Vincenzo Pellegrino ad
Vincenzo Pellegrino ad "Arte Salerno" con Federico Caloi

Salerno e Taormina, due luoghi abbastanza emblematici di un meridione che una volta veniva chiamato regno delle due Sicilie. Un meridione che sembra patire, più del paese intero la grande difficoltà di far convivere elementi apparentemente distanti come l’arte, la cultura, e l’economia. Politici, critici, artisti e curatori, da tempo sono alle prese con una domanda spinosa, su come si può trasformare l’arte e la cultura in un volano dell’economia. Vincenzo Pellegrino, artista salernitano, abbastanza noto a Taormina per aver collaborato con Taormina Today, per le pagine della cultura, nei giorni scorsi ha partecipato a una delle manifestazioni di un mondo dell’arte che a Salerno sembra avere una sorta di rinascita, con un fiorire di eventi, mostre e biennali che appaiono anche in concorrenza. A lui che nella sede espositiva della stazione Marittima di Salerno, disegnata dall’archistar Zaha Hadid, vede una specie di collegamento ideale con Taormina, chiediamo:

Vi è una reale crescita delle occasioni espositive? Possono gli artisti riuscire a vivere del loro lavoro?
«Si, almeno queste sono le considerazioni cui si è giunti con il dibattito tra artisti e addetti al settore dell’arte contemporanea. Si muove una curiosità ed un apprezzamento anche per gli artisti non storicizzati, e a Salerno vi è indubbiamente una crescita di occasioni espositive che offrono agli artisti emergenti la possibilità di presentare i propri lavori, ma questo fenomeno va analizzato per bene. Di certo c’è una corrente che propende per una esposizione che parta veramente dal basso, una pura espressione democratica, che direi anche popolare nella sua nobile accezione, in grado di restituire la massima libertà di espressione; e altri che ritengono debba essere compito di un curatore e di un direttore artistico, dall’alto della sua preparazione, e chiaramente del suo giudizio personale, selezionare, assumendosene in pieno la responsabilità, un certo numero di artisti che rappresentino in maniera congrua il panorama espressivo dell’arte contemporanea. Entrambi questi modi di pensare hanno dei limiti, come in tutte le cose umane. Questo perché spesso nelle biennali importanti e storicizzate, come quella di Venezia, Dokumenta Kassel, o le innumerevoli altre sparse per il mondo, non si trovano artisti straordinari. E non sempre nelle biennali di secondo piano, che hanno il tono della sagra popolare, si può nascondere un artista di grande talento. Però, come dire, è un bene e una necessità che esitano entrambe queste correnti di pensiero, al di là dei principi sanciti dalla nostra costituzione, perché l’arte va sostenuta e gli va assegnata dignità di lavoro e non di passatempo, e poi perché sempre sarà il collezionista a decidere, sarà la gente, la vita, a decretare o meno un successo artistico, anche perché le persone non devono essere esperte per recepire le emozioni dell’arte contemporanea, se essa ne trasporta».

Quindi una Salerno che rinasce all’esposizione artistica, ma se ne avverte veramente l’esigenza?
«Al di là di una esigenza, che va comunque educata, sono comunque cose importanti, perché queste manifestazioni fanno tornare a vivere la gente in posti fruibili e belli, come i palazzi storici di un luogo o le opere architettoniche di grande rilievo come la stazione marittima di Salerno. Tutte le città italiane hanno questa possibilità e questo compito. Far vedere e mostrare l’arte anche attraverso “location”, come si suol dire con un termine che non amo per niente, che sono già da sole testimonianza dell’arte antica o contemporanea. È fondamentale trovare le chiavi per “forzare in qualche maniera le difficoltà burocratiche presenti nel nostro paese. Taormina ad esempio possiede un certo numero di palazzi storici, e purtroppo in questo periodo si sono rivelate alcune falle nelle modalità di consegna di questi palazzi storici per eventi e mostre, bloccando in pratica, anche per la concomitanza con il G7, ogni tipo di progetto. Ma i problemi esistono per essere risolti, e per fortuna si sta preparando un piano di regolamento che dovrebbe risolvere la questione, affidando i criteri di selezione solo alla bellezza dei progetti, e alla loro validità anche dal punto di vista sociale, e non a certi parametri fondati alle volte su amicizie personali».

Perché vede in questa stazione Marittima un ideale collegamento con Taormina?
«Perché è una stazione non stazione, come ha detto anche Sgarbi. Ma è una struttura architettonica che sembra uscita da un artista che pensava contemporaneamente ad un pesce e a una nave. Per me rappresenta idealmente un collegamento con la Perla dello Ionio perché sono due città collegate dall’anima e dalla storia del mare. Due città dalle quali per motivi diversi può sicuramente nascere una nuova maniera di leggere l’arte contemporanea. E poi perché Taormina è la città in cui penso di portare il mio ultimo progetto artistico. Ne ho parlato in questi giorni anche con Francesco Spadaro, direttore artistico di Casa Cuseni, fondazione e Museo di Taormina, il quale ha trovato il progetto sicuramente interessante, ma anche “ricco di spunti che vanno dal sociale all’antropologico”, e per questo investimento su temi del sociale stimolante pure per le scuole. A Casa Cuseni faremo altre cose, mentre per questo progetto ha intravisto come luogo ideale il Palazzo dei Duchi di Santo Stefano. L’arte deve essere linguaggio e comunicazione, e non solo revisione storica di essa, è importante che torni a vivere tra la gente, e si trasformi in un linguaggio non lontanissimo, come ci fanno credere a tratti, dalle persone comuni. Aspettiamo che si stabiliscano le regole per la concessione dei palazzi storici di Taormina, sperando che siano all’insegna della trasparenza e della bellezza».

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