Ventidue morti, 59 feriti e 12 dispersi. È il bilancio, ancora parziale, della strage di Manchester, ennesima rappresentazione spietata di vile follia umana che lunedì sera ha colpito le vite innocenti di tanti giovani presenti al concerto di Arianna Grande. Ci sono anche bambini tra le vittime e adesso all’orizzonte si affaccia imminente il G7 di Taormina di venerdì e sabato. Una Taormina blindata attende in un clima surreale l’appuntamento che la vedrà all’attenzione del mondo. Da domenica notte i (pochi) residenti di Taormina centro sono rimasti da soli in una città semi-deserta e insieme a loro c’è il coprifuoco impressionante che vede in campo 7 mila tra poliziotti, carabinieri e finanzieri, 3 mila militari dell’Esercito e tanti altri pompieri e addetti alla sanità.

La culla dell’inquietudine. La “gabbia dorata” della zona rossa è diventata la culla dell’inquietudine, l’isola inespugnabile che si affaccia pensierosa sui fatti drammatici d’Oltre Manica. E proprio la strage della Manchester Arena impone, per forza di cose, un doveroso stop alle “polemiche di quartiere” sulla zona rossa ristretta a pochi residenti, sul turismo che si è fermato e su quant’altro anima e agita i social network in queste ore. Si poteva dire no al G7 a Taormina? Era davvero il caso di farlo qui? Interrogativi sui quali ognuno è libero di pensarla come vuole, se ne parla, riparla e straparla da mesi e c’è stato e ci sarà tempo per disquisire e sfogarsi da lunedì prossimo.

Il summit che incombe. Adesso il sangue di Manchester polverizza anche il vento delle chiacchiere e impone una condivisa consapevolezza che c’è una minaccia invisibile da affrontare, e ci sono dei pazzi che possono nascondersi in ogni angolo di questo pianeta di fronte ai quali occorre chiudere i fastidi restrittivi (temporanei) di una zona rossa in un cassetto, anche solo per pochi giorni. All’incombere di un vertice mondiale in agenda tra poche ore, e con sette Capi di Stato che si possono amare oppure avversare ma che in ogni caso stanno per arrivare a Taormina, non è possibile prescindere da misure di sicurezza eccezionali, a protezione non soltanto dei potenti ma ancor prima della gente comune, dei comuni mortali che abitano ogni giorno la Perla dello Ionio.

Le privazioni del momento. Non è il massimo della vita alzarsi al mattino e dover mettere un pass al collo per spostarsi, dover passare un varco per andare al lavoro o anche solo per andare a prendere un caffè o per fare una passeggiata, dover fare nel vicolo sotto casa i controlli che di solito si fanno in aeroporto. Non è bello dover rimanere fuori dalla propria città perché si abita in una palazzina di una frazione o di un vicolo che non fa parte della zona rossa, e non è bello dover rinunciare alla comodità dell’auto che ti porta sino all’uscio di casa. Ma la libertà perduta che per ora a Taormina fa venire un senso di nostalgia canaglia, è il prezzo ineludibile da pagare alla stessa libertà sacra che qualcuno vuole prendersi e rubarci col sangue, non per una settimana ma per sempre. È una condizione alla quale, anche a malincuore, non ci si può sottrarre.

Il volto ingannevole del liberi tutti. È una libertà appesa ad un filo fragilissimo che, in assenza di controlli come quelli in atto, potrebbe spalancare le porte del paese a un kamikaze intenzionato ad entrare in Corso Umberto e, e che potrebbe indurre un lupo solitario già dentro la zona rossa ad uscire di casa, percorrere un vicolo che dà sul Corso e farsi saltare indisturbato in aria. Come d’altronde quei terroristi che hanno già colpito e ucciso così in Francia o in Germania, in Svezia o in Inghilterra. E allora, alla stregua dei fatti, la scelta è molto semplice: da qui a sabato è meglio urlare (inutilmente) a gran voce che si debba tornare subito al “liberi tutti” o dare prova di pazienza e poter avere intanto più sicurezza per i propri figli e per le persone che si amano?

L’altra faccia della zona rossa. Il G7 è già iniziato, è dentro il silenzio misterioso della zona rossa, dove c’è la rabbia della libertà che latita ma anche l’inusuale ebbrezza della tranquillità, l’immagine reale dell’impossibile visione di una Taormina pedonale. Da 24 ore è iniziata la proiezione quasi onirica e forse irripetibile di un paese dove tutto ad un tratto è sparito il caos veicolare, dove si è placata l’anarchia del fare ognuno quello che vuole, e il disordine di ogni giorno ha lasciato spazio all’ordine che dovrebbe essere una regola. Miracoli di un’Italia che per rendere omaggio ai sette grandi si ricorda che esiste la Sicilia e si sostituisce, senza troppi convenevoli, alla pochezza della politica locale, con un Commissario straordinario che in due mesi ha fatto più di tutte le Amministrazioni del dopo-Garipoli messe insieme.

G7 maledetto o benedetto. E allora, morale della favola, adesso indietro non si può più tornare e ha poco senso inveire o polemizzare ai varchi contro il militare di turno che fa il proprio lavoro. Si può solo andare avanti e cercare di affrontare questo G7 a testa alta, con la voglia di fare comunità, quello spirito che animava Taormina sino agli Anni Ottanta e di cui sembra sia rimasta soltanto la brutta copia del perenne polemizzare sul web, criticando chiunque e in ogni dove. È il momento di farsi onore davanti al mondo, con la stessa energia che anima la bellezza della nuova Taormina, terra baciata da Dio e stuprata dall’uomo, lembo di paradiso dove la politica non ha fatto nulla negli ultimi venti anni e non si è neppure preoccupata di spendere un euro per questo evento anche solo per sistemare un’aiuola. Una città dove si è dovuto attendere questo G7, “maledetto” o “benedetto”, a seconda dei casi, per sistemare la Villa comunale, asfaltare le strade, rimettere a nuovo e ristrutturare il Palacongressi, altrimenti tutto sarebbe continuato ad andare di male in peggio nell’imperturbabile normalità del non intervenire mai.

Non solo foto ricordo. La rinuncia dei taorminesi di oggi ad un pezzo di libertà deve indurre semmai i sette grandi ad una riflessione – reale e non di circostanza – per il domani. Il tempo dei rimpalli di responsabilità è finito. L’ineludibile interrogativo da porsi è se a Taormina, oltre le foto ricordo e il concerto al Teatro Greco, ci sarà anche spazio per rendersi finalmente conto che il terrorismo non si potrà mai vincere se non si fa fronte comune. E prima ancora di nuove guerre scellerate (vedi Libia) e del rispondere ad armi con altre armi, appare fondamentale armare di lucidità i pensieri e illuminare le menti di chi governa: comprendere il fenomeno per affrontare, analizzarlo per mettersi nelle condizioni di poterlo sconfiggere. Reagire con la fermezza dell’interesse collettivo e non dell’andare a colpire con qualche bombardamento che uccide altri innocenti da una parte mentre altri kamikaze si alimentano d’odio e di fame di morto in ogni altra parte del mondo.

Politiche pilatesche. È evidente che con queste scriteriate politiche sull’immigrazione, in cui l’Italia accoglie chiunque mentre l’Europa sceglie il metodo pilatesco del lavarsi le mani non si va più da nessuna parte. Il migrante di questi tempi è “carne da macello” ridotto a schiavitù in terra altrui, un essere umano ridotto a numero che serve solo ad ingrossare le tasche di chi lucra sul business dell’assistenzialismo facile e dei rimborsi dello Stato. L’integrazione tanto invocata è diventata una sostituzione etnica senza regole, che corrobora le difficoltà di coesistenza tra i migranti, che rivendicano i loro diritti e una giusta accoglienza, e gli italiani che lamentano a loro volta di essere invasi e che ci sono già tanti poveri (4 milioni) già esistenti nel nostro paese. In questo quadro si fa troppa confusione e ci si scorda poi, pure, che la maggior parte dei terroristi non sono migranti arrivati l’altro ieri ma gente che vive da due o tre generazioni nel territorio europeo, molto spesso insospettabili. Le soluzioni a questi problemi le lasciamo alle competenze altrui dei potenti ma con l’augurio che a suo modo il G7 di Taormina un piccolo segno nella storia riesca a lasciarlo, con un sussulto di buon senso, per non rendere vano anche l’ennesimo sacrificio dei 22 ragazzi che hanno perso la vita al concerto di Arianna Grande.

Il bivio per il domani. I morti di Manchester non vivono su un altro pianeta: sarebbero potuti essere i nostri figli e sono quegli stessi figli che i militari impegnati a Taormina stanno cercando di proteggere dalla mano nera della follia invisibile, pronta a nascondersi dietro la porta di casa nostra. Il terrorismo è una piaga da estirpare culturalmente ancor prima che nella logica della guerra scaccia guerra. Il crocevia di fine maggio, per impedire altre stragi, chiama dunque Taormina e i sette grandi allo sforzo reale di un netto cambio di passo immediato nel modo di pensare e di essere. La libertà fragile e parziale di oggi può rappresentare l’avanguardia di una libertà totale da conquistare per il domani e per sempre.

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