Antonio Presti
Antonio Presti

C’è chi la chiama carità, chi business. Chi la incoraggia, chi la respinge. Il tema dell’accoglienza migranti, che sta arroventando l’estate taorminese, divide e confonde. È bastato l’annuncio del possibile arrivo in città di 38 migranti a scatenare le polemiche. E mentre qualcuno parla di “occasione” auspicando l’inserimento dei profughi nel tessuto socio-economico della città, qualcun’altro si interroga su chi ha interesse a speculare sull’arrivo di questi poveri disperati. Non succede solo a Taormina. Il dibattito riecheggia dal nord al sud del Paese. «Ma non è razzismo – come sottolinea Antonio Presti – ci opponiamo semplicemente alla sostituzione di popolo. Taormina in questo momento non ha bisogno dei migranti, ma di rigenerarsi attraverso la bellezza e la conoscenza». Il mecenate messinese, alla guida del progetto di riqualificazione del Villaggio Le Rocce di Mazzarò, parla di invasione di altre culture, perdita di identità e futuro vanificato per i giovani italiani.

I migranti e l’accoglienza. «È come se stiamo assistendo a una placida invasione – afferma Antonio Presti – Non si deve più parlare di sbarco ma di innesto di culture. Con l’accoglienza forzata dei migranti lo Stato ha tradito il popolo italiano che vede i propri figli andar via rimpiazzati dai nuovi arrivi». Di accoglienza a trecentosessanta gradi si è discusso durante l’incontro a Villaggio Le Rocce con le Pro Loco della riviera jonica messinese. «Non è più emergenza sbarchi – continua il mecenate messinese – l’immigrazione è una condizione con cui facciamo i conti ogni giorno con milioni di arrivi sulle nostre coste. Dietro la maschera degli aiuti e della solidarietà si nascondono spesso interessi economici. Chi ci governa dovrebbe pensare prima agli italiani, aiutare i propri figli a rimanere e costruire il futuro in patria». L’invito alla classe politica italiana arriva dal candidato al Senato della Repubblica in Sicilia nella lista Il Megafono alle elezioni politiche del 2013. «Lo Stato – sottolinea Presti – ha prima di tutto il dovere di tutelare gli italiani e solo dopo pensare ad aiutare gli altri».

«Sostituzione di popolo, di questo si tratta» è categorico Antonio Presti. «Siamo un popolo che per la difficile congiuntura economica o perché si affaccia tardi al mondo del lavoro non fa più figli. La crisi demografica unita all’arrivo in massa di extracomunitari, che potrebbero avere presto il diritto di cittadinanza, rischia di intaccare la nostra identità culturale». E i numeri danno ragione ad Antonio Presti. Le nascite nell’ultimo anno sono state solo 474 mila a fronte di 608 mila decessi. Un Paese destinato a morire e che viene ogni giorno salvato dall’arrivo di migliaia di migranti. «È iniziata la sostituzione del popolo italiano. Va anche detto che la colpa è tutta nostra. Da una parte perché non creiamo le condizioni affinché i nostri figli possano rimanere in Italia, dall’altra perché non difendiamo i nostri confini». La vecchia Italia viene, quindi, sostituita un po’ alla volta dall’arrivo di nuovi migranti.

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