Il prof. Massimo Costa, leader e candidato alla presidenza della regione per il movimento “Siciliani Liberi”
Il prof. Massimo Costa, leader e candidato alla presidenza della regione per il movimento “Siciliani Liberi”

Il referendum costituzionale del 4 dicembre pone la Sicilia di fronte a un bivio. Le due possibili scelte in cabina elettorale e le loro inevitabili conseguenze possono valicare i confini del governo romano e avere delle ricadute sull’autonomia della Sicilia e sul suo statuto speciale. Ad illustrare le ragioni del No al referendum sulle riforme costituzionali volute dal Governo Renzi, il prof. Massimo Costa, leader e candidato alla presidenza della regione per il movimento “Siciliani Liberi”. «È vero – afferma Costa – se un siciliano va a votare per questo referendum costituzionale non deciderà certo soltanto per quanto influisce sulla Sicilia. Ci sono motivi generali che possono fare propendere per una delle due scelte possibili. Ma siamo siciliani, e non possiamo ignorare se e quanto questa “riforma” cambierà la nostra vita».

Annientare lo Statuto. «La riforma – spiega il leader del movimento “Siciliani liberi”- riaccentra moltissimi poteri dalle Regioni allo Stato, ma dicono anche valenti costituzionalisti questo non vale per le Regioni a statuto speciale, le quali vedranno mantenuti i loro Statuti fino a una modifica che potrebbe essere presa soltanto sulla base di intese paritetiche. Questo ha fatto gridare allo scandalo. Le cinque regioni autonome sembrerebbero diventare altrettante repubbliche autonome, la cui autonomia sarebbe inattaccabile dallo Stato. Questo è semplicemente falso. Forse, ma molto forse, varrà per le altre quattro regioni. Ma una giurisprudenza costituzionale ormai unanime da molti decenni discrimina proprio la Sicilia rispetto alle altre quattro, perché è l’unica il cui Statuto è stato elaborato prima e non dopo la Costituzione, e quindi, secondo la Consulta, è l’unico Statuto a “non essere coordinato” con la Costituzione stessa, e quindi, quasi sempre, l’unico a soccombere nei punti di discordanza. Ora che i “principi generali” dell’ordinamento costituzionale sono radicalmente cambiati, lo Statuto resterà del tutto indifeso di fronte alla giurisprudenza costituzionale, con o senza processo di revisione formale».

Presidente fantoccio. «Fra questi “principi generali” che certamente troverà immediata attuazione – continua il leader di “Siciliani Liberi” come seconda motivazione per il No – è il generale “potere di destituzione” che lo Stato ha sui Presidenti di Regione che incorrono in “grave dissesto finanziario”. Sembra cosa buona e giusta, ma ci si dimentica del fatto che il “dissesto” dipende da chi detiene i cordoni della borsa. Già oggi lo Stato, non passando alla Regione l’Agenzia delle Entrate, come dovrebbe, distoglie una quota “a piacere” delle risorse regionali, basta che lo motivi come “contributo al risanamento della finanza pubblica erariale”. Con questo strumento qualunque Presidente della Regione potrebbe essere privato di tutte le risorse, condannato al dissesto, e quindi “rimosso a piacere” del Governo nazionale. Quindi la riforma espone la Regione alla totale soggezione ed arbitrio da parte del Governo centrale».

Clausola di supremazia. «Sempre fra i suddetti “principi generali” – prosegue Costa al terzo punto – la Corte Costituzionale dichiarerà immediatamente applicabile anche in Sicilia è presenta la famigerata “clausola di supremazia”. Con questa “bella pensata” lo Stato può riportarsi, con una delibera a maggioranza semplice della Camera, a sua volta “telecomandata” dal Governo, qualunque competenza legislativa, amministrativa o risorsa regionale. L’unica condizione è che deve motivare il provvedimento con “l’interesse strategico nazionale”. Si arriva al paradosso che noi, nello Statuto, che è legge costituzionale, possiamo scolpire nella pietra qualunque patto con lo Stato, poi lo Stato ha il diritto di riprendersi “a piacere” tutto quello che vuole, basta che sia in gioco “l’interesse nazionale”. Un affare, non c’è che dire».

Il nuovo Senato. «Nessuno ha fatto caso al fatto che lo Statuto – continua Costa nell’elencare le ragioni del NO di “Siciliani Liberi”- rende i deputati regionali incompatibili con il ruolo di Senatore. Ora, il nuovo Senato è composto proprio di consiglieri regionali e sindaci. In teoria, sempre per il discorso di cui sopra sui “principi generali dell’ordinamento costituzionale” questo impedimento non dovrebbe essere applicabile. Ma – a quanto pare – la Costituzione prevale sullo Statuto solo quando non conviene alla Sicilia. In questo caso invece no. Quindi la Sicilia sarebbe privata di quasi tutti i senatori (solo uno, in rappresentanza dei sindaci), a meno che non modifichi il proprio Statuto, esattamente nella direzione dettata dallo Stato (e la revisione pattizia? nel cestino)».

Decade la rappresentanza politica. «In ogni caso il Senato – spiega Costa – non vota i documenti finanziari né la fiducia al Governo. Se passa la modifica, i Siciliani che vogliano incidere sulla politica nazionale devono e possono sperare solo sulla Camera. Ma la Camera, a differenza dell’attuale Senato, non è eletta su base regionale ma statale. E quindi, con gli sbarramenti elettorali vigenti, ai Siciliani è letteralmente vietato votare eventualmente per partiti regionali. Se vogliono incidere devono votare per Forza Italia, o per il PD, o per il 5 Stelle. E quindi, se vogliono candidarsi in questi partiti, devono mettere da parte gli interessi della Sicilia, altrimenti non faranno mai carriera. Per la Sicilia quindi non sarà mai più possibile “fare cadere un Governo” se questo non rispettasse i nostri diritti. Questa è, forse, tra tutte la limitazione più grave derivante da questa modifica».

«Non c’è lotta» afferma il candidato alla presidenza della regione per “Siciliani Liberi”. «Anche volendosi limitare ai rapporti tra Sicilia e Italia – evidenzia Costa -il NO batte il SI 5 a 0». È vero che oggi, complice una classe politica corrotta, molti abusi sono già compiuti dallo Stato contro la Sicilia. Ma con questa riforma, secondo il movimento “Siciliani Liberi”, lo status di “colonia” per la Sicilia diverrà irreversibile. «Non stringiamoci il cappio al collo da soli. Lasciamo la Costituzione che c’è, vecchia, malandata, calpestata, ma ancora dignitosa, migliore certo di una svolta autoritaria di cui nessuno sente il bisogno».

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