Il presidente della Regione siciliana, Rosario Crocetta
Il presidente della Regione siciliana, Rosario Crocetta

Era prevedibile, era inevitabile. Alla fine il Partito Democratico ha dato il benservito a Rosario Crocetta e con tanti saluti lo ha “ringraziato” per aver affossato il centrosinistra in Sicilia e per averlo praticamente destinato a delle Elezioni Regionali che assomigliano già sin d’ora a una Via Crucis dal destino scontato o quasi. La sentenza l’ha scritta Ettore Rosato, capogruppo del Partito democratico alla Camera, che ha deposto sul piano politico la lapide sugli ultimi cinque anni di centrosinistra in Sicilia: «L’esperienza di Rosario Crocetta può dirsi chiusa? Direi di sì. Si è chiusa con luci e ombre – ha detto Rosato – con cose che hanno funzionato e altre un po’ meno». Le cose che hanno funzionato sono state alquanto impalpabili, quelle che non sono andate bene invece sono talmente evidenti che hanno zavorrato senza appello le speranze e le ambizioni di ricandidatura dell’attuale Governatore.

Il benservito. «Ci vuole discontinuità – ha evidenziato Rosato – e l’eleganza di una coalizione ampia che prenda atto dell’esperienza che c’è stata e che parta proprio da Palermo, dalla capacità di Leoluca Orlando di aggregare forze politiche, anche eterogenee per fare la stessa cosa alla Regione». Parole che arrivano a contorno della “preoccupazione” espressa sui conti della regione che venerdì non sono riusciti a ottenere il giudizio di parifica da parte della Corte dei conti: «Il governo ha fatto uno sforzo straordinario – sostiene Rosato – dando risorse finanziarie come mai in passato alla Regione Siciliana. Se di fronte a questo non si è riusciti a rimettere i conti in ordine da parte nostra c’è una forte preoccupazione».

Il dopo Crocetta. Proprio Orlando ha già annunciato un incontro per il 10 luglio con i rappresentanti della coalizione che lo ha sostenuto alle Amministrative dell’11 giugno: «Li inviterò ad avviare un percorso di proposta programmatica». Ma a questo punto chi andrà a candidarsi nel centrosinistra corre il serio rischio di giocare una partita a perdere, con una competizione ad handicap difficilmente non etichettabile come figlia della legislatura presieduta da Crocetta. E non a caso è uno scenario che non interessa a Piero Grasso, presidente del Senato, tirato in ballo, invocato e cercato e corteggiato da più esponenti del Pd per provare a fare il “salvatore della patria” nella sua Sicilia. Ma Grasso non è interessato, non vuole fare la foglia di fico e guarda già ad altre scadenze e altri obiettivi. A quanto pare potrebbe trovarsi in corsa per il dopo-Mattarella per la presidenza della Repubblica, scadenza lontana tuttavia ancora altri cinque anni. Se ne riparlerà nel 2022, una vita, un secolo di politica davanti e allora Grasso potrebbe puntare a un ruolo di primo piano dopo le elezioni nazionali che difficilmente vedranno trionfare qualcuno e che di fatto si avviano a determinare un nulla di fatto che obbligherà chiunque a fare accordi con i propri avversari. Ciò eliminerebbe dalla corsa i candidati Premier delle rispettive coalizione e mettere in campo i garantiti della cosiddetta politica delle larghe intese.

Chi si immola? E allora chi sarà il candidato del centrosinistra in Sicilia? In cabina di regia c’è Maurizio Lupo, scalpita Leoluca Orlando ma alla fine l’agnello sacrificale della Waterloo di novembre potrebbe essere il sottosegretario Davide Faraone, renziano doc che da tempo spera e insegue la nomination per la presidenza. Poi ci sarà da scalare una montagna a mani nude in campagna elettorale e questo è un dato tanto evidente quanto

© Riproduzione Riservata

Commenti