La masterclass con Isabella Ragonese
La masterclass con Isabella Ragonese

Sarebbe troppo facile – e irresponsabile in modo direttamente proporzionale – sparare a zero sul Taormina FilmFest. Chi scrive è amico del festival ma al tempo stesso – si spera – giudice di un’obiettiva valutazione. La 63ª edizione del Taormina FilmFest, in qualche modo, entra a far parte degli annali: per le polemiche, per le vicende giudiziarie, per la penuria di risorse, per la vera e propria “mission impossible” di una pianificazione in meno di un mese, ma già per il sol fatto di esser stata portata al termine. Siamo giunti al giro di boa e, se il passato ci è sufficientemente noto, sul futuro sorge spontanea qualche incertezza e qualche perplessità. Ciò che senza dubbio è saltato all’occhio di ogni affezionato frequentatore della kermesse è la macroscopica soluzione di continuità con il passato mediamente recente: niente divi hollywoodiani, niente glamour, niente lustrini, niente Teatro antico. Ma tutto ciò era, naturalmente e consapevolmente, messo in conto. Certo, ne sarà rimasta delusa quella fetta di pubblico e di stampa che ne fa un condicio sine qua non della propria presenza e che, infatti, quest’anno non ha fatto transito a Taormina nemmeno di sfuggita. L’edizione che segna il ritorno della rassegna sotto l’egida di Taormina Arte e della neo-costituita Fondazione non si è limitata a una gestione “in house” ma ha goduto del cofinanziamento di Sensi Contemporanei, dell’Agenzia per la Coesione Territoriale, del Ministero per i Beni e le Attività Culturali/Direzione Generale Cinema, dell’Assessorato Regionale al Turismo Sport e Spettacolo/Ufficio Speciale per il Cinema e l’Audiovisivo/Sicilia Film Commission ed inoltre del supporto dell’Anec, dell’Agis e del Comitato di Coordinamento dei Festival Siciliani.

Alla ricerca di un’identità. Gli “amici” della manifestazione vi hanno preso parte, anche stavolta, nonostante tutto e tutti. Questo, però, non ci spinge a essere meno critici e imparziali. Il TFF63 ha indubbiamente avuto punti di forza ma anche limiti, quest’ultimi per certi aspetti scusabili e connaturati alla transitorietà dell’edizione. A detta di tanti, torna protagonista il cinema e il grande schermo, con numerose proiezioni, con qualche felice risultato, spunto interessante e un complessivo buon livello. Da riorganizzare, quando le condizioni consentiranno un’opportuna programmazione, le sezioni: dalle anteprime alle opere prime, dai film-maker siciliani a documentari e corti. E se da un lato – finalmente – nelle sale del Palacongressi e del Cinema Olimpia tornano i film non si può dire altrettanto riguardo al pubblico: più cinefili presenti e meno cacciatori di selfie. Chiaramente – inutile dirlo – le rispettive proporzioni non vedono competizione ed ecco la prima grande priorità in ottica futura: ricostituire un pubblico. Negli ultimi decenni il TFF ha cessato di essere un festival cinematografico propriamente detto; niente film in Concorso, niente critica e come risultante una piazza festivaliera bruciata. L’utenza taorminese è mondana, modaiola e intrinsecamente diversa da quella di altri grandi festival italiani, anche significativamente recenti. E il secondo grande interrogativo prioritario è quello relativo al “format” e alla formula che il festival dovrà assumere nei prossimi anni. Glamour? Grandi ospiti e vecchie glorie? Premiazioni? Proiezioni e concorso? Oggi è probabilmente questa la priorità: restituire un’identità precisa e definita a una manifestazione che vanta una storia lunga più di sei decenni. Altro nodo che la Fondazione sarà tenuta necessariamente a sciogliere è quello relativo alle date e al periodo in cui il festival dovrebbe trovare stabile collazione. Vi è, quindi, tutta una serie di interrogativi sui quali andrebbe posta l’attenzione degli organizzatori, al fine di rilanciare o meglio rifondare una kermesse seconda, per storia, soltanto a Venezia. E magari buttando un occhio a realtà emergenti che, pur godendo di ben altre risorse, sono riuscite a guadagnarsi spazio e visibilità nel panorama festivaliero italiano. Tanti gli sforzi fatti nell’ultimo mese ma non ci si può e non ci si deve cullare di quanto fatto. È un bene che il festival si sia aperto alla città, alle risorse locali ma deve guardarsi dal non scadere nel provincialismo.

Un punto di partenza. Pietro Di Miceli, Commissario straordinario della Fondazione, al quale si unisce concorde Alessandro Rais, dirigente della Sicilia Film Commission, hanno definito l’ente appena costituito come uno strumento utile a sveltire la burocrazia e hanno annunciato un prossimo bando per sponsor privati e un progetto triennale. Privati che, però, non avrebbero stavolta un peso determinante nelle scelte inerenti ai contenuti. Del resto, prima di ogni altra cosa, urge definire l’aspetto economico e la solidità opportuna a garantire continuità e programmazione. E, se tutto ciò fosse possibile, una più approfondita discussione delle criticità sopra evidenziate da parte di un eventuale comitato scientifico e da parte di un’autentica direzione artistica non sarebbe poi così utopica. E gli amici del festival non possono che sperare, ancora una volta, vada tutto per il meglio. Ma si sa, è cosa nota a Taormina, gli imprevisti sono sempre dietro l’angolo…

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