«Ma che femmina sei che porti via i figli alle mamme». «E tu che madre sei che li mandi a morire ammazzati». Lo scambio di battute fra Assunta, moglie di un affiliato alla ‘ndrangheta, e Vittoria, magistrato in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata, riassume drammaticamente il senso del film d’esordio di Fernando Muraca “La terra dei santi”, proiettato nel corso del convegno “Progetto di Legalità come speranza” organizzato dall’associazione Progetto Speranza Centro CFS (Carità, Fede, Speranza) nel salone della parrocchia di San Nicola di Taormina.

‘Ndrangheta e legalità. «Sono nato in Calabria e da tempo avevo voglia di fare un film sul fenomeno criminale che impera nella mia terra – spiega Muraca – Con “La terra dei santi” ho voluto raccontare cos’è la ndrangheta, non cosa fa. Cosa fa lo sanno tutti basta sfogliare un giornale: chiede il pizzo, traffica in droga, ammazza. Io ho voluto scavare dentro i processi culturali che generano il fenomeno mafioso, raccontare cos’è la ‘ndrangheta, ricercare le sue radici antropologiche». La proiezione del film del regista lametino, già autore di teatro e sceneggiatore di numerose fiction per la tv, ha dato il via ad un interessante dibattito sulla legalità. L’evento è stato promosso dall’associazione Progetto Speranza, che dal 2004 ha iniziato a tracciare un percorso fatto di testimonianze ed iniziative sociali e culturali finalizzate a stimolare e attuare iniziative che tendano al recupero delle memorie storiche, delle tradizioni, delle arti e dei mestieri, del territorio, del patrimonio storico, delle tradizioni e dei costumi, del rispetto della legalità e della solidarietà umana.

La terra dei santi. Il lungometraggio, tratto dal libro di Monica Zappelli “Il cielo a metà” racconta la ‘ndrangheta vista da un punto di vista assolutamente femminile. In primo piano non ci sono boss, padrini e piccole leve ma tre donne: Vittoria, (Valeria Solarino) che lascia il nord per iniziare la carriera di magistrato in Calabria con lo scopo di combattere la ‘ndrangheta. Assunta (Daniela Marra), invece, che nella ‘ndrangheta deve rimanere e, dopo aver perso il marito morto assassinato, è costretta a sposare il cognato. E Caterina (Lorenza Indovina), sorella di Assunta e moglie di un boss ‘ndranghetista, che ha allevato il figlio per farne un futuro capomafia. «In questo film c’è tutto il dolore del popolo calabrese, ma anche un sottile filo di speranza – racconta il regista lametino- per questo motivo i protagonisti sono i bambini e le madri». Infatti, il film parte proprio dall’interrogativo: perché le donne degli affiliati alla ‘ndrangheta consegnano i loro figli a un destino di carcere o di morte? E il film si dipana in una serie di tentativi per evitare il compiersi di questo inevitabile tragico destino fino alla scelta del magistrato di sottrarre alla madre la patria potestà sui figli.

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