Paolo Villaggio
Paolo Villaggio

Il primo viaggio nell’infinito lo aveva fatto già 24 anni fa, con “Fantozzi in paradiso”, l’ottavo capitolo della saga fantozziana, realizzato nel 1993. Stavolta Paolo Villaggio è tornato davvero alla Casa del Padre. Il più grande perditore di tutti i tempi al cinema, un attore e un uomo intelligente come pochi altri se n’è andato all’età di 84 anni. Tutto e il contrario di tutto, nell’immaginario collettivo l’artista genovese è stato il più riuscito paradigma emozionale dell’eterno conflitto tra la natura umana del saper vincere o dover perdere, del vivere da pecora o da leone, del sorridere o piangere, del sentirsi importante e del non contare nulla. Oltre la solita grigia retorica della circostanza, Paolo Villaggio esce di scena all’età con l’onore delle armi di milioni di italiani che lo piangono e lo salutano, che lo hanno amato e non lo dimenticheranno, ma soprattutto col merito più grande che possa essere riconosciuto a un artista, perché la vita finisce e ogni età viene inghiottita dall’inesorabile volgere del tempo ma qualcosa rimane.

Una storia senza tempo. È un esercizio banale ma inevitabile ricondurre tutto a Fantozzi. Il primo Fantozzi risale al lontano 1971 eppure a distanza di 46 anni la saga di quel personaggio resiste, fa ancora divertire ed è un perdente immortale che non morirà mai. Sono almeno cinque le generazioni che si sono appassionate alle esilaranti vicende del ragioniere Fantozzi e d’altronde chi scrive queste righe ha iniziato a sorridere con quei film negli Anni Ottanta e 30 anni dopo si vede adesso chiedere dalle proprie nipoti di mostrargli i video più divertenti raccolti su Youtube: la scena della sfida alla dieta del dottor Birkmayer, lo sprint mattutino per andare a prendere il bus, le mille vicissitudini con la moglie Pina e la figlia Mariangela, il corteggiamento tanto assillante quanto disastroso alla signorina Silvani, le comiche insieme al ragionier Filini, quel Gigi Reder che lo attendeva in paradiso dal 1998 e col quale si saranno a quest’ora già ritrovati.

Il sottoposto antesiniano. Villaggio ha portato al cinema lo stereotipo più riuscito dell’uomo medio sempre vessato dalla vita, dalla società e dai colleghi, consapevole dell’essere condannato ad essere sopraffatto, i cui tentativi di riscatto falliscono puntualmente. Il mondo descritto nei suoi libri e nei suoi film è stato talvolta brutale nell’esasperazione del classismo, volgare nell’esibizione della gerarchia, rude nello scontro a viso aperto tra l’alto e il basso, spietato nello scontro tra il sottoposto e il capo dove non c’era mai il lieto fine. Ma era tutto limpido e senza filtro, per certi versi antesiniano nel mostrare all’italiano il dipendente pubblico che scappava dall’ufficio per inseguire dei privilegi, maldestra rappresentazione che fa venire in mente gli assenteisti di questi anni, i furbetti del cartellino che timbrano e poi vanno al mare.

Fantozzi nel lessico italiano. L’attore genovese ha utilizzato il personaggio giocando sia con la lingua (le storpiature del cognome di Fantozzi e delle coniugazioni verbali) che con il corpo, e usando una serie di frasi ed espressioni consacratesi in modo indelebile nella cultura popolare italiana. Merdaccia, coglionazzo, vadi, venghi, dichi, fogna di Calcutta, puccettone, salivazione azzerata, fronte imperlata di sudore, la poltrona in pelle umana, la nuvola da impiegato, il direttore galattico, il megadirettore naturale, il Dir. Gen. Lup. Mann. Gran Farabut: tutto questo lessico della disperazione e del sopruso, il lessico usato e subito da chi sopravvive non solo ai piani bassi dell’organigramma aziendale ma ai piani bassi della vita, è diventato ormai – e stabilmente – lessico familiare degli italiani, senza distinzioni di ceto, istruzione, provenienza geografica. Un esempio più unico che raro di attore che imprime il marchio delle sue battute nel vocabolario della quotidianità, incredibile eppure vero.

I capolavori nazionalpopolari. Il personaggio dell’eterno perdente si è conquistato a spallate, di diritto e a pieno titolo, un posto nella storia italiana: quella cinematografica ma ancor prima culturale e sociale, come un fenomeno assai meno sciatto e banale di quel che può sembrare. E in fondo il capolavoro di Paolo Villaggio è quello di aver reso piccoli eroi nazionalpopolari i vari Ugo Fantozzi, Giandomenico Fracchia, Dalmazio Siraghi, Paolo Casalotti. Oltre Fantozzi quanti altri film e quanti altri personaggi ha reso difficilmente dimenticabili, riuscendo nell’impresa straordinaria di scolpire nelle menti e nei ricordi degli italiani il volto e le gesta di quei campioni autentici di negligenza, spernacchiati eppure irresistibili, indistruttibili nel passare da una sventura all’altra regalando ad ogni italiano momenti di buon umore sempre e in ogni caso.

L’amaro saluto della figlia. «Ciao papà ora sei di nuovo libero di volare», ha scritto la figlia Elisabetta Villaggio, mentre Paolo Villaggio si era spento pochi istanti prima nella clinica Paideia di Roma. Solo pochi mesi fa, la stessa Elisabetta si era sfogata condividendo su Facebook un selfie col padre e denunciando che il cinema italiano aveva abbandonato l’attore, noto soprattutto per aver interpretato il ragionier Ugo Fantozzi, ma che nella sua lunga carriera aveva lavorato anche con registi del calibro di Fellini, Ferreri, Lina Wertmüller, Ermanno Olmi e Mario Monicelli. Taormina ha omaggiato Villaggio al Festival del Cinema nel giugno 2008, premiandolo al Teatro Antico. L’estate successiva, il 12 agosto, avrebbe dovuto recitare sempre a Taormina nello spettacolo “Vita morte e miracoli’ al Palazzo dei Duchi di Santo Stefano, ma fu fermato qualche giorno prima da un infortunio al ginocchio.

L’ultimo ciak. «L’Italia non ha gratitudine nei confronti dei monumenti del passato, ma è vero anche che dopo una certa età diventa tutto più difficile», non a caso ha detto Ricky Tognazzi nel ricordare Villaggio. È un po’ il destino ineludibile che attende i grandi quando si cominciano a spegnere le luci della ribalta e inizia a calare il sipario: accadrà per chiunque, per i famosi e per i comuni mortali, e forse ha ragione chi la considera una delle regole non scritte della vita. Accettare il lento approssimarsi del finale che si staglia all’orizzonte, l’undicesimo comandamento delle stagioni dell’uomo. Paolo Villaggio lo sapeva già da parecchi anni, la fine non lo ha colto impreparato. L’ultimo ciak in queste ore ha idealmente dato la risposta migliore al suo rimpianto: voleva andarsene sdoganando il cliché del comico fantozziano per essere amato e riconosciuto dalla gente come un artista impegnato. E alla fine ci è riuscito: ha ribaltato la giostra delle emozioni, trasformando le risate collettive di sempre nel velo popolare di malinconia che oggi avvolge tutto il suo pubblico e accompagna tra gli applausi l’attore verso la spianata celeste dei più bravi. Lo sfottò della scritta “Fantocci è stronzo”, nel cuore di cinque generazioni di fans oggi è diventato un “Grazie per sempre Paolo”.

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