Enzo Maiorca
Enzo Maiorca

Si è spento a Siracusa, dove era nato nel 1931. Enzo Maiorca, ”signore degli abissi”, è stato uno dei maggiori apneisti italiani, più volte detentore del record di immersione in apnea. Nel 1960 il primo primato mondiale e nel 1988 il suo ultimo trionfo. Il mare è stato tutta la sua vita. Le acque di Siracusa, d’altro canto, saranno indissolubilmente legate al grande uomo–pesce. Un uomo normale, o forse così preferiva far credere. Una favola, antica quanto la stessa esistenza umana, che racconta di un vero campione, che, sfidando il parere della scienza medica e le credenze del tempo, ha lasciato la propria impronta nella storia. Ha creduto in ciò che veniva erroneamente definito come impossibile, fino a varcare la soglia dei -101 m di profondità, raggiunti in apnea. Ha segnato un’era lunga svariati decenni, aprendo nuovi orizzonti al mondo dell’immersione subacquea. Un grande Maestro di un’arte, che ha insegnato come la scienza – che, un tempo, brancolava nel buio – fosse per l’uomo ancora più inesplorata degli abissi più profondi. Le sue avventure sono note a tutti. Imprese che gli hanno permesso di inanellare un record dietro l’altro. Maiorca ha sempre costituito un idolo, non solo per gli appassionati del mare verticale e della subacquea ma anche nell’immaginario collettivo. Un pioniere che ha realizzato il proprio sogno, immergendosi nel profondo e freddo blu alla ricerca di un cartellino, acclamato da un pubblico che, per ovvie ragioni, non può sostenerlo durante la sua impresa ma che lo aspetta in superficie per assistere a un evento memorabile. Personalmente, sin da quando ero bambino, riguardo i suoi filmati e le sue interviste, a metà tra l’incredulità e l’ammirazione. Maiorca sarà ricordato come sinonimo stesso di apnea.

La rivalità con Mayol. All’epoca delle sue imprese non ero ancora nato e i primi ricordi che ho di quest’eroe risalgono ai tempi del suo ritorno in tv. Avevo poco più di cinque anni e il ricordo che mi piace mantenere è quello di una splendida favola dove un superuomo sfidava i limiti imposti dalla scienza. Mai avrei pensato che, a distanza di anni, l’avrei incontrato, ascoltando ancora una volta quella favola, ma sentendola raccontare, stavolta, proprio dalle sue labbra. Enzo Maiorca ha così realizzato uno dei miei due grandi sogni, concedendomi l’opportunità e l’onore di chiacchierare con lui per un po’. Un personaggio sul quale si è spesso speculato, soprattutto a proposito dell’acerrima rivalità con il francese Jacques Mayol: una sfida a due destinata a durare parecchi anni. Legato all’aspetto più romantico del mare, Maiorca lo concepisce come una seconda casa, nutrendo, così, rispetto e gratitudine; Mayol, diversamente, era attratto dalla ricerca scientifica, che pretende prove ma non testimoni. Una divergenza di opinioni che diede adito a incomprensioni, acuite con l’uscita del film “Le grande bleu” (1988) con la regia di Luc Besson, che propose un’immagine del campione italiano degna di censura.

Una vita da record. Enzo Maiorca non ha soltanto riscritto la storia ma si è battuto per la salvaguardia di quel patrimonio marino da lui tanto rispettato: un bene comune che va amato e difeso a spada tratta per preservarne le acque, le coste e il paesaggio. L’esplorazione dei fondali e la conoscenza della propria anima e del proprio cuore hanno spinto il primatista, con la sola forza della volontà, a smentire il parere dei medici e della scienza ufficiale, nella persona del dottor Cabarrou, superando il limite fisiologicamente invalicabile dei -50, oltre il quale l’uomo non si sarebbe mai potuto spingere. Re dell’apnea, in assetto variabile e costante, che nonostante una vita costellata da record, non ha mai sottovalutato le insidie del proprio mare, continuando ad averne il giusto timore. Uomo modesto ma gran trascinatore che, una volta tuffatosi nell’impresa, non si è più fermato. Tutto ha inizio nel 1956, quando un giovane Maiorca legge un articolo relativo a un nuovo record in apnea, stabilito, a -41 m, dalla coppia Falco-Novelli, che superava quello già fissato da Raimondo Bucher. Appena quattro anni dopo, era proprio Maiorca a raggiungere a -45 un nuovo primato, migliorato negli anni di metro in metro, fino ai -101 di Fontanebianche, il 30 luglio 1988. La storia di quegli anni è assai nota, ma la favola dell’uomo degli abissi continua a far provare le più “profonde” emozioni. Tenterò di raccontare alcuni capitoli di questa favola, lunga mezzo secolo, con le parole dello stesso leggendario protagonista, che ebbi il piacere di intervistare nel 2014…

È per me una vera emozione avere la possibilità di analizzare con lei alcuni aspetti della sua straordinaria avventura. Inizierei la nostra chiacchierata domandandole la storia dei suoi record. «I miei record affondano le loro radici nella preistoria dell’immersione subacquea. Al tempo in cui iniziai ad avvicinarmi a questo mondo, false credenze mediche e scientifiche erano, infatti, da secoli, profondamente radicate nella mentalità dell’uomo. Stiamo parlando degli albori della subacquea stessa, quando mancavano i mezzi e le conoscenze basilari per spingersi oltre determinate profondità. Era stato ampiamente diffuso il messaggio che poneva all’uomo dei limiti invalicabili. Pensare al superamento di questi era qualcosa di puramente inimmaginabile e astratto. L’idea che la gabbia toracica potesse letteralmente scoppiare, all’impatto con il muro subacqueo, risaliva all’anteguerra. Tante suggestioni e tante querelle, fondate esclusivamente su false opinioni. I pareri dei medici del tempo si tramutavano in verdetti insindacabili, propinati agli occhi della gente come verità assolute. Tali credenze erano talmente inveterate che sarebbe dovuto passare molto tempo perché l’uomo si rendesse conto che il cervello e il cuore fossero ancora più sconosciuti e inesplorati della profondità degli abissi. I miei record, d’altro canto, nascono anche da questo sentimento di rivalsa nei confronti dei medici e dei falsi convincimenti».

Lei è stato un pioniere, una sorta di padre dell’apnea profonda. L’uomo che ha sfidato la scienza si riconosce anche questo primato? «E’ d’obbligo, a questo punto, ricondurre la storia del record alla mitologia classica e fenicia, da me tanto amata. Sin dai tempi dei miei studi classici, sono sempre stato attratto dalla Storia e dalle testimonianze del passato. Ad esempio, lo stesso Erodoto ha scritto alcune pagine memorabili sulla storia del mare, che richiedono, però, una lunga premessa. I Greci tendevano a identificare Melkart (divinità protettrice della città fenicia di Tiro) con Eracle o con lo stesso Re del mare. Melkart, con una spallata, aveva aperto un varco (l’odierno stretto di Gibilterra) nella terra emersa. Quello che veniva chiamato “il grande fiume” (Oceano Atlantico) penetrò tra le terre, ormai disgiunte, e in questa falla diede origine al Mar Mediterraneo. Il braccio d’acqua, invece, prese il nome di stretto di Melkart. Un passaggio aperto per magnanimità; un dono del dio ai propri figli prediletti, i Tirii. I fenici, infatti, raggiunsero con le loro flotte i porti di tutto il mondo al tempo conosciuto, dedicandosi al commercio di importazione ed esportazione. Non esistevano bussole e le navi si lasciavano guidare dal sole e dalle stelle. Le più celebri navi a salpare da quelle coste furono quelle di Tarsis, una località tutt’oggi non definita geograficamente e topograficamente: da queste navi, provenienti da luoghi talmente lontani da non poterne identificare la provenienza, è stato coniato dai nostri marinai e pescatori, quelli veri e di un tempo, l’espressione “navi dei mari di fori a fori” (da fuori a fuori). Così i fenici, marinai per necessità di sopravvivenza, salpavano con navi cariche di prodotti come vetro, conchiglie, bissa, porpora, legno d’ebano e di cedro. Quest’ultimo, dal tronco alto e ben dritto, era usato per il primo legno sul quale vengono fatti poggiare tutti gli altri legni della chiglia. I mercantili tornavano, invece, carichi di metalli preziosi come oro, argento, rame e stagno. Un popolo che, per esigenza, aveva scelto il mare piuttosto che la terra. Per riconoscenza al dio venne eretto a Tiro un grande tempio, il cui frontone poggiava su una colonna d’oro e su una di “smaragdos” smeraldi».

E in che modo la mitologia ha segnato la Storia del record? «Non è ancora giunto il momento di abbandonare il mito per passare alla Storia. Tabnit, grande navigatore e archinauta della flotta fenicia, riuscì a convincere i magistrati della città a smantellarne il tempio e a costruirne due identici con i medesimi materiali, uno a Cadice e l’altro a Lixos, in modo da proteggere entrambi i lembi di terra separati dallo stretto e al fine di “tutelare” l’insidiosa traversata. Per ricordare l’avvenimento, una colonna d’oro venne posta a Lixos e una di smeraldo a Cadice. Un giorno, però, a Lixos il vento, con le sue adunche, scaraventò in mare la colonna. Tabnit, che si accingeva a passare lo stretto, si avvide che il Sole non traeva più i barbagli di quella colonna, e così, rizzata la prua, fece vela verso la costa, dove venne informato dell’avvenimento. Intravisti nel fondale del mare i consueti bagliori della colonna, si tuffò repentinamente nel turchino. Passò, quindi, una cima intorno alla colonna per ritrarla in superficie dalla profondità di trenta orghie (un’antica unità di misura corrispondente a circa un 1.80 m). Insomma, se quanto racconta Erodoto fosse vero, il primo record nella Storia del mondo sarebbe stato stabilito a -54 m circa. Potrebbe, perciò, essere Tabnit il capostipite dei record. E fortunatamente non vi erano presenti giudici… sennò i miei primi sei record sarebbero stati nulli!»

Se fosse vero quanto scritto da Erodoto, si tratterebbe di un record epico… e sarebbe anche la prova schiacciante di un uomo oltre i mitici -50? «Potenzialmente, potrebbe essere attendibile. Ma Erodoto, “giornalista-reporter” e padre della Storia, ebbe poca fortuna, perché, dopo neanche cinquant’anni, fu smentito da Aristotele di Stagira, filosofo e uomo di scienza, che scrisse un libretto naturalistico intitolato, in greco, “Problemata”. Lo storico di Alicarnasso fu clamorosamente contraddetto dal discepolo di Platone che, senza mezzi termini, dichiarò che mai l’uomo si sarebbe potuto spingere oltre le cinque orghie di profondità (appena 9 m) poiché, altrimenti, sarebbe rimasto schiacciato dalla pressione idrostatica. E fu la prima volta che la medicina e la scienza si frapposero tra l’uomo e il mare. Recentemente, alla fiera parigina “Le Salon de la Plongée”, dedicata al mondo della subacquea, è stata esposta una bellissima foto mia e delle mie figlie. Inutile dire che sono rimasto entusiasta alla notizia e al vedere i nostri nomi scritti nella didascalia, nonostante questa fosse erronea nel celebrarmi come “il capostipite dei record”. Un altro ipotetico record in apnea sarebbe stato fissato nel marzo del 1913, quando la corazzata Regina Margherita, appartenente alla Marina Italiana e avente come porto di armamento La Spezia, gettò l’ancora nell’Egeo, a Scarpanto, nella baia di Pegadia. L’ancora non trovò fondo e, spezzando la catena, si inabissò nel fondale. Localizzata a 60 m di profondità, provarono a recuperarla con dei rampini ma il tentativo non ebbe buon esito. Si accostò, allora, una barchetta armata a vela e remi, con a bordo un uomo anziano e due giovani. Nei corridoi, tra i banchi della barca, si notava l’attrezzatura tipica degli spugnari greci: la gangara (una rete che si mette sulle spalle del sommozzatore), una cima lunghissima arrotolata e un mazzara, resa idrodinamica da chi l’aveva scolpita. Il capobarca, Georgios Haggi Statti, si arrampicò scimmiescamente sulla corazzata e, in un italiano maccheronico, chiese di parlare con il capitano, promettendo di recuperare l’ancora in cambio di una sterlina. La proposta fece scaturire l’ilarità dell’equipaggio e dei medici che, perplessi, collaborarono alle “pompose” operazioni di recupero. Hagystatis si immerse nudo con una zavorra in mano e, dopo circa tre minuti, si arrampicò cima cima lungo il cavo. Dopo tre immersioni localizzò l’ancora e, al quarto tentativo, assicurò questa a una cima. Si urlò subito al miracolo e il pescatore venne tartassato di domande tese ad appurare le modalità adoperate nella discesa per il recupero. Nessun segreto, nessuna magia. Hagystatis disse di pescare spugne a -100 m di profondità. Quando gli fu chiesto come mai si spingesse a simili profondità, dal momento che le spugne si trovano già a -10 m, si guardò intorno e considerò l’esoterico dell’uomo e ben più profondo e sconosciuto il mare circostante».

Insomma, affiorava la possibilità di vedere realizzato ciò che prima era dato per impossibile. «Se da un canto l’uomo iniziava a intravedere la prospettiva di immersioni oltre i limiti impostigli, dall’altro le false credenze, radicate nell’opinione pubblica, erano destinate a essere trascinate fino agli anni ’80. Addirittura, durante gli anni delle due guerre mondiali, nel caso in cui un sommergibile affondasse, l’ordine perentorio era quello di non abbandonare il sottomarino bensì di attendere aiuti dall’esterno. E se tanta era la paura di uscire, altrettanta era quella di arrecare soccorsi… E ciò non per motivi precauzionali ma per un semplice e insito timore della pressione atmosferica al di fuori del mezzo. Gli stessi militari, abbandonati quindi al proprio destino, preferivano morire in quegli ambienti angusti, tra le esalazioni di fluoro, tra la puzza del sudore e quella della paura stessa, piuttosto che affrontare le “insidie” del mare. E furono in molti ad accettare una fine evitabilissima e dettata esclusivamente dall’ignoranza. Fu questo il caso del sommergibile “Iride” della Regia Marina, affondato all’alba del 22 agosto 1940 da tre aerosiluranti Swordfish britannici, che lo centrarono. Il sommergibile, agli ordini del tenente di vascello Brunetti, affondò, seguito immediatamente dalla nave appoggio “Monte Gargano”. Tra tanti morti, la torpediniera “Calipso” recuperò soltanto dodici membri dell’equipaggio, ovvero coloro i quali, trovandosi in coperta o in torretta, erano stati sbalzati in mare dall’esplosione senza subire il tradizionale graffio. Il sottomarino, con a bordo diversi uomini della X Flottiglia MAS (tra i migliori sommozzatori al mondo), si poggiò ad una profondità di soli 14 m. I soccorritori, che lottarono contro i volantini e le pareti del sommergibile, per aiutare gli uomini intrappolati in camera di manovra, dovettero letteralmente ingaggiare una colluttazione con questi per farli uscire dalle pareti stagne. Tanta era la paura di questi grandi sommozzatori che, a causa di quanto inculcato loro dalla medicina, si opponevano ai soccorsi. Quella della paura è una storia uscita fuori da quando il primo uomo tentò di guardare, per semplice curiosità, cosa ci fosse sotto l’epidermide del mare. Sono, infatti, molti – forse troppi – coloro che si limitano ad ammirarne soltanto la superficie».

Fino ad ora abbiamo ricondotto, per mezzo di meravigliosi aneddoti e fatti storici, le fila dell’apnea nel corso dei secoli… Traendone le conclusioni, Lei, da grande apneista, a cosa attribuisce la pregressa ignoranza scientifica? «Probabilmente la carenza di conoscenze in ambito medico-scientifico era dettata soprattutto dal fatto che gli specialisti del settore non abbiano mai cercato davvero in fondo alla verità. Per molti anni non si sono mai posti la domanda “Ma come fanno certi uomini a compiere certe imprese?”. Oggi, a differenza di allora, la scienza è finalmente dotata di curiosità. Io, ad esempio, mi sono sempre considerato un uomo con parametri psico-fisici normali. E’ anche vero, però, che, un tempo, mancavano i mezzi per giungere a determinate conclusioni. Voglio precisare che quello tra me e i principi della fisica è un amore mai sbocciato. Il primo a teorizzare l’adattamento dell’uomo negli ambienti esterni fu un medico svedese, naturalizzato americano, dei laboratori di ricerca dell’Università di Buffalo. Fu teorizzato il fenomeno del Blood Shift, ovvero lo scivolamento del sangue dalla periferia (gli arti) al centro del corpo (cuore, polmoni e cervello). Lo scudo ematico preserva, così, l’individuo da un’ulteriore compressione di questi stadi cavi e della gabbia toracica, evitandone quindi lo schiacciamento. Il sangue, del resto, ha la stessa densità dell’acqua salata. Inutile dire che solo dopo molto tempo questa teoria fu accettata coralmente»

Tornando al Suo rapporto con il mare, immagino che una Leggenda come Lei non possa vivere senza. Quanto tempo fa l’ultima immersione? «Bene, la più recente risale a due anni addietro. Migliorandomi di metro in metro, sono arrivato fino a -101; ma c’è un’età per ogni cosa e, così, ho capito che era il momento di fermarsi. Mi ero già ritirato una prima volta nel ’74, poiché, in occasione del record dei -87 m, ero riemerso in preda a una sincope. Invece, poi, decisi di ritornare, e, a 56 anni, stabilii il mio ultimo record. Oggi, superati gli 80, gli aritmologi me lo hanno categoricamente proibito. Sono stati chiari, mi hanno detto: “Signor Maiorca, Lei deve semplicemente ringraziare il mare se oggi si ritrova un cuore che, con la Sua passione, ha plasmato e trasformato a Suo piacimento”. C’è un’età per ogni cosa; non c’è niente da fare. Sul piano fisico ne ho avuto la prova e, dopo il colloquio con questi eccellenti professionisti, mi sono lasciato convincere. Dopo una vita trascorsa negli abissi, ho dovuto mettere da parte il mare verticale. Del resto, ci sono più modi di vivere il mare: quello verticale l’ho amato tanto e lo amo ancora, ma è giunto il momento di frequentare solo quello orizzontale. Dall’intersezione di questi due assi si genera la più perfetta delle figure geometriche: l’angolo giro, che, senza un inizio e senza una fine, attesta l’eternità del cerchio. Infatti, il giorno in cui il mare dovesse proibirmi di tornare in superficie, inizierei a detestarlo. Ho sempre trovato scomodo persino inginocchiarmi: la testa di un uomo in posizione eretta è, di per sé, più vicina a Dio. Oltre al mare, amo anche la terraferma, la campagna e, in primavera, il profumo stordente della zagara nei dintorni di Lentini. Spesso dimentichiamo che la Sicilia è una terra benedetta. D’altronde, oggi l’Italia è un po’ tutta Sicilia, da Capo Passero ad Aosta. Come diceva Sciascia, è in corso una spinta verso nord della linea della palma, che oggi alligna anche dove un tempo non cresceva».

Sempre più frequentemente si sente parlare di tanti giovani che perdono la vita tra le insidie del mare… Qual è il consiglio che si sente in dovere di dare a chi voglia accostarsi al mondo “di sotto”? «Da che mondo è mondo, sono quasi sempre i giovani ad avventarsi con irruenza. Non è una questione di ignoranza o di imprudenza, ma di semplice istinto: è un atteggiamento caratteristico degli anni verdi, vivificati dal fuoco sacro della gioventù. Il mio consiglio a chi voglia conoscere la realtà dell’apnea è di lasciarsi guidare e indirizzare dai veri professionisti. Fortunatamente, oggi, le nuove leve possono fare affidamento su mezzi e conoscenze. Quando iniziai io, invece, non esisteva nemmeno il concetto di compensazione. Il progresso scientifico è una marcia in più per chi voglia mettersi la maschera sul viso ed esplorare questo mondo di fiaba ed ammirare la zecca del Sole che si infrange sui fondali. E per di più, tutto questo può essere fatto in sicurezza, senza dimenticare che il mare non va mai preso sottogamba ma opportunamente temuto»

La grande passione per l’ecologia e per la natura, unitamente al rispetto e alla protezione di questa, l’hanno spinta ad abbandonare la pesca subacquea? «Ho iniziato ad accostarmi al mare armandomi di fucile. Nel ’67 ho deciso di metterlo via una volta per tutte. Non è un fatto di normalissima catena alimentare, ma trovo disumano che gli uomini, le creature più crudeli, pretendano di togliere la vita ad altri esseri viventi, che vengono terrorizzati e spietatamente uccisi. Mi astengo dal mangiare le aragoste e le cicale, per l’orribile fine cui vanno incontro, gettate vive in pentola. Rinuncio anche alle cernie, che sono ormai in estinzione. Trovo, invece, atroce e brutale il fatto che i maledetti giapponesi sottopongano a determinati martirii le balene e i delfini, che così tante e bellissime pagine hanno scritto nella Storia e che sono, sotto il profilo comportamentale, così simili all’uomo. Per non parlare delle tartarughe marine che muoiono a causa dell’inquinamento dei fondali, ingerendo e mangiando sacchetti di plastica, che confondono per meduse. Per mano dell’uomo e a causa dello scarso rispetto della natura da parte di questo, le tartarughe muoiono tra mille sofferenze dopo essersi nutrite di qualcosa che credevano edibile. Non mi sono pentito di aver messo il fucile da parte: distogliendomi dalla caccia, il mare mi ha ricompensato, permettendomi di ammirare quanto di più bello ci fosse in natura».

Mi permetto di porle una domanda tanto scontata quanta attesa. In molti hanno speculato sulla rivalità con Jacques Mayol. Qual è il ricordo che lei conserva di quest’avversario? «Jacques ha fatto una fine contraria alla sua forma mentis. Quando ho appresso del suicidio sono rimasto incredulo, così come chiunque lo conoscesse bene. Un gesto inconcepibile – per chi ne ricorda l’aria sprezzante – probabilmente dettato dalla depressione e da una scarsa fiducia nel futuro. Posso asserire che fossimo amici, ma con la giusta severità che è necessaria tra persone che hanno idee e concezioni differenti. È evidente che fossimo diversi ma, nonostante tutto, gli sono “debitore” per avermi dato il tipico calcio nel sedere per migliorare il record. Prima di lui non ero abituato ad avere concorrenza e mi limitavo a perfezionare il record. Nell’agosto del ’65 mi ero fermato a -54 m, e lui l’anno dopo mi superò di 6 m (nel frattempo Teteke Williams aveva raggiunto i -59 n.d.r.). Così nel novembre del ’66 toccai i -62 m. La rivalità con lui fu uno stimolo, mi diede grinta e motivazione. Per quanto riguarda il film, non attribuisco l’intera responsabilità a un giovanissimo Besson, che fu raggirato e turlupinato con estrema facilità da un Mayol ormai prossimo ai 60, per l’occasione sceneggiatore del film. Tra l’altro, mi è stato spiegato dai membri della stampa estera che la critica non ha individuato nell’Enzo del film il personaggio negativo bensì in un Mayol mitizzato che si ritira nello yoga. Jacques e io ci eravamo anche sentiti telefonicamente qualche tempo prima che compisse quel gesto: subito dopo Natale, avremmo dovuto girare insieme un documentario per la televisione tedesca… ovviamente anche in quell’occasione avemmo l’ennesimo litigio, poiché io volevo che le riprese fossero eseguite a Siracusa mentre lui le preferiva all’Elba».

Poi c’è stato quell’ormai storico increscioso incidente a Sorrento, il 22 settembre del ’74. Una domenica come le altre. Tentava di stabilire il record dei -90 ma, dopo un paio di metri, andò a sbattere con Bottesini. «Bottesini fu semplicemente vittima dell’ambiente. Sarebbe dovuto essere un record perfetto, mai come quell’anno. L’unico inconveniente è stato l’essersi affidati a persone che, per un paio di ore in più di diretta televisiva, stavano sacrificando due vite umane: la mia e quella di Enzo Bottesini. Il tentativo di record in apnea, il primo della Storia in ripresa diretta, venne ritardato dall’intervento di un sommozzatore d’appoggio, non dei miei, che strappò i contrassegni che avrei dovuto riportare al giudice di superficie. Un contrattempo, ebbrezza degli abissi, causò un ritardo di circa cinque ore. Era stato tutto organizzato al meglio, nonostante le difficoltà che la profondità avrebbe comportato. Nelle acque della baia di Jeranto, decisi, per correttezza verso l’organizzazione, di immergermi ugualmente. Il caso volle che durante la discesa lungo il cavo d’acciaio, a circa -18 m, andassi a sbattere contro quest’operatore, esperto subacqueo, inviato dalla Rai. Uscii dall’acqua in preda alla furia. La delusione era tanta: mi ero preparato per il record da gennaio a settembre, avendo dovuto far fronte anche al freddo. Facevo l’informatore medico-scientifico per la De Angelis e così mi allenavo in piscina anche di notte, a partire dalle 22-23, o, a mare, anche fino all’alba, e persino quando, con l’ora solare, era ancora buio. Mayol, ad esempio, viveva di rendita mentre io, invece, ero costretto a lavorare, a fare “u commissu”, come mi dicevano stupiti gli ammiratori quando mi incontravano sul lavoro. Ripensando oggi a tutte quelle parolacce che mi scapparono dalla bocca, posso dire, a mia parziale giustificazione, che quanto ripreso dalle telecamere fosse la semplice reazione di un normalissimo uomo, che, al confronto con le difficoltà e con la delusione, trova nel turpiloquio una valvola di sfogo. Probabilmente Enzo Maiorca non poteva permettersele e per questo ho sbagliato».

Nel ’94 Lei è stato Senatore della Repubblica della XII Legislatura. Come mai un personaggio come lei ha poi deciso di non ricandidarsi? «Entrai in senato con grande commozione. Pensai a come sarebbero stati fieri i miei genitori se fossero stati presenti, vedendo il proprio figlio ricoprire una carica di tale prestigio. Ma immediatamente mi resi conto di quanto il sistema politico fosse fallimentare. Tutto veniva programmato affinché non si concludesse nulla. La politica si è rivelata un vero schifo, perché basata su una classe politica indegna e incompetente. Per una semplice questione di rispetto e di correttezza verso quell’alta carica decisi di non ricandidarmi. Mi vergogno profondamente per tutti quei finti politicanti, e in Sicilia ne abbiamo troppi di questi esempi. Quando mi battevo per condannare la realtà di un mare sporco e inquinato, un politicante siracusano, e altro volto noto dello sport, aveva la faccia tosta di negarlo. A me piace parlare chiaro e in faccia, dicendo le cose sempre in maniera diretta, senza nascondere le mie idee e il mio punto di vista. Bisogna supportare le proprie idee. Alcuni non lo fanno per mancanza di coraggio, per vigliaccheria, altri perché consapevoli di proporre idee poco valide e, quindi, non degne di essere supportate: in entrambi i casi, il comportamento risulta disonorevole».

C’è qualche aneddoto o personaggio che ricorda con particolare piacere? «Sono particolarmente legato al ricordo di Amerigo Santarelli, un ingegnere brasiliano, che nel ’60 aveva superato di un metro il mio record a -45 m. Una persona meravigliosa, simpaticissima e di grande acume umoristico. Traendo spunto dalla burla delle facce di Modigliani – messa in atto da alcuni studenti – ritrovate nel Fosso di Livorno nei primi anni ’80, portò con sé dall’Italia alcune anfore false. Le immerse in mare e, passato un po’ di tempo, le recuperò, dichiarando di aver trovato anfore romane. Tutti finirono per credergli e gli “esperti” abboccarono. Quando svelò lo scherzo, ben riuscito, finì con una colossale bevuta. Un Grande uomo che, da lì a poco, sarebbe morto in un incidente a bordo del suo ultraleggero».

Si sente ancora amato da quel pubblico per il quale ha costituito il Mito di un’epoca? «Il pubblico mi è sempre stato vicino. Tutt’oggi ci sono un sacco di persone fantastiche. Forse, però, in Italia è ormai piombato il disinteresse: alcuni hanno dimenticato e altri non hanno mai conosciuto. Posso rivendicare con orgoglio di non essere stato uno dei tanti tronfi personaggi che, dopo aver compiuto una qualche impresa, abbiano avuto come unico interesse quello di salire su un piedistallo con le mani ai fianchi, urlando il proprio nome ai quattro venti. Il poter dire “io sono Enzo Maiorca” non mi è mai interessato. Oggi regna il disinteresse e l’arroganza. Molti si fingono protagonisti senza esserlo davvero. Ricordo che, nella sala d’attesa di un medico di Pozzallo, era esposto un proclama in terracotta che recitava così: “quando nel mondo la canaglia impera, la casa dell’onesto è la galera”. Parte del pubblico, che una volta ti acclamava, con il passare del tempo, finisce per fregarsene di te. Rimasi piacevolmente stupito quando, nel 2006, in occasione di una visita a una base della marina militare vicino Tolone, i membri della scuola di sommozzatori conoscevano tutto di me. Forse anche più degli italiani stessi. Anche per questo non mi dispiace che la stampa e le televisioni italiane non mi cerchino più come un tempo. Ormai guardo solo i film. Non lo dico per snobismo ma perché sono arrivato a odiare la tv di oggi, con tutti quei talk: niente valori, niente morale, niente contenuti».

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