Il dottor Pietro Bartolo (tra i protagonisti del documentario) con il regista Gainfranco Rosi alla premiazione del Festival di Berlino 2016
Il dottor Pietro Bartolo (tra i protagonisti del documentario) con il regista Gainfranco Rosi alla premiazione del Festival di Berlino 2016

Si annunciano le nomination agli Oscar e come tutti gli anni sono in ansia, neanche se dovessi riceverla io. Una piccola rivoluzione ha caratterizzato quest’anno le modalità di annuncio delle candidature alle statuette più ambite nel mondo cinematografico: le tradizionali nomination non sono più state annunciate al pubblico di giornalisti e addetti ai lavori dal teatro della sede dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, a Beverly Hills, ma rese pubbliche via streaming. In sostanza non è cambiato molto, se non la mancanza di quel ristretto pubblico di giornalisti, agenti e pubblicisti ad applaudire ed esultare per la candidatura del film al quale si è lavorato. Le nomination sono state annunciate per la prima volta da sei location differenti, ossia Los Angeles, Chicago, New York, Toronto, Londra e Tokyo. Tra gli annunciatori Jennifer Hudson, Brie Larson, Emmanuel Lubezki, Jason Reitman, Ken Watanabe e il presidente dell’Academy Cheryl Boone Isaacs. E tutti i cinefili del globo sono rimasti basiti dalla bruttezza di questa pseudo cerimonia registrata. Il prossimo appuntamento con la 89esima edizione degli Oscar è la cerimonia di premiazione, in programma il prossimo 26 febbraio al Dolby Theatre di Los Angeles, condotta da Jimmy Kimmel che raccoglie il testimone dall’attore afroamericano Chris Rock.

Dopo aver inaugurato il Festival di Venezia incantando critica e pubblico e dopo il trionfo ai Golden Globe con la vittoria record di 7 premi su 7, La La Land era annunciato come il grande protagonista e favorito anche alle nomination e così è stato. Il musical di Damien Chazelle con Ryan Gosling ed Emma Stone ha fatto il pieno di candidature, ben 14 (due nella stessa categoria, per la Migliore canzone). Si tratta di un primato eguagliato, visto che una quota simile nella storia dell’Academy era stata toccata in passato soltanto da Titanic di James Cameron, che poi ne vinse 11, e da Eva contro Eva di Joseph Mankiewicz, che ne portò a casa solo sei. Omaggio ai musical dell’età dell’oro di Hollywood da Cantando sotto la pioggia a New York New York e nelle sale italiane da giovedì, il film narra la storia d’amore tra un’aspirante attrice che serve cappuccini alle star fra un’audizione e l’altra e un appassionato musicista jazz che tira a campare in squallidi pianobar. L’incontro è un colpo di fulmine ma, quando il successo arriva per entrambi, i due si trovano di fronte a decisioni che incrinano il fragile edificio della loro storia d’amore. Il film, che ha letteralmente dominato all’ultima edizione dei premi consegnati dalla stampa estera e già campione d’incassi in patria, rischia davvero di sbancare in numerose categorie, soprattutto per gli appetitosi premi alla regia, agli attori protagonisti e come miglior film, senza dimenticare la candidatura per la miglior sceneggiatura originale e tante menzioni nelle categorie tecniche (montaggio, fotografia, costumi, scenografie, sonoro e montaggio sonoro). Indipendentemente dall’esito della notte degli Oscar – e in gran parte già sappiamo quale sarà quest’esito – La La Land è entrato ufficialmente nella storia degli Academy Award. Anche questa pellicola conferma il “teorema Venezia”: chi passa per il Lido poi va dritto a Los Angeles. Arrival di Denis Villeneuve e Moonlight di Barry Jenkins (film d’apertura all’ultima Festa del Cinema di Roma) seguono con otto nomination mentre Hacksaw Ridge di Mel Gibson, Lion di Garth Davis e Manchester by the Sea di Kenneth Lonergan (con un Casey Affleck, fratello di Ben, pronto a contendere a Gosling la statuetta come miglior attore “in a leading role”) ne ottengono sei. Infine, Fences – Barriere di e con Denzel Washington e Hell or High Water di David Mackenzie corrono con cinque candidature l’uno.

Ma andiamo con ordine. La La Land è già un vincitore annunciato e al massimo va valutata l’entità della vittoria, che sarà probabilmente schiacciante. Sono otto gli altri candidati alla rosa ‘allargata’ per il miglior film: il dramma sci-fi Arrival, il racconto di formazione a tema LGBT Moonlight, il dramedy familiare Manchester by the Sea. Sorpresa e perplessità suscitano il war movie Hacksaw Ridge, che segna il ritorno di Mel Gibson dopo i trascorsi mediatici e giudiziari, e il film based on a true story Lion – La strada verso casa, rivincita personale del distributore Harvey Weinstein dopo le pesanti esclusioni di un anno fa e nonostante la precaria situazione economica. Chiudono Hell or High Water che rappresenta il cinema indipendente, il dramma di derivazione teatrale Barriere e la grande sorpresa Il diritto di contare – Hidden Figures. Alla luce della possibilità di dieci nomination nella categoria, in tanti ora si chiedono cosa abbia fatto di male Tom Ford e il suo Nocturnal Animals per essere ignorati così. Stessa storia per Silence di Martin Scorsese, che paga forse il fiasco al botteghino (unica candidatura per la fotografia di Rodrigo Prieto) e Sully di Clint Eastwood e con Tom Hanks, candidato unicamente per il montaggio sonoro. Deadpool, cinecomic di Tim Miller vincitore di numerosi premi della critica e nominato ai PGA e DGA, dato come potenziale sorpresa, è clamorosamente rimasto a quota zero. Bocciature sonore anche per Robert Zemeckis (Allied una candidatura), Ang Lee, i Coen (una sola per Ave Cesare) e Steven Spielberg (Il GGG). Fuori dai giochi, ancora una volta, Xavier Dolan escluso dal novero dei migliori film stranieri con E’ solo la fine del mondo. Va un po’ meglio a Jackie di Pablo Larrain, che deve accontentarsi delle nomination per la protagonista Natalie Portman, per i costumi e per la colonna sonora. Nella categoria dedicata alla miglior attrice, la certezza è una sola: Emma Stone, dopo la Coppa Volpi a Venezia, si aggiudicherà la statuetta. A insidiarla Natalie Portman nei panni Jacqueline Lee Bouvier in Kennedy e la divina, insuperabile Meryl Streep alla ventesima candidatura in carriera nei panni di un’adorabile e stravagante Florence Foster Jenkins (il presidente Trump non ha fatto in tempo a definirla “overrated actress” che la risposta è arrivata puntuale). L’esclusione eccellente e l’assenza pesantissima è, invece, quella di Amy Adams. Non sono state sufficienti la pioggia di nomination per il film di cui la diva nata in Italia è l’indiscussa protagonista, gli ottimi riscontri al box office e le critiche entusiastiche: cinque precedenti candidature e per Amy è già Leonardo DiCaprio’s mood. A quanto pare l’unico modo per far vincere un Oscar alla bella rossa è chiamare Iñárritu e farla strisciare nella steppa siberiana per tre ore. Un’assenza, quella della Adams, che spiana la strada alla rivale Stone. A vincere la scommessa è invece l’icona del cinema europeo Isabelle Huppert, ricoperta di premi della critica e ricompensata equamente con il Golden Globe per la splendida prova nel thriller Elle (escluso dalla shortlist come film straniero, destando non poco scandalo). In lizza anche Ruth Negga per Loving, vera storia di un amore interrazziale. Nella cinquina delle attrici supporter figurano Viola Davis per Barriere, Octavia Spencer per Il diritto di contare (a cinque anni da The Help), Naomie Harris per Moonlight, Nicole Kidman (alla quarta nomination personale) per Lion, e Michelle Williams per Manchester by the sea. Nei ruoli maschili l’amatissimo – e favorito – Ryan Gosling (La La Land), Casey Affleck (Manchester by the Sea), Andrew Garfield (Hacksaw Ridge), Viggo Mortensen (Captain Fantastic), Denzel Washington (Fences). Tra i supporter Mahershala Ali (Moonlight), Jeff Bridges (Hell or High Water), Lucas Hedges (Manchester by the Sea) Dev Patel (Lion), Michael Shannon (Nocturnal Animals). Quest’ultimo è stato preferito ad Aaron Taylor Johnson, vincitore del Golden Globe. Sorprende l’esclusione del britannico Hugh Grant, che sembrava un papabile alla prima candidatura in carriera grazie al suo ruolo da supporting husband nella commedia Florence, ma l’Academy – si sa – non sempre fa le scelte più prevedibili. Tra i candidati alla statuina per la migliore regia figurano Denis Villeneuve per Arrival, il controverso Mel Gibson (snobbato sin dai tempi di BraveHeart) per La battaglia di Hacksaw Ridge, Damien Chazelle per La La Land, Kenneth Lonergan per Manchester by the Sea e Barry Jenkins per Moonlight (primo afroamericano a ottenere la nomination sia come miglior sceneggiatura che come miglior regista e film). Fuori Eastwood, Larrain e Scorsese.

Dopo le aspre polemiche per gli #OscarsSoWhite delle passate edizioni, i membri dell’Academy sembrano aver colto al balzo l’annata favorevole in merito a storie incentrate su personaggi e contesti sociali non caucasici: accanto a Moonlight, anche Barriere e Il diritto di contare (questi ultimi in corsa anche per la miglior sceneggiatura non originale) fanno infatti da capofila a una bella rivincita per il cinema “black”. In controtendenza con la passata scarsa rappresentatività di artisti di colore nelle principali categorie attoriali, si rileva quest’anno una reazione: le percentuali sono molto più lusinghiere, con ben sette attori/attrici su venti, tra i quali Viola Davis, Octavia Spencer, Denzel Washington, Mahershala Ali, Naomie Harris, Ruth Negga, Dev Patel. Tutte nomination meritatissime, tra l’altro. Questi Oscar, insomma, saranno anche la risposta alla polemica su una manifestazione troppo “bianca”. Nella categoria che rappresenta la cinematografia mondiale in lingua straniera invece troviamo Land of mine (Danimarca), A man called Ove (Svezia), Il cliente (Iran), Tanna (Australia, per la prima volta) e la straniante commedia Vi presento Toni Erdamnn (Germania), molto apprezzato a Cannes e assoluta frontrunner. Tra i migliori lungometraggi animati due saranno i titoli in stop motion, ossia Kubo e la spada magica e lo svizzero La mia vita da Zucchina; a dare battaglia nella cinquina finale ci sono Oceania, Zootropolis e La tartaruga rossa. Trova sorprendentemente spazio una pellicola assai lontana dai gusti dello spettatore medio come The Lobster del greco Yorgos Lanthimos, candidato per la sceneggiatura originale. I candidati per la migliore fotografia sono Bradfort Young (Arrival), Linus Sandgren (La La Land), Greig Fraser (Lion), James Laxton (Moonlight) e Rodrigo Prieto (Silence). Nella categoria colpisce l’assenza del direttore italiano Vittorio Storaro per un film, Café Society, con il quale è riuscito a convincere Woody Allen a passare al digitale. Per i migliori costumi Colleen Atwood (Animali fantastici e dove trovarli), Consolata Boyle (Florence), Joanna Johnston (Allied), Madeline Fontain (Jackie) e Mary Zophres (La La Land). Due le nomination anche per Rogue One: a Star Wars Story, in lizza per migliori effetti visivi e missaggio del sonoro. Grande riconoscimento tecnico agli italiani Alessandro Bertolazzi e Giorgio Gregorini tra i nominati all’Oscar per il miglior trucco e parrucco per Suicide Squad: c’è una possibilità su tre che il premio vada proprio a loro.

Ma l’Italia c’è, anche quest’anno. E proprio quando sembrava che gli italiani non avrebbero potuto tifare per qualche compatriota alla notte delle stelle, auspicata ma non scontata, arriva puntuale la nomination a Fuocoammare (ribattezzato oltreoceano Fire at sea) come miglior documentario. Il film di Gianfranco Rosi, escluso lo scorso 16 dicembre dalla shortlist di titoli che concorrono per l’Oscar al Miglior film in lingua non inglese, dovrà confrontarsi con O.J: Made in America di Ezra Edelman, Life, Animated di Roger Ross Williams, 13th di Ava DuVernay e I Am Not Your Negro di Raoul Peck. Sono trascorsi undici mesi dalla vittoria dell’Orso d’oro a Berlino e il documentario nel frattempo ha ottenuto riconoscimento anche agli European Film Awards e da ultimo ai 37th Critics Circle film award. A premiare Rosi a Berlino era stata proprio la tre volte premio Oscar Meryl Streep, presidente di giuria, che aveva motivato il riconoscimento al documentario per “la compassione che esprime verso i suoi personaggi unita alla sua forza cinematografica nel combinare una questione politica a un racconto squisitamente artistico, coraggioso e struggente. Gianfranco Rosi ci ha spiegato quanto può agire un documentario quando è così urgente, immaginativo e necessario”. Il film che il regista, già Leone d’oro a Venezia con Sacro Gra, ha girato in un anno di soggiorno sull’isola siciliana racconta la vita a Lampedusa attraverso gli occhi del dodicenne Samuele. Un lavoro nato dall’esperienza diretta di vivere sul confine più simbolico d’Europa raccontando i diversi destini di chi sull’isola ci abita da sempre e di chi ci arriva per andare altrove. Protagonista del film è stato anche il dottor Pietro Bartolo, soprannominato il “medico dei salvataggi”, che da 25 anni si occupa di dare assistenza ai migranti che arrivano sull’isola. Rosi replica quanto fatto nel 1962 da Romolo Marcellini con La grande Olimpiade, purtroppo sconfitto da Le ciel et la boue di Pierre-Dominique Gaisseau. Un Oscar documentaristico, l’Italia, non l’ha mai vinto. Incrociamo le dita. Anche se gran parte di coloro che oggi gioiscono patriotticamente per Rosi sono gli stessi che mesi fa sostenevano fosse una follia e un’idiozia sceglierlo come italico rappresentante. E proprio mentre l’America di Trump si prepara a una stretta sull’immigrazione, la pellicola di Rosi si fa strada in una categoria che ha visto l’esclusione a sorpresa di Weiner.

Ad ogni modo, adesso la parola passa agli ottomila membri dell’Academy. L’impressione è che, nelle scorse due edizioni, il livello dei film candidati fosse nettamente superiore, come del resto risultava evidente anche ai Golden Globe e i BAFTA. In una corsa agli Oscar fra le più scontate dei tempi recenti, pronostici alla mano, il 26 febbraio prossimo La La Land vincerà quasi tutto, portandosi a casa anche le mutande di Jimmy Kimmel, se non fosse per l’incognita ‘”black”, che dopo le polemiche dello scorso anno, potrebbe sparigliare le carte in tavola portando il rivale Moonlight al colpaccio. Poche storie: miglior doc. a Rosi, film straniero a Farhadi, tutto il resto al film di Chazelle, e nessuno si farà male. Da oggi iniziano ufficialmente le notti in bianco per recuperare i film nominati. Il nostro tifo è tutto per Rosi!

© Riproduzione Riservata

Commenti