La Carmen (Balletto) al Teatro antico di Taormina. Da sinistra: Marco Bozzato, Paola De Filippis, il maestro Stefano Salvaltori, Chiara Amazio, Josè Perez e Simona Filippone
La Carmen (Balletto) al Teatro antico di Taormina. Da sinistra: Marco Bozzato, Paola De Filippis, il maestro Stefano Salvaltori, Chiara Amazio, Josè Perez e Simona Filippone - ©2017 Ph Giacomo Orlando

In una magica notte di musica e danza, il balletto “Carmen” di e con José Perez, sulle note dell’omonimo dramma in quattro atti di George Bizet eseguite dall’Orchestra del Teatro Massimo Bellini di Catania, ha travolto e affascinato il pubblico presente al Teatro Antico di Taormina. L’allestimento, nel cartellone del circuito Anfiteatro Sicilia, promosso dalla Regione Siciliana – Assessorato Turismo, Sport e Spettacolo, co-prodotto dall’ente lirico catanese e dall’ASDC Futuro Danza Palermo di Simona Filippone, restituisce in grande stile il balletto a una cornice spettacolare e lo fa con un’opera dal fascino immortale, riletta e rivisitata in chiave moderna. L’amatissimo capolavoro del compositore parigino, commissionato dall’Opéra-Comique, si discostava eccessivamente dai canoni allegri dei soggetti facili e a lieto fine del teatro per famiglie. Se, da un lato, parzialmente, è possibile constatare l’atmosfera frizzante e vivace di alcuni passaggi, non è altresì possibile riscontrare leggerezza nel finale e nelle tematiche: contrabbando, illegalità, zingari, ladri, sigaraie, nonché una passione “malata” e morbosa sfociata nel sangue e culminata con un estremo atto dettato dalla gelosia. Una materia cruda ed esplicita, considerata immorale e dissoluta, essendo priva di un appropriato e conveniente filtro per il pubblico borghese (sebbene i librettisti Meilhac e Halévy avessero già edulcorato la caratterizzazione originale dei personaggi dell’omonima novella del 1845 di P. Mérimée, da cui l’opera è tratta). Eppure, l’opera di Bizet non ha forse eguali per universalità del messaggio – eternamente attuale – e per l’intramontabilità delle melodie.

La produzione firmata José Perez, nella duplice veste di coreografo e protagonista maschile – già concepita per una cavea classica, ha debuttato nel settembre 2015 al Teatro Romano di Benevento in una messa in scena con atto unico da un’ora e mezza, ponendosi come un ponte tra passato e presente in cui è centrale il nodo dei sentimenti, delle emozioni che si spiegano in un’interpretazione simbolica. Le scene di Raffaele Ajovalast smaterializzano, stilizzano e accennano appena all’ambientazione spagnola – eppure spesso accostata alla Trinacria – con la piazza, l’osteria di Lillas Pastia, il covo dei contrabbandieri e la Plaza de Toros, collocando le vicende in uno spazio astratto e senza tempo, che varia dai toni chiassosi e popolari delle sigaraie a momenti di struggente lirismo e drammaticità. E, sotto questo profilo, appaiono perfettamente coerenti e adatti al contesto i costumi di Xanto Danza di Marcella Panico. Le drammatiche vicende sono rese ancor più coinvolgenti e appassionate dalle sapienti e argute coreografie di Perez, étoile internazionale ed artista versatile e navigato, che celebra, senza estremizzazioni e lungaggini, la quotidianità, le passioni e i sentimenti umani, la vita e la morte per poi giungere – in un crescendo che ha offerto più di qualche spunto – alla tragedia annunciata che sfocia nel femminicidio di Carmen per mano di Don José. Perez pone al centro i contrasti dell’animo umano, in relazione all’amore, alla superstizione, al fato avverso, al tradimento e alla gelosia, che caratterizzano i personaggi e la loro azione. Una coreografia ben costruita, coerente e variegata, dai festosi motivi zingareschi all’incalzare del vero e proprio dramma, in una continua tensione ed evoluzione. Una Carmen moderna e molto più che semplicemente godibile, chiara nella narrazione attraverso la danza e la forte e vibrante carica espressiva dei danzatori. Un’impresa coraggiosa e audace messa in piedi avvalendosi anche di René De Cárdenas, assistente alle coreografie, e di una compagnia di giovanissimi danzatori – in gran parte siciliani – appositamente scelti con una rigorosa selezione: il ben amalgamato corpo di ballo era composto da Roberta Bozza, Carla Farina, Noemy Odile Cottonaro, Lucia Zimmardi, Serena Guerrera, Beatrice Rancani, Antonio Barone, Silvio Liberto, Vittorio Pagani, Francesco Capasso, Daniele Sciarrone. Interpretazioni di grande impatto artistico e che hanno denotato matura professionalità, in cui Don José Perez – appunto nel tormentato ruolo del brigadiere dei Dragoni – ha espresso la propria conclamata preparazione tecnica e prestanza fisica, restituendo il ritratto di un uomo folgorato dalla bellezza della zingara e in balia dell’ardore amoroso e della smania di possesso. Rimasto turbato dal fiore gettato ai suoi piedi di fronte a soldati, popolani e alle sigaraie della fabbrica, accecato dall’amore, priverà l’amata della vita in seguito allo sprezzante lancio dell’anello da parte di lei. Un giovane che ha rinunciato ai propri valori, militari e morali, dapprima diventando un fuorilegge e decretando, poi, con il grido finale di disperato pentimento, la propria rovina. Amore e potere, due passioni forti e spesso rovinose; una discesa agli inferi potente e vigorosa che prende forma in un finale concitato, dinamico e riuscitissimo, che raggiunge vette elevatissime di phatos.

Marco Bozzato (Escamillo), Chiara Amazio (Carmen) e Josè Perez (Don Josè) – ©2017 Ph Giacomo Orlando

I giovani talenti. Ma la suggestiva performance è impreziosita soprattutto da tre giovanissimi e purissimi talenti, quali Chiara Amazio (Carmen), Marco Bozzato (Escamillo) e Paola De Filippis (Micaela). La diciannovenne catanese, diplomata con lode all’Accademia del Teatro alla Scala e già entrata nel corpo di ballo scaligero, riesce a incarnare mirabilmente la provocazione, l’inquietudine, la ribellione, il desiderio di proclamarsi libera del personaggio. Con forza e coraggio la Amazio impone la propria personalità, restituendo bene anche la carica erotica: è lei a tenere le redini e a dettare le regole del gioco; rivendica la propria emancipazione, andando incontro a un destino segnato e ineluttabile (che con estrema facilità rimanda a tanti episodi di cronaca all’ordine del giorno). Le sue scelte sono coerenti, fino al tragico epilogo, con il desiderio di indipendenza. Una prova che mostra una solidissima tecnica, eleganza e precisione nei movimenti aggraziati. Sfacciata, un po’ bulla, ma anche molto sensuale e capace di provocare con gusto e fascino. Applauditissima, ha messo in mostra valide doti artistiche e interpretative, validi presupposti e volàno per un futuro molto roseo. La sua Carmen, volitiva e volubile, si caratterizza per l’intensa espressività. Particolarmente elegante e virtuoso anche l’Escamillo di Marco Bozzato. Sicuramente non gli manca le physique du rôle: un toreador virile, determinato, con un pizzico di autocompiacimento, fascino, superbia e frivolezza. Raffinato e sinuoso, dalle linee precise e morbide, risulta assolutamente all’altezza. Rifuggendo la macchietta, con sicurezza e strumenti tecnici in crescita, Bozzato ha le giuste armi per interpretare il ruolo (più efficaci di qualsiasi banderillas). A completare il triangolo di amore e morte è la Micaela interpretata da Paola de Filippis, che nella rivisitazione di José Perez non è più la promessa sposa di José, ma sua complice e amica di Carmen, di cui vorrebbe essere l’alter ego. Forse la più piacevole sorpresa, la giovane ballerina è drammaticamente e sensibilmente credibile, senza rischio di eccessi e rifuggendo il patetico che spesso connota il personaggio.

I ballerini si guardano; fanno parlare il corpo, lo sguardo affinché trasmetta amore e sicurezza, l’abbraccio perché il corpo esprima quel che deve. Ma immortali musiche di Bizet (tratte tutte dall’omonima opera fatto salvo un solo brano in prestito da L’Arlésienne), non su base registrata come sempre più spesso avviene negli spettacoli di danza, sono state eseguite dal vivo dall’orchestra del Teatro Massimo “Vincenzo Bellini”, diretta dal maestro Stefano Salvatori: una performance nel complesso convincente e bilanciata da parte della compagine, anche se non sempre elegante e con gli archi leggermente sacrificati. Al Teatro antico si consuma ancora una volta il dramma di Carmen, stavolta caratterizzato da una mutazione storica nella quale sono state adottate modernità sceniche con una profonda attualizzazione tematica: una storia che si ripete, come un odioso tributo all’amore malato che giornalmente affolla le pagine di cronaca nera. Lo spettatore non stacca gli occhi dalla storia che, in realtà, è senza tempo, grazie anche ai talenti che si sono esibiti sul prestigioso proscenio taorminese. Un plauso particolare va a José Perez e ai fautori di un allestimento di qualità e che promuove le giovani e valide risorse alle quali, sovente, non sono concesse occasioni. E sostenere la danza e i danzatori appare quanto mai necessario, vista la crisi in atto dell’intero settore. Se poi la scelta del titolo ricade su “Carmen” la buona riuscita non può che essere assicurata. Nietzsche assistette a più di venti rappresentazioni con la medesima “reverenza”, ammaliato da come l’opera “integri la natura di un uomo. Malvagia, perversa, raffinata, fantastica, eppure avanza con passo leggero e composto”. Nessuna smorfia né contraddizione, connubio perfetto di felicità e fatalità, metafora della fugacità della vita, coinvolge per tripudio di colori e spettacolarità. L’impareggiabile equilibrio concilia il tutto. “Carmen” ha superato i più rosei pronostici di Čajkovskij, gode oggi di una longevità e di una popolarità straordinaria, incarnando – se non il gusto – l’atmosfera di un’epoca.

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