La grande lezione del piccolo Bradley Lowery
La grande lezione del piccolo Bradley Lowery

Dicono che lo sguardo e gli occhi di un bambino siano un forte messaggio di pace, anche in quei contesti che apparentemente sono distinti e distanti anni luce dal contesto di cui si parla. Possono essere qualcosa di più potente di qualsiasi arma viene opposta dall’uomo alla becera stupidità della violenza. E allora tra tante notizie più o meno interessanti di cui capita di scrivere ogni giorno, vogliamo dedicare uno spazio alla storia toccante di un bambino che non c’entra nulla con le vicende di casa nostra ma la cui storia è un insegnamento esemplare, che dovrebbe far riflettere, al cospetto di chi pensa che una vita possa essere rubata e stroncata con l’interminabile spirale di violenza e di attentati che sta insanguinando il mondo. Da Parigi a Bruxelles sino a Nizza e Londra è andata in scena la triste rappresentazione della follia umana, il macabro show di chi vuole la morte per sé e per gli altri. In questo articolo vi raccontiamo la grande forza di chi, invece, proprio in quella stessa Londra ferita a morte dal terrorismo pochi giorni fa, lotta per rimanere aggrappato alla vita e fa capire quanto sia prezioso il dono della vita.

Combattere per la vita. I potenti del mondo si riuniranno tra due mesi in Sicilia, a Taormina, e per quell’occasione verranno impiegati sul territorio oltre 6 mila 300 agenti delle Forze dell’Ordine e militari dell’Esercito. Ci auguriamo che tutto vada per il meglio, lo speriamo e ne siamo convinti. E ci piace pensare che, a suo modo, un messaggio mediatico forte e rivolto a tutti, senza alcuna distinzione, lo stia mandando un “calciatore”. Non stiamo parlando di Cristiano Ronaldo e nemmeno di Lionel Messi, ma del piccolo Bradley Lowery. Bradley è un bambino inglese di 5 anni che tra poco morirà, il suo destino è segnato ma sulle pagine del nostro giornale vogliamo rendere omaggio al suo eccezionale coraggio. È il coraggio di uno sguardo che ci ricorda che l’unica battaglia da combattere in questo mondo è quella per vivere.

Il “capitano” Bradley. Domenica 26 Marzo 2017, a Londra, allo stadio di Wembley le telecamere delle televisioni indugiavano sui giocatori che stavano per fare il loro ingresso sul terreno di gioco, per la partita tra Inghilterra e Lituania. Come spesso accade, i giocatori sono accompagnati nel loro tragitto dallo spogliatoio al centro del campo da alcuni bambini, che hanno l’occasione di ammirare da vicino e toccare letteralmente con mano i propri beniamini. Una cosa carina che si ripete su vari campi in Europa e nel mondo, nulla di particolarmente sconvolgente. Questa volta però c’era qualcosa di diverso: la telecamera indugiava sulla fila dei calciatori inglesi, dove in prima posizione non era posizionato Joe Hart, il capitano della squadra, bensì Jermain Defoe e la mascotte, che teneva per mano Defoe era Bradley Lowery, il bambino malato di neuroblastoma, un tumore già in fase terminale. I suoi occhi, il suo abbraccio, portando le mani attorno al collo dell’attaccante londinese, non sono semplici gesti di chi vede per la prima volta da vicino il proprio giocatore preferito. In quegli occhi e in quelle mani c’era l’inno alla vita di un bambino che in quell’ingresso in campo davanti a tutti è diventato idealmente il capitano della squadra di tutti quelli che lottano contro il male.

A testa alta contro il male. I dottori sono stati chiari: gli sforzi della famiglia e le donazioni di tutta la gente per ottenere la somma necessaria ad una terapia sperimentale, da fare negli Stati Uniti, serviranno soltanto (almeno questa è la speranza) a rallentare l’inesorabile decorso della malattia. Guarire però non è più un opzione possibile, eppure Bradley sta affrontando un destino spietato a testa alta, guardando in faccia la malattia con una forza che emoziona e lascia senza parole, perché non si tratta di un adulto ma di un bambino di 5 anni. Dal momento in cui, nei mesi scorsi, è stata sensibilizzata l’opinione pubblica, per aiutare la famiglia nella raccolta fondi, il caso ha fatto il giro del mondo, con tantissime donazioni e manifestazioni di affetto nei confronti del bambino. Il mondo dello sport si è mobilitato e una delegazione del Sunderland, squadra per la quale il piccolo Bradley simpatizza, è andata a fargli visita in ospedale e lo ha accolto sul proprio terreno di gioco. Adesso Jermain Defoe, il suo calciatore preferito, gli ha regalato l’emozione di un ingresso trionfale in campo a Wembley, tra gli applausi della folla. L’apoteosi per l’ometto britannico che è diventato un simbolo per tanti altri bambini malati ma che ha anche dato un messaggio forte di speranza in quella Londra ferita il 22 marzo scorso dal terrorismo. Repetita iuvant: in questo pianeta ci sono sentimenti che non si piegano alla forza subdola del male, e le uniche lotte da fare sono quelle per la vita. Chi vuol continuare a giocare la partita della morte rifletta anche solo per un istante e si passi una mano sulla coscienza.

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