Caro affitti a Taormina

Il caro affitti del commercio, i rincari dei contratti o e le tasse continuano a cancellare le attività dei taorminesi e più in generale le piccole medie imprese locali. C’era una volta il salotto fatto di botteghe tradizionali, c’erano artigiani, antiquari, restauratori, orologiai. Altri tempi adesso c’è la Taormina monotematica che offre ai suoi visitatori un gran pienone di bellissimi negozi di lusso che si moltiplicano.

Sopravvivenza difficile. Il problema riguarda tanti esercizi che arrivano a scadenza del contratto d’affitto e si vedono puntualmente chiedere un rinnovo maggiorato a 5-6-7 mila euro di canone mensile. E in diversi casi il rinnovo con aumento non è la sola richiesta perché l’inquilino di turno, specie quello che entra per la prima volta nell’immobile, si vede chiedere – diciamola così – anche un pesantissimo “cadeau” aggiuntivo in modalità rigorosamente “sim sala bim”, per declinare in modo elegante un rituale che di elegante in realtà non ha proprio nulla. Ognuno a casa propria, ovviamente, è libero di far ciò che ritiene più opportuno ma una riflessione appare d’obbligo: qual’è il confine tra il (sacrosanto) diritto di imporre un canone iperbolico e il dovere di accontentarsi di cifre ragionevoli (con le quali si vive bene comunque) e non mettere in crisi lavoratori (e famiglie)? Di questo passo, quale sarà lo scenario tra 5-10 anni? «Gli aumenti sono insopportabili, non potremo mai farcela», è la frase che ricorre in modo frequente tra chi non ce la fa e lascia. La pentola a pressione degli aumenti esponenziali e sproporzionati dei canoni d’affitto presto o tardi rischia di scoppiare.

Cifre astronomiche. Taorminesi e non taorminesi che posseggono immobili in centro chiedono troppo spesso la luna, cifre impossibili che stridono con la crisi. Le richieste, ripetiamo, sono legittime, perché la legge lo consente e nulla lo vieta: ma si sta andando nella direzione di una progressiva scomparsa di piccoli pezzi di tessuto commerciale che, ognuno a suo modo, rappresentano un patrimonio anche storico della città. Di contro si va consolidando il trend di una rete commerciale apolide fatta di poca anima imprenditoriale taorminese e di tanta gente di fuori che non si sa bene se investe qui perché vuol diventare parte integrante della Città di Taormina o perché, piuttosto, è interessato soltanto al “marchio Taormina” (quello che, purtroppo, non è mai stato istituito e regolamentato a tutela del Comune e a difesa dell’impegno degli imprenditori taorminesi).

Ingegnarsi per andare avanti. Quali potrebbero essere le contromisure? Intanto fare un censimento degli immobili con una stima esatta delle varie tipologie di attività esistenti. Quindi la successiva previsione di eventuali incentivi fiscali per i proprietari di stabili che decideranno di locare i loro beni ad imprese artigiane e commerciali del luogo. Ma soprattutto un’idea che non è fantascienza se soltanto la politica avesse la volontà e la capacità di affrontare il problema: prevedere un protocollo tra il Comune e soggetti e/o enti e società proprietari di immobili nel centro, al fine di fissare dei valori massimi di locazione nella fase di rinnovo dei contratti. Di fronte al “caro-affitti” non ci si può voltare dall’altra parte, appare ineludibile l’esigenza di ingegnarsi in modo pratico per arginare il fenomeno della chiusura dei piccoli esercizi a vantaggio di quelli che aprono per fare dei duplicati di altre aziende già esistenti. Il degenerare di una speculazione esponenziale che ha riscritto le regole del mercato e ha stravolto la geografia dell’economia taorminese in nome di eccessive rendite di posizione si configura come un vulnus identitario e sociale per la comunità e per l’imprenditoria del territorio.

I vantaggi del buon senso. Il rapporto tra esercizi commerciali, negozi, aziende e proprietari di immobili va riequilibrato e ricondotto sul giusto binario del buon senso. Si dovrebbe, altresì, valutare l’opportunità di attivare il canone concordato per affitti calmierati alle aziende. Applicando affitti più “umani” si potrebbero determinare delle agevolazioni fiscali, permettendo cioè da una parte al proprietario di accedere alla cedolare secca (il regime di tassazione sulle locazioni di determinati immobili) ad una percentuale più bassa e pagare meno tasse, dall’altra al commerciante/imprenditore di avvalersi di un costo dell’affitto decisamente contenuto e sicuramente inferiore a quello dell’attuale mercato. E il Comune cosa ci guadagnerebbe in un sistema di aliquote più basse e maggiori detrazioni? Semplice: avrebbe molte più possibilità di fare cassa e avrebbe qualche moroso in meno in un contesto di “vacche magre” dove a Taormina nell’ultimo ventennio l’ente locale ha accumulato circa 30 milioni di euro di tasse non riscosse. La combinata “cedolare agevolata” e canone concordato (discorso che a Firenze ad esempio conoscono) è la base per avviare un processo di salvaguardia del tessuto commerciale locale e di sopravvivenza della piccola e media impresa. Ma l’inversione di tendenza può essere pensata e messa nero su bianco in un Comune come Taormina che da 10 anni non riesce a portare in Consiglio comunale e deliberare un nuovo regolamento dei suoli pubblici?

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