Il soprano Alisa Zinovjeva e il tenore Marcello Giordani
Il soprano Alisa Zinovjeva e il tenore Marcello Giordani - ©2017 Giacomo Orlando

‘Massenet la sentirà da francese, con le ciprie e i minuetti. Io la sentirò all’italiana, con passione disperata’. Con queste parole lo stesso Giacomo Puccini si mostrava affatto intimidito da un soggetto già musicato con grande successo dal collega d’oltralpe nel 1884 (il romanzo dell’abate Prévost era già stato fonte dell’opera di Auber nel 1856). Ed è questo il primo vero successo del compositore di Torre del Lago: un capolavoro firmato da un Puccini “tutto italiano”, che dei giovani conosce bene la passione d’amore e capace di concepire una partitura quanto mai complessa, frutto della fusione della scuola italiana con la lezione wagneriana. E ha fatto così ritorno al Teatro Massimo “Vincenzo Bellini” di Catania – dal 19 al 26 marzo – un amatissimo titolo, nell’allestimento della Fondazione Teatro Massimo di Palermo, diretto da José Miguel Pérez-Sierra e per la regia di Paolo Gavazzeni e Piero Maranghi. Titolo, questo, decisamente impegnativo, che sin dal clamoroso successo del 1º febbraio 1893 al Teatro Regio di Torino presentava numerose complessità e geniali intuizioni, profumando già di Novecento. A contraddistinguerlo una ricca orchestrazione di molto superiore a quanto prodotto fino a quel momento per il palcoscenico italiano – e forse superiore persino a “La Bohème” – unitamente a una travagliata genesi: ispirato al romanzo “Histoire du chevalier des Grieux et de Manon Lescaut” di Antoine François Prévost, ha visto una stesura musicale ben otto volte modificata in un arco di tempo lungo trent’anni (fino a poco prima della morte di Puccini stesso) e vanta un libretto passato di mano in mano a tanti letterati – ben otto quelli coinvolti – al punto che Ricordi stampò la prima edizione omettendo i nomi degli autori. A partorirne i versi erano stati principalmente Domenico Oliva e Luigi Illica, con interventi di Marco Praga, Ruggero Leoncavallo, Giulio Ricordi, Giuseppe Giacosa, Giuseppe Adami e dello stesso compositore; e fu proprio con l’aiuto di Illica che Puccini eliminò l’atto dell’idillio amoroso e trasformò i due quadri dell’atto III in atti separati, gli attuali terzo e quarto. Un Puccini trentacinquenne voleva dimostrare il proprio genio e concepisce un’opera squilibrata nel taglio dei primi due atti, affollati e macchinosi, a contrasto della concisione dei due successivi, con la tragedia che corre a precipizio verso il previsto, spietato epilogo. Nel febbraio 1893, a pochi giorni dalla prima alla Scala del “Falstaff” che segnò l’addio alle scene di Verdi, esordisce quindi un’opera innovativa e ardita nel bilanciare un trattamento sinfonico dell’orchestra e uno stile di canto tipicamente di scuola italiana, tutta intrisa di slanci emotivi e nuovi ideali. Un successo annunciato grazie anche alla brillante e astuta scelta di tempi da parte di Ricordi – editore comune a entrambi i compositori – che mise su una grande operazione di marketing ancor prima che questo venisse teorizzato e un simbolico passaggio di consegne.

Passione disperata. Ricco com’è di autocitazioni (dall’Agnus Dei della Messa di Gloria il Madrigale del II atto, dal quartetto Crisantemi alcuni momenti del III atto e della morte di Manon, dai Tre Minuetti le danze del II atto e la prima parte dell’opera), il dramma narra le vicende di Manon, giovane e avvenente donna destinata al noviziato, che non sa decidersi tra l’amore genuino e puro per Renato Des Grieux e quello interessato e di circostanza per il ricco tesoriere Geronte di Ravoir. La fuga d’amore da Amiens a Parigi dura poco per la volubilità di lei e la sua incapacità di sostenere una vita di stenti. Le attenzioni e le ricchezze del secondo la conquisteranno più della spontaneità di Des Grieux, il quale, tuttavia, troverà il modo di rubare un ultimo abbraccio a Manon. Colta in flagrante da Geronte, Manon viene denunciata come adultera e prostituta, quindi condannata alla deportazione nelle Americhe: al Porto di Le Havre, un disperato Des Grieux, sempre fedele al suo vero amore, convince il comandante della nave a imbarcarlo come mozzo. I due, fuggiti dalla colonia penale, vagano senza meta in una landa desolata ai confini di New Orleans, stremati dalla fatica e dalla sete. Des Grieux si allontana in cerca d’acqua, ma non la trova: quando ritorna, Manon, agonizzante, muore tra le braccia di colui che non l’ha mai veramente abbandonata. Questi, in estrema sintesi, i fatti narrati attraverso i quattro atti (nell’allestimento catanese, ridotti a tre con un rapido cambio scena tra terzo e quarto).

Manon al Bellini. E nel segno di una tranquilla tradizione, la regia, mutuata da un allestimento di Pier Francesco Maestrini e firmata a quattro mani dal duo Gavazzeni-Maranghi, è curata, attenta e confeziona uno spettacolo lontano da “provocazioni”, dipingendo bene la realtà sociale del tempo. E, infatti, sicuro punto di forza è la coerenza col dettato originario del libretto, abbastanza scrupolosamente rispettato. Equa, sapiente e dinamica la distribuzione delle masse; affollata e d’effetto la scena dell’osteria nel primo atto, con tanto di cavallo bianco in carne ed ossa che traina una diligenza sul fondo della scena. Un approccio romantico conferisce quella carica melodrammatica che diventerà la cifra distintiva delle eroine del compositore toscano, divise tra virtù e passione, tra il ruolo di vittime e quello di peccatrici. Il sipario si apre su Amiens, alle porte di Parigi, e il giovane cavaliere Renato Des Grieux sta scherzosamente conversando in una locanda con i suoi amici studenti. L’argomento: l’amore, le donne e quanto sia opportuno tenersene alla larga. Ma, come sappiamo, basta poco alla voluttuosa e galante Manon per sovvertirne le intenzioni. L’ambientazione settecentesca è solare nel primo atto, dominato dalla piazza e dalla locanda, e resa ancor più esplicita dagli ori e dal rococò del palazzo aristocratico di Geronte nel secondo. La scena si tinge di un’atmosfera tenebrosa – che lascia presagire la successiva tragedia – nell’atto terzo ambientato al porto di Le Havre e l’opera si conclude con una distesa dominata da luci taglienti e nette per la “landa desolata” dell’ultimo atto. Struggente e tragica la scena di deportazione, connotata da un molo al quale è ancorata la prua di un imponente veliero. Insomma, una regia ortodossa, soprattutto nell’atto finale degli sfortunati amanti che si consuma mentre Manon muore in una landa visivamente piatta tra i profondi fianchi di un canyon, sotto le luci ben padroneggiate e con la complicità dei dovuti chiaroscuri. E’ proprio il complesso naturalistico di luci a rendere – simbolicamente – piena giustizia all’azione scenica e a dar risalto ai dettagliati costumi. Sul terreno brullo Manon si accascia e il suo amante fedele non può fare più nulla se non sorriderle amorevolmente per l’ultima volta.

L’esecuzione orchestrale. Sul podio il madrileno José Miguel Pérez-Sierra ha ben curato i chiaroscuri dell’ottima compagine orchestrale del Bellini, pur non approfondendo il ben più intimo aspetto emotivo di alcuni punti. Nel rispetto della preziosa scrittura sinfonica pucciniana, coniuga una chiarezza di gesto con l’espressività profonda di un accompagnamento restituito all’ascolto in tutta la sua pulsante originalità, dagli arabeschi cameristici del salotto di Geronte nel secondo atto, alle taglienti staffilate dal sapore quasi espressionista della scena al porto di Le Havre, con la protagonista e Des Grieux in procinto di essere deportati nel Nuovo Mondo. Manon Lescaut va affrontata con maturità ed è rischiosa tutta: per la novecentesca novità e per la difficoltà a mantenere la tensione narrativa nonostante i continui salti ritmici e armonici della raffinatissima scrittura dell’autore. L’attenzione del direttore è andata principalmente al golfo mistico, sacrificando l’equilibrio con le voci dei cantanti. Un’orchestra a volume altissimo ha sovrastato interpreti e coro con un immotivato eccesso di vigore ed entusiasmo. Il solito muro di suono, quindi, al quale fin troppo spesso, ultimamente, lo spettatore del Bellini è abituato: le cose poi sono andate via via migliorando sensibilmente. Il celeberrimo Intermezzo, punto di svolta dell’opera, è stato diretto come un pezzo sinfonico e non ha restituito il vibrante e autentico senso del dramma in procinto di scoperchiarsi di lì a poco, rinunciando al sentimentalismo richiesto. Ben restituiti, invece, la piacevolezza serale del quadro corale sulla piazza di Amiens e la frivolezza salottiera del salotto dell’appartamento di Geronte. Il Coro, istruito dal maestro Ross Craigmile, ha ancora una volta pagato le spese dell’esecuzione orchestrale, risultando spesso contrastato.

Gli interpreti. Nel ruolo del titolo il soprano lettone Alisa Zinovjeva, bella e avvenente come il personaggio dev’essere, incarna l’eroina pucciniana, non riuscendo però a soddisfare pienamente le aspettative. La cantante è stata misurata nelle sfaccettature del personaggio, incentrando la propria Manon principalmente sui caratteri della superficialità e dell’ambizione sociale. Trascurate parzialmente l’ingenuità giovanile nel primo atto e il senso di straniamento tra le opulenze dell’alcova di Geronte. Promossa, con riserva, nonostante le imprecisioni. Vanno così in scena l’amore volubile e la punizione esemplare: in un primo momento l’istintiva passione si affievolisce con velocità di fronte alla vita di stenti con lo studente e la protagonista fugge per concedersi al ricco Geronte, che la aspetta a palazzo con un ricevimento degno della sua indiscutibile bellezza. E sullo sfondo appare un Settecento aguzzo, cupo e mortifero anziché tutto frulli di ventagli e sbuffi di cipria. Manon è pronta a sacrificare la fedeltà per la ricchezza, ma poi prevalgono le debolezze e l’amore giovanile che non conoscono virtù, morale e onore. La Zinovjeva si confronta con una psicologia complessa e contraddittoria, tra sensualità, cupidigia, vocazione mondana, lusso, frivolezza e istinti da femme fatale. Tutto sommato ne esce quasi indenne, così come il suo personaggio: buoni i mezzi e la tecnica espressi nella vocalità estesa, elegante e fascinosa. Meno convincente nei legati, denotando carenze di fondo e un’interpretazione povera di slancio e carica emotiva, non restituendo appieno le incoerenze del personaggio. “In quelle trine morbide” si rivela poco entusiasmante da cantare per il soprano e il dramma non trova il suo culmine nella struggente aria finale “Sola… perduta… abbandonata” ma si distende, si appiattisce. Nei panni e a dar voce al cavaliere Des Grieux è ancora una volta il tenore Marcello Giordani, che si ripresenta a stupire l’ascoltatore con una voce esperta e, benché usurata, tagliata per il ruolo pucciniano. Molto bravo, il Giordani, sempre. Notevole la ricchezza di armonici nelle lunghe frasi dell’appassionata dichiarazione di “Donna non vidi mai” mentre meno convincente la gaiezza disimpegnata di “Tra voi belle, brune e bionde”. Sincera e accorata è risuonata la supplica disperata di “No…pazzo son..” che chiude la concitata scena al porto di Le Havre. Il suo De Grieux è uno studente sognante e amante pronto a gesta eroiche disperate, che paga amaramente il “coup de foudre”. Una voce limpida e una presenza scenica di livello. Giordani, con esperienza e professionalità, sopperisce all’usura che il tempo ha iniziato a causare allo strumento vocale. Un personaggio, ad ogni modo, costruito in modo credibile. L’intraprendente Lescaut, fratello di Manon, è stato lo spigliato baritono Giovanni Guagliardo, apprezzabile vocalmente, ora protettivo e afflitto ora interessato a trarre indirettamente profitto dalle grazie della sorella. Un’ottima presenza scenica, esuberante e ambiguo motore della vicenda a fianco del geloso e vendicativo Geronte, ruolo nel quale parimenti emerge il solido basso Emanuele Cordaro, di sonorità piena e felice incisività. L’Edmondo di Stefano Osbat risulta inadatto, denotando difficoltà ad emergere nella scena dell’osteria. In tutte le recite troviamo, nelle parti di fianco, il Musico di Sonia Fortunato, e ancora Alessandro Abis nelle duplici vesti dell’Oste e del Sergente, Gianluca Failla in quelle del Comandante. Nelle recite del 21, 23 e 25 la bacchetta passerà ad Antonino Manuli; Manon sarà il soprano Marina Nachkebiya, De Grieux il tenore Luis Chapa. Il cast, di livello sulla carta, non raggiunge tuttavia sempre gli esiti sperati ma riesce ugualmente a suscitare allo spettatore profonda compassione per la sorte dei protagonisti. Nella tensione emotiva, la volubilità di Manon e l’impulsività di Des Grieux sono ritratte nel contesto di un mondo corrotto e vizioso, con un intreccio narrativo avvincente. Un allestimento apprezzabile, quindi, nel complesso. Cauti e non pienamente convinti gli applausi.

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