Andrea Mongiardo e Nicholas Green
Andrea Mongiardo e Nicholas Green

“Il Centro di Cardiochirurgia pediatrica per Sicilia e Calabria è una buona cosa e può salvare la vita a tanti bambini. Spero che questa cosa si faccia, con le professionalità del Bambin Gesù che hanno salvato anche a me”. Pensieri e parole di Andrea Mongiardo, 37 anni, romano di adozione e originario di S.Andrea Apostolo allo Ionio (Catanzaro). Andrea è uno di quelli che, da lontano ma con sentimenti sinceri, ha seguito in questi mesi le vicende del Bambin Gesù che dal 2010 una sua sede ce l’ha anche a Taormina con il Ccpm ma lui non saprà mai che fine farà quel centro che ha portato nel profondo Sud l’eccellenza della lotta alla malattie cardiache congenite. Andrea non ce l’ha fatta e si è dovuto arrendere nelle scorse ore dopo aver portato in petto per oltre 22 anni il cuore di Nicholas Green. Una storia nella storia, perchè Nicholas era il bimbo californiano ucciso durante un tentativo di rapina il 29 settembre 1994, mentre viaggiava in auto sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria, ed il suo cuore venne donato e trapiantato proprio ad Andrea. Quel cuore che dal 1 ottobre 1994 batteva per Andrea ora non batte più, ha concluso il suo tempo a Roma, dove Mongiardo viveva.

Legame indissolubile con Nicholas. La parabola di questo sfortunato ragazzo di 37 anni si è conclusa e adesso rimane l’eredità morale del messaggio di speranza che ogni giorno Andrea lanciava all’indirizzo di chi è malato e soffre, perché lui non aveva dimenticato il valore prezioso della vita che gli era stata donata dal cuore di Nicholas e non a caso ha sempre considerato i Green, mamma Margareth e papà Reginald “una seconda famiglia”. Aveva 15 anni Andrea Mongiardo quando gli venne trapiantato il cuore di Nicholas e l’intervento al Bambin Gesù di Roma venne eseguito dal professor Carlo Marcelletti. La vita di Andrea è stata costellata di controlli medici, terapie e interventi, ma anche di affetti, sorrisi e passioni. E’ morto circondato dalla sua famiglia naturale e dalla sua seconda famiglia, quella dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma. Il decesso è avvenuto martedì mattina alle 10.30 nel reparto di rianimazione del nosocomio della Santa Sede, dove Andrea era ricoverato a causa di una grave insufficienza respiratoria. E’ tornato alla Casa del Padre, lì dove il destino gli aveva dato un’altra opportunità 22 anni fa.

Una vita di sofferenza e tenacia. Andrea era stato assunto in un grande call center della capitale. «Finché ha potuto ha lavorato, era la sua distrazione» ha detto Francesco, il fratello maggiore. «La sua – prosegue – non è stata una vita facile neanche dopo il trapianto, a causa delle altre patologie legate alla malformazione originaria. Ma, nonostante i continui controlli e i tanti ricoveri, è riuscito comunque a vivere tanti momenti di gioia, con noi in famiglia ma anche insieme alla sua seconda famiglia, quella del Bambino Gesù, che era ormai diventato casa sua». Quattro anni fa però la diagnosi di un linfoma e da allora un’altra battaglia, stavolta più difficile, troppo difficile da vincere. Da quel momento c’era in lui la tacita consapevolezza che non ce l’avrebbe fatta ma nonostante ciò ha fatto sentire forte il suo generoso incoraggiamento quotidiano a tutti coloro che soffrivano e che venivano curati a Roma come anche a Taormina dai medici del Bambin Gesù. «La risposta alle terapie era stata positiva, ma la chemioterapia aveva provocato una grave fibrosi polmonare», spiega Francesco Parisi, responsabile di Trapiantologia toracica del Bambino Gesù. «Andrea – ricorda il fratello – cercava di andare avanti sempre con grande tenacia. Ma stavolta i suoi sforzi e quelli dei medici non sono bastati». I funerali si sono svolti nelle scorse ore nella chiesa di Sant’Onofrio a Roma, in una chiesa gremita da tante persone, tra cui medici e operatori sanitari accorsi per salutare la loro “mascotte”, più di un paziente.

Le sue ultime parole. Un mese fa Andrea scriveva sul suo profilo Facebook il suo ultimo post: «Malattia subdola che ti prende in silenzio e ti corrode da dentro, ho visto persone trasformarsi nel fantasma di se stesse e il loro volto perdere le sembianze conosciute, fino a desiderare per loro la morte per mettere fine a quella che non è più vita degna di essere vissuta». Andrea sapeva che si stava spegnendo ed era ormai vicina la sua ora ma l’ha attesa con dignità. Come lui stesso si definiva: da “paziente con tanta pazienza”.

Il ricordo di Caterina Rizzo. «Quando Andrea ha ricevuto il cuore di Nicholas Green – racconta Caterina Rizzo, portavoce dei genitori dei bambini ricoverati ed in cura al Ccpm-Bambin Gesù di Taormina – io ero ricoverata al Bambin Gesù di Roma, con mia figlia Stefania. Entravo in Tic a trovare mia figlia e lo guardavo chiuso nella stanza sterile, separati solo da un vetro. L’uccisione del piccolo Nicholas fece tanta notizia, i telegiornali parlavano di quel gesto nobile compiuto dai genitori che donarono il cuore ad un bambino sfortunato. Ora quel cuore si è fermato per sempre».

Un inchino di fronte al dolore. Da Nicholas ad Andrea finisce il cammino terreno di un cuore in due vite mentre due anime forse lassù si incontreranno. La natura è più furba di quello che l’uomo crede, e sa essere spietata. La natura dà e la natura si riprende. Ma in questa imprevedibile carambola di storie, nelle lancette dell’orologio umano ciò che forse racchiude tutto e dà un senso alle cose in tali circostanze è la donazione degli organi. Un inchino di fronte al dolore, un gesto che oltre ad essere un atto di enorme civiltà rappresenta un segno di rispetto per la vita stessa, sia di chi dona sia di chi riceve.

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