Taormina Film Fest

Il Festival s’ha da fare. E, per il suo bene, senza polemiche. Chi scrive lo fa da affezionato – e si spera obiettivo – frequentatore e, come tale, interviene brevemente in merito alle travagliate sorti del TaorminaFilmFest. I fatti sono ormai noti, commentati fino allo stremo (e spesso anche a sproposito), con un unico principale e dirompente effetto: aver reso i protagonisti di queste tristi vicende autori e interpreti di uno spettacolo tragicomico che sta riscuotendo uno straordinario successo mediatico, mettendo tra l’altro in cattiva luce l’immagine dell’intero festival del cinema. E forse era proprio questo l’effetto che le polemiche in questione volevano sortire. Ritardi nel bando, apertura di buste, esclusioni, riammissioni, pareri legali, assegnazioni provvisorie e, da ultimo, ricorso al TAR. Ciò che risulta, prima facie, inammissibile ai nostri occhi è il clima che si è venuto a creare intorno alla kermesse cinematografica nonché l’assurda “personalizzazione” – mi si passi il termine – della stessa.

Videobank o Agnus Dei? Lino Chiechio o Tiziana Rocca? Fazioni, proposte, scontri, dichiarazioni e repliche al vetriolo. Tutto questo, chiaramente, per l’aggiudicazione del bando inerente all’organizzazione della sessantatreesima edizione della manifestazione. Tuttavia, sarebbe opportuno porre l’accento sul fatto che la kermesse cinematografica taorminese – anche se oggi deve la sua sopravvivenza agli ingenti sforzi affrontati nella produzione da parte di finanziatori privati – esiste da ben prima che arrivassero gli attuali “interpreti” e sarebbe d’uopo far notare agli stessi che il TFF non deve certo il suo prestigio esclusivamente alle edizioni più recenti né alla prospettiva dell’immediato futuro. Pertanto sarebbe il caso che le parti in questione tornino con i piedi per terra, facendo un bel bagno di umiltà, e sarebbe altrettanto auspicabile una maggiore mitezza da parte di chiunque si candidi e ambisca all’organizzazione dell’evento: la personalizzazione che è stata fatta del festival negli ultimi mesi risulta inaccettabile, denotando poco rispetto per la kermesse, per la città di Taormina e per tutti coloro che all’evento contribuiscono e lavorano da sempre. Appropriazioni, prese di posizione, pretese e rivendicazioni sono quanto mai inopportune e figlie della logica per la quale chi finanzia vuole avere voce in capitolo. Presunzione, quest’ultima, per certi versi legittima e ragionevole, nei limiti in cui la medesima non sconfina nella pretesa di volersi ergere a salvatori di un festival storico, reclamizzando la propria opera come un dono alla comunità, sottacendo gli interessi economici nonché il ritorno in termini di visibilità personale che ne stanno dietro. Insomma, il mito dell’attaccamento alla rassegna è evidentemente poco credibile e verosimile. Problematiche, queste, che sorgono in epoca relativamente recente; da quando, cioè, l’evento, alla luce degli esigui finanziamenti pubblici, si svolge semplicemente sotto l’egida di Taormina Arte ed è, invece, “autoprodotto” (sebbene quest’altro mito meriterebbe un apposito approfondimento) grazie all’intervento di privati e di sponsor esterni che garantiscono un budget più consono.

La rinuncia di Felice Laudadio. Negli ultimi anni si è, infatti, assistiti a un fenomeno per il quale il confine tra i ruoli di società organizzatrice, general manager e comitato di direzione artistica è diventato sempre più labile e sempre più sottile. Senza dubbio a spiazzare tutti, negli ultimi giorni, è stata la notizia della rinuncia di Felice Laudadio e del tandem Magrelli-Spagnoli, dettata dalla “situazione di generale incertezza” e dalla “esiguità del tempo a disposizione” che ostano a un impegno da affrontare con serenità, nonché con serietà e professionalità. Scelta, per certi versi condivisibile, che vede probabilmente sullo sfondo il tanto atteso ricorso di Agnus Dei. Ma la macchina organizzativa della rassegna non può essere certo bloccata da un ricorso: non si discute la bontà dell’operazione della società siciliana Videobank, che vede già operativi Gianvito Casadonte e una Silvia Bizio piena di risorse. Poco e nulla da temere, sotto questo profilo, relativamente al rilievo del parterre di ospiti (l’ex agente 007 Pierce Brosnan è appena stato annunciato e numerosi altre star sembrano prossime a confermare la loro presenza). E le polemiche e il continuo botta e riposta tra le parti giovano probabilmente più alla visibilità delle società organizzatrici – tanto alla vecchia quanto a quella nuova – ma poco alla salute del festival, che già non navigava in ottime acque e che adesso viene fatto credere senza un valido nocchiere. Una caduta di stile, senza dubbio, l’aver messo in discussione l’operato scrupoloso della commissione incaricata dell’aggiudicazione del bando. E in questo frangente le colpe sono ugualmente ripartite tra coloro che con la consueta sufficienza hanno provveduto ad alimentare incertezze e dato ingiusti e indecorosi spazi a rivendicazioni di sorta. Il festival, in questo particolare periodo storico, necessita di una guida sicura e certa: e poco importa se a organizzare la kermesse sia questa o quella società. Ma all’aggiudicataria deve, d’altra parte, essere concesso anche il tempo – già fin troppo esiguo – e i mezzi per poter programmare l’edizione che si svolgerà tra poco meno di tre mesi.

Veleni, concorrenza, competizione e soprattutto ostruzionismi di sorta se possono essere paganti per rivalità di circostanza, certo non lo sono per un grande evento ormai in dirittura d’arrivo. Il TaorminaFilmFest ha una denominazione chiara e comprensibile, non è un evento privato e – almeno al momento – non necessita di essere rinominato: TizianaRoccaFest e VideobankFest possono aspettare. Vuole questo essere un invito a stemperare gli animi e alla distensione da parte di chi ha fatto parte del pubblico – lato sensu – della manifestazione per diversi anni. Non si può e non si deve sacrificare una rassegna in nome del proprio egotismo e dei propri personali interessi. Due privati lasciati liberi di dare uno spettacolo increscioso e una disfida imbarazzante, a tutela dei priori marchi, in barba alla credibilità e all’immagine del festival e della sua storia. A chi ha scritto la storia delle passate edizioni – più o meno remote – va la gratitudine e la riconoscenza del pubblico ma non esistono diritti certi, acquisiti ed eternamente consolidati all’organizzazione della rassegna. Si deve pertanto ricordare ai deboli di memoria che, quando per le scorse edizioni fu – tacitamente e senza alcun bando – rinnovata la concessione ad Agnus Dei di Tiziana Rocca, non sono state sollevate sommosse popolari né presentati ricorsi e reclami. Non si vede il perché, stavolta, anche dopo la pronuncia da parte della commissione giudicante, si debba dar luogo a un teatrino che causa l’imbarazzo degli orgogliosissimi Tauromeniti e il dispiacere di tanti che al festival hanno sempre tenuto, indipendentemente da idee magari non coincidenti e al di là di qualsiasi strumentalizzazione. Una vera e propria “web serie” – giusto per rimanere in tema – o meglio barzelletta che non fa altro che caratterizzare ulteriormente il TFF come una rassegna afflitta dal consueto provincialismo e soltanto lontanamente memore dei fasti di un glorioso passato. Perché – siamo onesti almeno una volta – il Teatro Antico non è da tempo location di un Concorso (tra l’altro, solo recentemente reintrodotto) che vanti anteprime internazionali come quelle di Venezia o delle altre note kermesse, ma relegato a tempio che eterna con premi alla carriera per lo più vecchie glorie e divi sul viale del tramonto e non più all’apice della carriera (pur non disputando sul valore dell’artista, si ricordi la scelta di Richard Gere come presidente onorario, a quanto è parso, “a vita”).

Un format da rinnovare. Un evento che ha ospitato grandi nomi del panorama cinematografico internazionale ma che ultimamente vede un format in debito d’ossigeno e da rinnovare (si pensi a campus e masterclass). L’attrattiva verso le proiezioni serali è sempre in discesa libera, tanto per la stampa, quanto per i cinefili (gli ingressi omaggio non bastano a riempire il Teatro antico). Non si possono, d’altronde, mettere in discussione gli sforzi e le difficoltà che Tiziana Rocca ha dovuto affrontare in questi anni, nonché l’impegno nel garantire quantomeno ospiti di rilievo internazionale e nel tenere in piedi – seppur con defezioni – una rassegna che ha visto la propria esistenza fortemente minata. Con Taormina Arte da lungo tempo ai margini e quasi esautorata, le alternative scarseggiavano e per la pierre di Pozzuoli è stata un’escalation (già responsabile di esclusive cene di gala durante l’era Young e dal 2012 general manager). Laudadio era presenza assai cara a Taormina, di Rocca si conoscono pregi e difetti. Ma, tra produzioni private che vogliono fare il bello e il cattivo tempo, le date del festival (9-17 giugno n.d.r.) si avvicinano. E l’interrogativo principale resta uno: su cosa si fondano le pretese all’organizzazione del festival? E poi, è così rilevante che il festival lo debba fare tizio o caio? Dopo diversi anni – e questa è un’opinione strettamente personale – qualche cambiamento non farebbe male al festival, al fine di evitare l’irrigidimento di un format già non particolarmente brillante. È chiaro da cosa si debba ripartire e non ci aspettiamo chissà quale innovazione. Agnus Dei ha indubbiamente il miglior punteggio per quanto riguarda l’offerta artistica, ma ha omesso la proposta economica. A questo punto una domanda sorge spontanea: è possibile usare il nome, il brand e la storia di un festival senza dare nulla in cambio? L’impegno e la buona volontà, stavolta, potrebbero non bastare.

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