penso che Taormina debba ripartire da Teatro, Cinema e Musica, come si faceva una volta. Tre i mesi: luglio, agosto e settembre. In questo senso sarebbe opportuna la nomina di altrettanti direttori artistici che curino ognuna delle singole sezioni. Ai tempi, oltre a Lavia, c’erano Sinopoli e Ghezzi. Funzionava benissimo e da questo bisognerebbe ripartire. Quattro eventi per sezione, purché si tratti di vere eccellenze. Così si tornerebbe a ragionare».

I nostri teatri di pietra vengono spesso concessi a produzioni non all’altezza, poco rispettose di questo nostro patrimonio. «Non posso che fare un appello a Franceschini, che sta lavorando molto bene. Sono stata a Paestum e devo dire che la sua direttiva sui teatri e sulla salvaguardia di questi luoghi è validissima. C’è una consapevolezza nuova, diversa. Speriamo che questa prenda piede. E che venga data la possibilità all’amico Ninni, vera e propria garanzia, di tornare a fare quello che si faceva un tempo».

Da cosa pensa debba ripartire la kermesse cinematografica, che sta vivendo una storia recente piuttosto travagliata. «Sono convinta che un festival del cinema, soprattutto con una storia così imponente, debba fondarsi su un premio importante, del calibro dei Nastri o dei David. Si potrebbe ad esempio, proprio in occasione del premio consegnato annualmente dal SNCCI, mobilitare il mondo del cinema italiano in tre intense giornate. E non devono mancare i film, non necessariamente anteprime internazionali ma validi e di qualità, unitamente a stage, incontri e lectio al PalaCongressi».

Prossimi impegni e progetti a medio e lungo termine? «Dopo le due tappe siciliane, che concludono il mio anno teatrale, mi prenderò una pausa. Almeno fino a un evento molto importante a settembre che è il matrimonio di Maria, la mia primogenita. E con “Matrimonio italiano”, “Mariti e mogli” e le nozze di mia figlia quest’anno sicuramente è stato un trio eccellente!»

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