È stata La straniera di Vincenzo Bellini a inaugurare, lo scorso 21 gennaio, la stagione lirica dell’ente e tempio catanese della musica intitolato proprio all’illustre concittadino. Un appuntamento culturale e mondano immancabile e attesissimo come ogni anno, la “prima” della nuova stagione del Massimo – praticamente un must – ha visto protagonista la jet society catanese, di pura e consueta facciata, anacronistica e allo stesso tempo surreale, assolutamente ignara e noncurante del mondo che vive. A partire proprio – e il contrasto è evidente – dalla piazza antistante che dal teatro trae il nome, discutibile luogo di ritrovo delle nuove generazioni il sabato sera. Mise impegnative e sfarzose tra smoking e lunghi, splendido il teatro dove si respira aria di grandi occasioni. Ma è il remake di uno spettacolo già visto all’interno di quello che diventa un museo vivente. La prima all’opera non è più un evento sentito come un tempo: è un dato di fatto. Ne è indice l’abbigliamento, tendente a essere sempre più informale, così come le personalità presenti (o meglio, assenti) e una serata che, per quanto frequentata, non ha di certo fatto riscontrare il sold out (soprattutto ove si pensi che si trattava di una prima inaugurale). Di rinascita culturale e rilancio definitivo non se ne parla neanche lontanamente, mentre il pubblico “storico” – oltre a invecchiare – scema. Tutto questo è, purtroppo sintomo di un’identità culturale – quella catanese – destinata al tramonto. Ma senza voler adottare toni apocalittici e non volendo sfociare in una desolante critica sociale, atteniamoci all’aspetto cronachistico e più squisitamente musicale-teatrale.

Una Straniera travagliata. La serata – anzi, la produzione – certo non è iniziata sotto i migliori auspici: ritardi nella consegna di scene e costumi, prove rinviate per freddo e defezioni causate da numerosi intoppi nonché improvvise indisposizioni e plurime sostituzioni (dal direttore d’orchestra ai membri del cast). Prevedibile il mormorio in sala al momento della comunicazione dell’inatteso forfait di Daniela Schillaci nel ruolo del titolo, indisposta a causa di una bronchite, e la sostituzione – l’ennesima – dell’interprete di Isoletta. Sicuramente una migliore preparazione e programmazione nei tempi di un’ambiziosa e difficile produzione non avrebbe guastato: già soli quindici giorni di prove risultavano anomali per due cast debuttanti. Intoppi che hanno lasciato tutti col fiato sospeso fino all’ultimo momento, dalle maestranze all’affezionato pubblico. In questo frangente, un particolare plauso va agli artisti che hanno lavorato con la consueta professionalità, nonostante le difficoltà che si sono loro prospettate in settimana. Come al solito, ad andarci di mezzo non è lo spettacolo (quello si sa, deve andare avanti) ma è proprio il frutto del loro lavoro. Inconvenienti certamente evitabili qualora si iniziasse a volare basso e tentare di realizzare ciò che le risorse consentono. Ad ogni modo, una volta fatte queste doverose premesse e ormai archiviata la serata, è necessario focalizzare l’attenzione su questo raro e trascurato capolavoro del Cigno catanese. La Straniera, melodramma in due atti musicato da un ventottenne Bellini e su libretto del prediletto Felice Romani, fu composta a cavallo tra il 1828 e il 1829. L’opera debuttò con successo al Teatro alla Scala di Milano il 14 febbraio 1829, bissando il successo del neogotico Pirata e segnando la definitiva consacrazione del giovane astro belliniano complice l’innovazione nell’architettura generale e nell’organizzazione interna. E a essere eseguita a Catania è la rigorosa edizione critica dell’opera, confrontata finalmente con la primigenia partitura del ’29, grazie a un’operazione di revisione filologica curata dal musicologo Marco Uvietta, promossa da Casa Ricordi in collaborazione dal Teatro Bellini.

Un capolavoro raro. Un’opera “sperimentale” poco frequentata e rivalutata a partire dagli anni ’60 del secolo scorso grazie ad alcune celebri interpretazioni, con la quale Bellini afferma la propria indipendenza dallo stile fiorito di Rossini, per una scrittura vocale caratterizzata da uno stile declamatorio e sacrificando parzialmente il virtuoso lirismo in favore dell’espressività e della drammaticità. Amata e studiata da Wagner, con La Straniera il cigno catanese si sovrappone alla parte terminale della parabola operistica rossiniana e concepisce la prima opera italiana dichiaratamente romantica, elaborando con consapevole sperimentazione una drammaturgia musicale adeguata alla nuova sensibilità, programmaticamente contrapposta all’eredità del pesarese. Il dramma di una passione che precipita in tragedia quella messa in versi da Felice Romani, attinta dal romanzo pseudo storico L’Étrangère (1825) di Charles-Victor Prévost d’Arlincourt. I fatti, tratti dalla fonte letteraria e narrati nell’Antefatto contenuto nel libretto, possono essere così riassunti: la bella e incauta Agnese, figlia del duca di Pomerania, ottiene la mano di Filippo II Augusto, re di Francia, una volta che questi ha ripudiato la principessa danese Isemberga. Tuttavia, il re, colpito dalla scomunica e dall’interdetto pontificio esteso ai sudditi, fugge durante la prima notte di nozze e Agnese, bandita da Parigi, viene relegata in incognito in un castello della Bretagna. Oppressa da quella prigione dorata, presso la quale l’ha seguita in segreto il fratello Leopoldo sotto il falso nome di barone di Valdeburgo, la regina fugge in una capanna solitaria presso il lago di Montolino a piangere la propria colpa e le proprie sventure. Gli abitanti del luogo, ignorandone l’identità (“la straniera” Alaìde) e vedendola coperta da un velo nero, la temono come una fattucchiera. Di lei s’innamora il conte Arturo di Ravenstel, già promesso sposo di Isoletta, figlia del signore di Montolino. «Le conseguenze di questo amore – scrive il librettista genovese nell’antefatto – formano il nodo dell’azione, e in essa, io spero, appariranno chiaramente, ad onta degli ostacoli che mi si fecero innanzi in un soggetto così fantastico, e più di tutto a malgrado dell’impostami necessità di non troppo discostarmi dall’intenzione del romanziere».

Elogio del Cigni/o. Ritornando all’allestimento attualmente in scena, a firmare la regia è l’apprezzato genio di Andrea Cigni (già noto al pubblico etneo per la Fedra di Paisiello dello scorso anno). E lo spettacolo, nonostante le scene incomplete, sta in piedi bene. Meglio di quanto fosse prevedibile, viste le premesse in settimana. Le scelte registiche hanno conferito buona dinamicità all’azione, considerato il soggetto, per dirla con le parole di Bellini, «abbondante di situazioni, e tutte nuove, grandiose». Il regista ha cercato di leggere l’intricata (e a tratti poco credibile) trama in chiave psicanalitica, con Arturo costantemente ossessionato dall’idea del suicidio e Isoletta in funzione di “doppio” di Alaìde. Merito principale della regia quello di gestire efficacemente i movimenti scenici, soprattutto delle masse corali, con particolare attenzione ai delicati equilibri drammaturgici dell’opera, pur sacrificando parzialmente l’atmosfera romantica e la dimensione storica. Ad andare in scena non è un dramma storico ed eroico ma personaggi tipo (gli innamorati, il padre, la sposa tradita, ecc) che permettono allo spettatore di scavare le dinamiche affettive del genere umano. Il primo atto si apre con la struttura rettangolare – quasi una sorta di recinto – di un canneto paludoso o forse un campo di grano (della cui resistenza fino all’ultima recita dubitiamo dato il continua passa e spassa degli interpreti che impigliano le loro vesti e mantelli) a evocare il villaggio dove si svolge la festa: gli inglesi hanno reso la Bretagna al re di Francia e presto si celebrerà il matrimonio tra Arturo e la rassegnata Isoletta. Un primo atto non particolarmente spettacolare sotto il profilo delle scene – firmate da Dario Gessati – a tratti essenziali. La Bretagna medievale del XII secolo è assente, così come i dintorni del Castello di Montolino, la capanna di Alaìde e le navicelle addobbate e illuminate. Isoletta, consapevole dell’amore di Arturo per la straniera, si sfoga con Valdeburgo e fa poi apparizione la misteriosa donna velata di nero che suscita il timore superstizioso degli abitanti del villaggio. L’azione e l’opera coinvolgono e scorrono rapide. La foresta è idealizzata dall’imponente tronco e dalle radici di un albero sospeso a mezz’aria al centro della scena. La scelta registica senza dubbio più interessante di tutto il primo atto è la proiezione di suggestive immagini sul velatino, occasionalmente calato sul proscenio, che lasciava comunque intravedere l’azione alle spalle: particolarmente d’effetto le immagini sovraimpresse della corsa sfrenata dei cervi durante la battuta di caccia, nonché le fumose nuvole e i corvi che alimentano i dubbi – tra agnizioni e gelosia – di Arturo verso la tenera confidenza tra l’amico e l’amata (in realtà fratello e sorella), fino a sfidarlo al duello che farà cadere Valdeburgo ferito nel lago. Accorre Alaìde che, troppo tardi, spiega ad Arturo l’equivoco. La straniera, caduta in ginocchio sul luogo del duello, si sporca di sangue, tanto che gli abitanti dei paesi vicini, richiamati dal rumore, la accusano di assassinio e la conducono in prigione. Un primo atto pulito e semplice, forse fin troppo. Il secondo è, invece, dominato da una grande pozzanghera-piscina: il lago di Montolino è riflesso per il pubblico da un grande specchio posizionato obliquamente fra tetto e fondale. Il riflesso del lago, con le opportune luci, ha reso un effetto scenico eccellente e regala una trovata assolutamente da apprezzare. Si ammirano così le geometrie, le strutture posizionate sulla scena, la distribuzione delle masse. L’acqua del lago è l’elemento spaziale e materiale in cui Cigni costituisce per l’intero atto l’agone drammatico dove tutto si svolge, ambiente unico. Il riflesso delle bianche tuniche e delle maschere dorate dei membri del coro finiscono per abbagliare lo spettatore. Un espediente, uno specchio emotivo di grande efficacia nella restituzione dell’atmosfera, sebbene dalla gotica ambientazione lacustre altrettanti inconvenienti ne derivano agli artisti, immersi nell’acqua (gelata, tra l’altro) fino alle caviglie. Insomma, non troppo a proprio agio e un po’ impacciati data l’umidità, il rumore in occasione dei movimenti e costumi inzuppati (Alaìde canta anche sdraiata e si presenta al pubblico per i consueti applausi finali in accappatoio). Ma la presenza perenne dell’elemento acquatico può apparire eccessiva e superflua: il Tribunale degli Spedalieri, alla cui giurisdizione è soggetta la provincia, non vede la presenza di imponenti scranni ma sedie e protagoniste le masse. Qui si celebra il processo a carico della Straniera e Osburgo lancia false accuse contro di questa. Sopraggiunge Arturo a difenderla, che si accusa del delitto, senza essere creduto. Tra lo stupore generale, entra Valdeburgo, vivo e risorto dalle acque del lago, che la scagiona definitivamente. Isoletta, nel mentre, è in preda alla tristezza, ma si rianima quando le damigelle le annunciano che Arturo sta tornando da lei per condurla all’altare. Agnese, di nascosto, si introduce nella sala ove si celebrerà il rito, per assistere, non vista, alle nozze dell’uomo che adesso anch’ella sente di cominciare ad amare. Con grande cura e raffinatezza, le sopracitate sedie-scranni vengono disposte come a formare una grande croce latina, simboleggiando la Chiesa dove verranno celebrate le nozze tra Arturo e Isoletta. Sulle sedute di ogni sedia vengono posti dei lumini rossi e questa trovata, riflessa chiaramente dallo specchio, è senz’altro di gusto e molto suggestiva. Tra tacite agnizioni e pubblici processi, audaci duelli e morti presunte, si precipita verso il tragico epilogo. Un’Isoletta, ormai disillusa, chiede dall’amato di rinunciare alle nozze, quando interviene Alaìde che, presi gli sposi per mano, li conduce al tempio. Arturo però abbandona Isoletta sull’altare. Ma Isemberga, la moglie del re, è morta quella notte; Alaìde torna ad essere Agnese di Merania, regina di Francia; non vi è più motivo di celarne l’identità. Arturo si trafigge con la spada e la regina, in preda alla disperazione, cade svenuta. La tragedia si è consumata. Insomma, una regia attenta e apprezzabile:parafrasando la celebre frase pronunciata da Enrico di Navarra alla fine del ‘500, Cigni “val bene una messa” (in scena, chiaramente). Luci tuttavia non sempre efficaci e costumi di Tommaso Lagattola, per quanto semplici, non particolarmente memorabili. A tutto questo si aggiunge il disturbante sovratitolo in italiano e – scelta discutibile – in inglese.

Gli interpreti. L’Orchestra del Bellini è stata diretta dal M° Sebastiano Rolli, che ha guidato la compagine offrendo una non sempre attenta lettura della partitura. Esecuzione pulita, con brillantezza e tempi mediamente corretti, soverchiando talvolta i cantanti. Tuttavia, l’ascolto delle voci non sempre risultava facile, dato il muro di suono e la particolare scelta registica del lago. Discreta la prova del coro istruito da Ross Craigmile, di commento all’azione, talvolta messo in difficoltà dall’orchestra. Coro, tra l’altro, assolutamente sprecato date le opere previste in cartellone. La primadonna Daniela Schillaci, al debutto nel ruolo, è stata come detto trattenuta da una bronchite (canterà comunque le altre recite), per cui – sebbene con esiti sicuramente non paragonabili – in scena nel ruolo del titolo è andata una buona Francesca Tiburzi, reduce dalla generale del giorno prima. Il soprano ha dato voce all’isolamento in cui Alaìde conduce la triste esistenza di dama velata che s’aggira nella foresta suscitando timori e sospetto. Sempre in cerca di conforto, di certezze e di un’identità, la declamazione cantata della Tiburzi è stata forse troppo lamentosa per una regina. La sua Alaìde, impacciata inizialmente, più a proprio agio via via, non ha reso al meglio l’irrisolutezza, la precarietà, il dramma di reietta della protagonista. Meglio nella cabaletta di chiusura. Il calvario della sciagurata donna del lago si conclude tra i tormenti sdraiata e immersa nelle acque del lago. Sente di ricambiare Arturo, ma la ragion di stato le impone di respingerlo e di ostacolare il nascente legame. La Tiburzilotta con se stessa, carente nella zona acuta e non perfettamente adatta alla parte, ha ricevuto i giusti consensi da parte del pubblico ma l’eccesso di claque non era indispensabile: gli applausi non le sarebbero mancati ugualmente. L’Arturo del tenore Emanuele D’Aguanno, virilmente passionale, potente, romantico e drammatico nell’ardore del proprio sentimento, è stato protagonista di una prova davvero valida e autorevole tecnicamente, con un’emissione fluida: manchevole nei confronti di Isoletta che non ama e di Alaide che non può avere. Il mezzosoprano Sonia Fortunato, sostituendo Patrizia Patelmo e Gabriella Colecchia, ha cantato il ruolo di Isoletta dal golfo mistico, avvalendosi sulla scena dell’attrice-mimo Nicol Oddo. Senza nulla togliere agli sforzi della Fortunato, Isoletta dalla buca è qualcosa di indecoroso per una prima. Si segnala anche un autorevole Valdeburgo, credibilmente spavaldo e padrone della scena con buona adesione espressiva, interpretato dal baritono Enrico Marrucci. Completavano il cast il tenore Riccardo Palazzo (Osburgo), il basso Alessandro Vargetto (Il signore di Montolino) e il basso Maurizio Muscolino (Il priore degli Spedalieri). Nelle recite del 24, 26 e 28 gennaio, sul podio salirà Leonardo Catalanotto, Arturo sarà il tenore Filippo Adami, Valdeburgo il baritono Piero Terranova. Si replica fino al 29 gennaio. Le aspettative erano alte e il pubblico esigente come sempre. La Straniera resta comunque un ascolto consigliato e una visione da non perdere. Una scelta, comunque, che ribadisce la vocazione a sostegno del genius loci.