Eugenio Longo, ex sindaco di Taormina
Eugenio Longo, storico sindaco di Taormina

«Ricordo ancora quella tarda mattinata del 9 luglio del 1943, giorno a Taormina della festa di San Pancrazio (patrono della città), quando arrivarono all’improvviso due Spitfire della Raf e bombardarono il San Domenico». Lo afferma, in concomitanza con la ricorrenza del 9 luglio, il prof. Eugenio Longo classe 1923, storico sindaco di Taormina e memoria della città la cui testimonianza di quanto avvenne è stata raccolta nelle scorse ore, nel corso di un apposito incontro, dallo storico taorminese Piero Arrigo, ricercatore di fatti ed avvenimenti locali sulla Seconda Guerra Mondiale. «Ho visto le bombe materialmente cadere sull’albergo – spiega il prof. Longo -. Subito dopo si diffuse l’allarme e moltissimi taorminesi sfollarono nelle loro case di campagna prevedendo un possibile ritorno degli aerei nel pomeriggio come del resto fu. Alle 17 circa suonarono le sirene e subito dopo avvenne il bombardamento che sentii con le mie orecchie e sotto i miei piedi perché la terra tremava tutta. La zona colpita era la parte sud di Taormina ed io mi avventurai, appena gli aerei se ne furono andati, alla ricerca di mio padre che aveva fatto nel primo pomeriggio un trasporto con il suo carretto per conto della famiglia Gerandini».

Silenzio spettrale. «All’altezza dei Combattenti – ricorda il professore Longo – non si passava più per le macerie e per la polvere che ancora stagnava nell’aria. Arrivai ugualmente tra mille difficoltà in Piazza Municipio. Ricordo che non c’era anima viva ed un silenzio spettrale rendeva ancora più cupo lo scenario delle devastazioni. Proprio di fronte la farmacia Ragusa che per fortuna era stata risparmiata morì sull’uscio di casa una bellissima ragazza Antonina Ragusa: la mamma era un’insegnante elementare».

Bombe e macerie. «Ricordo che sotto le macerie poco distanti sentivo un bambino recitare il Padre Nostro che non riusciva a completare perché subito dopo gridava aiuto – aggiunge il prof. Longo -. Con l’intervento di qualche altro per fortuna sopraggiunto mi misi a scavare con le mani e lo tirammo fuori. Accanto a lui si vedeva la gamba della mamma morta che probabilmente gli aveva fatto da scudo con il proprio corpo. Riuscii in qualche modo a raggiungere il Carmine colpito in pieno dalle bombe e subito dopo il posto dove ero diretto dalle parti di Cuseni per rintracciare mio padre. Anche noi sfollammo in campagna a Petralia e ritornammo a Taormina solo dopo il 14 luglio del 43 quando arrivarono le truppe britanniche. Un cartello scritto in inglese sulla porta secondaria dell’Hotel Metropole mi fece capire che eravamo ormai stati presi dal “nemico” e mi misi a piangere».

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