La crew rap giardinese
La crew rap giardinese "GNC"

Non ricordavo un pomeriggio così rovente da parecchio tempo. Scendo dalla macchina, assediata dall’afa, e mi accingo ad incontrare Ruben e la sua “crew” (letteralmente “ciurma, equipaggio” ma in questo contesto, nella cultura Hip-Hop, “squadra, gruppo”). Le origini del fenomeno Hip-Hop vanno cercate oltreoceano, nell’universo a stelle e strisce dell’America degli anni ’70, e portano i nomi di pionieri come DJ Kool Herc, Afrika Bambaataa e Grandmaster Flash. L’Hip-Hop è costituito da quattro “arti”: “MCing (o musica rap)”; “DJing”; “Writing”; “B-boying (o Breakdance)”. In questo articolo ci occuperemo della prima. Mentre muovo i primi passi all’interno di un cosmo a me del tutto sconosciuto, comincio ad immaginare la cultura Hip-Hop come una cultura colorata, a volte caratterizzata da tinte accese e vivaci che si abbinano allo svago ed al divertimento, altre volte vestita di tonalità forti, quasi violente, per denunciare le ingiustizie sociali di un contesto ineguale e discriminante, o, come nel caso del gruppo di ragazzi che sto per incontrare, una cultura avvolta da sfumature malinconiche, adatta per trasmettere l’intimo significato di sentirsi “fuori contesto”, come il titolo di uno dei “mixtape” da loro prodotto.

Il Rap ed il contesto italiano. «Rap è quello che fai, hip-hop è quello che vivi». Quasi un mantra per Ruben, Nicolas, Gianluca, Alessandro, Adam, Salvatore, Santi, Fabio e gli altri ragazzi che fanno parte o semplicemente supportano il gruppo rap “GNC” (Giardini Naxos Crew). Li incontro nel cortile di una scuola, sotto il sole cocente, e mi sembrano subito delle persone autentiche mentre mi introducono ai fondamenti del rap. Il rap, una delle arti attraverso cui si comunica la cultura Hip-Hop, arriva in Italia intorno agli anni novanta, in particolare a Milano, Bologna e Torino. Viene subito utilizzato come strumento di denuncia politica e sociale, in alcuni contesti diventa strumento di lotta alla mafia. Tuttavia, il rap che ascolto nelle canzoni di questi ragazzi e che leggo nei loro sguardi assolve ad un compito diverso.

La “Denuncia” esistenziale. Il rap, per “GNC”, è uno mezzo per parlare di ciò che si sente. Un veicolo per comunicare, attraverso il “flow” (o “ritmo”), un amaro smarrimento, questo “non ritrovarsi” nell’ipocrisia e nella mancanza di apertura per ciò che è diverso nella società in cui viviamo. E allora la musica diventa quasi un’arma per cercare di scuotere le coscienze, uno strumento per urlare contro quella lastra di ghiaccio che rappresenta la mancanza di autenticità di molte persone nella speranza di incidervi qualche crepa. La musica di questi ragazzi è un viaggio alla scoperta di se stessi, della propria autenticità, una strada lungo la quale non c’è posto per nessuno maestro che non sia la vita, l’esperienza che forma e scolpisce l’anima, crudele, con il suo retaggio di errori ed occasioni mancate, ma proprio per questo formativa.

“Noi” vs “Loro”. Il sole disegna la sua parabola discendente nel cielo di Naxos mentre la discussione verte ora su quel “contesto”, più volte menzionato, da cui i membri di “GNC” si sentono sideralmente distanti. È una doppia linea rossa quella che i ragazzi tracciano con il proprio rap. Da un lato, il rifiuto delle convenzioni sociali che sembrano caratterizzare la comunità di oggi. La religione come vuoto conformismo, il materialismo, i rapporti basati sulla convenienza piuttosto che sui sentimenti e sulle affinità, i sorrisi affettati, i tradimenti. Tutti i riti, insomma, di una liturgia che manca di spontaneità e che non possiamo nascondere dietro la barriera visiva dei nostri occhi, specchio dell’anima. Dall’altro, l’attacco contro il rap contemporaneo che sembra aver perso quella capacità di scalfire la complessità della realtà in cui viviamo dedicandosi a trattare temi banali, “commerciali” come si direbbe in gergo, come una pietra scagliata contro la superficie di un lago che vi rimbalza sopra senza penetrarne lo specchio acqueo.

Il linguaggio e la componente biografica. Ciò che mi sorprende del lavoro di questi ragazzi, mentre la nostra chiacchierata volge al termine, è certamente la scelta del linguaggio nella composizione dei testi. Il linguaggio di “GNC” rappresenta uno stile composto di parole ricercate, di rime mai scontate, così lontane dalla scurrilità e dalla mancanza di contenuti che spesso ha contraddistinto il rap italiano degli ultimi anni. Sembra quasi che ci si voglia riappropriare del vero significato del termine “comunicare” dove la trasmissione di un messaggio richiede tempo per la sua elaborazione e per la sua comprensione, un paradosso in un’epoca dove la comunicazione fa rima con “brevità”, “rapidità”, “superficialità”. È così che vengono rivalutati termini in disuso come “bovarismo” ed utilizzati parecchi riferimenti letterari, anche classici, come il socratico “so di non sapere” (titolo di uno dei brani prodotti da “GNC”) per trasmettere significati imbevuti delle esperienze di vita provate da questi ragazzi ed inoculate nella propria musica che appare così fortemente caratterizzata da una componente biografica.

Comunità e storie. Dopo esserci salutati, lascio i ragazzi nel cortile della scuola con l’impazienza negli occhi di cominciare una partita a basket il cui inizio ho colpevolmente ritardato. Mentre salgo in macchina ed avvio il motore, rimugino sui tanti spunti nati dal nostro incontro. Che cos’è una comunità se non un insieme di storie, mai banali, che vale sempre la pena di ascoltare, e di raccontare? Sono le trame di queste storie, spesso sfilacciate e sconnesse, che varrebbe la pena di tessere e ricucire, con la stessa pazienza di Penelope, consapevoli che ci sarà sempre qualcuno pronto a tentare di scucire al mattino ciò che si è intessuto durante la notte. Ed è sempre un piacere raccontare la storia di un gruppo di ragazzi che insegue i propri sogni in un mondo dove sognare è diventato tutt’altro che scontato. “GNC” debutterà per il primo live al “Sottosopra” di Giardini Naxos, il 19 luglio, l’invito è quello di andare ad ascoltare la loro storia. Ne vale la pena. Ne vale sempre la pena.

© Riproduzione Riservata

Commenti