L'attore Kevin Spacey, Frank Underwood in
L'attore Kevin Spacey, Frank Underwood in "House of Cards"

L’attesa è stata lunga, ma per i milioni di fan che seguono questa serie televisiva dal febbraio del 2013 è di nuovo tempo di tuffarsi nelle trame dei coniugi Underwood. Il primo episodio della quinta stagione di “House of Cards: gli intrighi del potere” è stato rilasciato appena lo scorso 31 maggio, eppure sembra già chiaro da questo fugace incipit su quale tetro sfondo Kevin Spacey e Robing Wright tesseranno la propria ragnatela fatta di spietato pragmatismo e cinica astuzia politica.

Il Terrore grande protagonista del set. Sul palcoscenico disegnato per questi due giganti della recitazione da Melissa James Gibson e Frank Pugliese (subentrati come sceneggiatori a Beau Willimon) si allunga l’ombra cupa e avvolgente di un terzo protagonista, invisibile, latente, inquietante, e nonostante tutto capace di assorbire la scena: il terrore. Quello stesso terrore che rappresenta ormai la cifra distintiva della contemporaneità del mondo occidentale. Un terrore che si personifica nel radicalismo religioso, un terrore che si lancia a folle velocità lungo le strade delle grandi capitali europee o che si fa esplodere in mezzo a tanta gente ignara ed incolpevole. Questa strisciante paura può assalirci ovunque ed in qualsiasi momento come con i cittadini americani che fanno da sfondo alle vicende narrate in questa quinta stagione della serie.

La “concretezza” del Terrore ed il suo uso nell’arena politica. Nel rappresentare questa insicurezza che pare possedere il dono dell’ubiquità e si alimenta del nostro timore nei confronti dell’altro, del diverso, all’osservatore attento non saranno sfuggite le due grandi questioni che questo inizio di quinta stagione intende porre: Siamo davvero sicuri che questo grande terrore sia “concreto”? o si tratta forse di una costruzione artificiale del potere politico per autopreservarsi? Molto più direttamente: Può il terrore diventare arma d’azione politica? In realtà non ci sarebbe nulla di così sorprendente. Se guardiamo, ad esempio, al secolo scorso, l’uso sistematico del terrore come arma di controllo politico e repressione del dissenso costituiva uno degli elementi fondamentali dei totalitarismi di qualsiasi colore. Nel corso degli anni sono semplicemente cambiati i binari sui quali la paura è lanciata dal potere politico per ottenere consensi, reprimere il dissenso o semplicemente restringere la sfera dei diritti. Se ieri il terrore parlava il linguaggio monotono e monocolore della propaganda di regime, oggi si presenta in maniera molto più subdola, rimbalza sugli schermi dei nostri televisori, invade le bacheche dei nostri social network. Ciò ci fa sentire disperatamente vulnerabili ed aumenta esponenzialmente il nostro avido bisogno di sicurezza. È allora che cominciamo a desiderare che vengano eretti muri, virtuali o fisici che siano, è allora che cominciamo a sviluppare l’equazione immigrazione=pericolo, è allora che i detentori del potere politico, dopo aver fomentato i nostri timori, accorrono per offrirci ciò di cui crediamo di aver maggiormente bisogno ma che è in realtà il frutto di un lucido e cinico calcolo politico: la sicurezza.

Il prezzo della sicurezza. Ma la sicurezza ha un prezzo, o almeno così ci viene detto, ed è per questo che per poter mettere a tacere le nostre paure dobbiamo rinunciare ad una parte consistente dei nostri diritti come quello di manifestare. A questo punto vi starete legittimamente chiedendo se ciò che state leggendo abbia una sua logica o se si tratta più semplicemente del delirio di un visionario. Per questa ragione vi invito a dare un’occhiata all’ultimo rapporto di Amnesty International sulla pericolosa limitazione del diritto di manifestare in Francia prima di trarre giudizi affrettati. È tanta la carne sul fuoco in questa quinta stagione di House of Cards, tanto più sorprendente se si pensa che la sceneggiatura è stata terminata mesi prima dell’elezione di Donald Trump in America nonostante sembri ricalcare fedelmente, in alcuni tratti, quanto realmente accaduto nella campagna elettorale tra lui e la Clinton. Non mi resta che augurarvi buona visione e, come afferma il nostro Francis J. Underwood, rassicurarvi perché “non c’è nulla di cui avere paura”.

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