Rossana Bonafede (donna Prazzita), Antonio Castro (barone di Mezzomondello), Tuccio Musumeci (marchese di Ruvolito) e Claudio Musumeci (Baronello di Mezzomondello) - ©Foto di Dino Stornello
Rossana Bonafede (donna Prazzita), Antonio Castro (barone di Mezzomondello), Tuccio Musumeci (marchese di Ruvolito) e Claudio Musumeci (Baronello di Mezzomondello) - ©Foto di Dino Stornello

Il Teatro “Vitaliano Brancati” inaugura la nuova stagione di prosa e lo fa con Il Marchese di Ruvolito, celebre commedia in tre atti dell’autore siciliano Nino Martoglio e classico della nostra tradizione teatrale. Una commediola dialettale in piena regola, andata per la prima volta in scena al Teatro Nazionale di Roma il 23 dicembre 1920, con Angelo Musco e Rosina Anselmi. Si tratta della penultima commedia del belpassese che scomparirà di lì a poco, il 15 settembre 1921, precipitando – in circostanze rimaste poco chiare – nella tromba dell’ascensore in costruzione dell’Ospedale Vittorio Emanuele di Catania.

E ancora una volta è Tuccio Musumeci il grande mattatore di un apprezzatissimo e applauditissimo allestimento, unitamente a un folto stuolo di quanto mai validi e affiatati comprimari che ulteriormente arricchiscono il cast della commedia corale. Un esemplare parte di una ricca vena di commedie d’ambiente di cui fu tanto prodigo il teatro dell’Italia meridionale tra la fine dell’ ‘800 e l’inizio del secolo scorso, con un abbondante filone di romanzieri e commediografi, quali Verga, Capuana e lo stesso “malpassotu”. Una scelta azzeccatissima e brillantemente indovinata, per il diletto dello spettatore, valorizzata da una regia – firmata da Giuseppe Romani – quasi sempre gustosa, accurata, attenta e omogenea. L’intreccio ruota intorno alla figura del marchese, anziano e pluriblasonato aristocratico ridotto sul lastrico, senza più un soldo, con la dimora pignorata e ormai costretto a scendere a patti con la nuova società di affaristi e arricchiti, disposti a tutto pur di conquistare uno stemma araldico sulla porta. Da vero maestro nell’arte di arrangiarsi, l’astuto titolato, grazie alla profonda conoscenza del patriziato, si industria per far guadagnare a questi nuovi “signori” – anche laddove non abbiano vere origini di sangue blu – un titolo nobiliare riconducile a radici illustri disseminate in contorti alberi genealogici. Bassino, smagrito, acuto, distinto nei modi, decaduto fisicamente e moralmente: questa la caratterizzazione del personaggio “eponimo” che Tuccio Musumeci, da attore consumato, riesce con l’età a incarnare e restituire al meglio. Il marchese non emana quell’alone di grandezza propria degli appartenenti al proprio rango ma si confronta abilmente con lo sciame di parvenus, smaniosi di fregiarsi di palle e corone con stemmi gentilizi realizzati ad hoc.

La smania di nobiltà e la tribolazione causata dal “lignaggio” popolano sono i veri protagonisti dell’opera di Martoglio, che porta in scena un fenomeno assai diffuso nella Sicilia di primo ‘900. Il Marchese di Ruvolito è la storia di intere famiglie patrizie che, dopo aver goduto di immense e straordinarie fortune e dopo aver scialacquato per decenni interi patrimoni, furono costretti dai tempi a vendere tutto, persino il titolo. Interi antichissimi casati aristocratici in ginocchio economicamente, ma pur sempre egemoni per arrogante superbia e alterigia, sprezzanti tra l’altro del ceto sociale al quale hanno fatto posto, quello che la fa ormai da padrone nei mercati, nel commercio ed è assoluto detentore del dio denaro. E a fare da contrappeso è proprio l’irrefrenabile e spasmodica ambizione del nuovo emergente ceto borghese, quello dei cosiddetti “arripudduti”, espressione che, nella singolarità della lingua sicula, descrive colori i quali si sono resi protagonisti di una rapida scalata sociale, arricchendosi magari in modo non particolarmente limpido, senza tuttavia essersi “nobilitati” nei modi e mantenendo gli originari sguaiati e villani. E se rinvenire patrizie e inventate genealogie o lontani imparentamenti con illustri casati risulta un espediente più difficile, illogico e stravagante – oltre che vietato dalla legge – per ottenere il blasone, conveniva preferibilmente accasare nel modo più opportuno i propri figli. È quest’ultimo il caso di donna Prazzita (o più elegantemente Placida) Timurata, ossessionata dall’idea del titolo nobiliare per affermare ancora una volta il proprio status di “nuova signora”, ricca com’è di danari guadagnati però con olio d’oliva e i formaggi. Sfumata, per timore della legge e della giustizia, l’idea di procurarsi un titolo e uno stemma pergamenato per mezzo del marchese, questa va a caccia di un nobile spiantato e borioso che porti in dote alla figlia Immacolata (Roberta Andronico) non ricchezze ma più semplicemente un titolo “con le palle”. E l’interpretazione da manuale di Rossana Bonafede è in questo senso davvero brillante: una scavaddatissima, isterica e spocchiosa “matrona” arricchita che dà sfogo al bisogno primario e impellente – unica vera aspirazione – secondo la logica dell’arrampicata sociale. Poco importa se le sostanze del pretendente sono scarse… serve il prestigio, non la ricchezza! È quindi la madre l’unico impedimento a un più felice matrimonio con il genuino Adolfo Grisi – già innamorato di Immacolata, che ricambia – giovane e ricco figlio di borghesi, anche loro arricchiti ma con il sapone e la potassa. Di contro, il baronello di Mezzomondello si accontenterebbe di sposare Immacolata e la sua ricca dote, condividendo in cambio il titolo nobiliare: un matrimonio di reciproca convenienza che per l’inconcludente rampollo significa anche la salvezza economica. E nel ruolo è bravissimo Claudio Musumeci, che sfoggia al meglio alterigia, avidità e le proprie mire, accarezzando e verificando la solidità dei complementi d’arredo di casa Timurata; consegna al pubblico un personaggio interessato più al denaro che alla felicità, borioso e in bolletta, ma mai superbo e arroccato nella baronia quanto il padre, ben interpretato da Antonio Castro. Protagoniste per presunzione e vanità le donne di casa: oltre a Prazzita, spicca per estro e ispirazione la donna ‘Nzula di Maria Rita Sgarlato, altra “arripudduta” di lusso, irritabile e ciarlante, folkloristica al punto giusto. Più pacate nei toni ma non meno efficaci le interpretazioni maschili di Riccardo Maria Tarci, nei panni di un assennato ed equilibrato Don Jabicu Timurata, e di Turi Giordano, in quelli di un remissivo e bonario Don Neddu Grisi, esilarante nei generosi e pronti “cettu cettu” mai negati alla moglie per assecondarla nelle sue “dissertazioni”. In una scoppiettante girandola di multiforme umanità, vista dall’occhio sarcastico di Martoglio, il bonario marchese di Ruvolito riuscirà, attraverso una serie di esilaranti siparietti, a dimostrare la propria nobiltà – quella vera, d’animo – nel risolvere, al meglio, la storia d’amore contrastato tra i due giovani innamorati e a sventare le ambizioni dei Mezzomondello, accomodando gli interessi di tutti in modo conveniente e opportunista. Il marchese, per soddisfare le pretese dei nuovi ricchi, adotta il giovane Adolfo Grisi cedendo il proprio titolo marchionale al commerciante che sposerà la fanciulla con l’entusiastico consenso – finalmente – di donna Prazzita, inorgoglita dall’altisonante parentela con il casato dei Gebbiagrande e divenuta madre nientemeno che di una marchesa “di curuna cch’ ’i gigghia, non con le palle!”. Dal canto suo il Marchese di Ruvolito otterrà di restare usufruttuario nel palazzo avito, riscattato dal figlio adottivo, dal quale rischiava di essere sfrattato.

Dialoghi arguti e una ricostruzione ambientale semplice, felice e di impianto tradizionale, conducono il raccontino con uguale lepidezza e uguale sapore, con caricatura temperata di bonarietà dialettale. Il tono macchiettistico riesce bene alla compagnia spontaneamente affiatata, che porta in scena lo spaccato di una Sicilia che fu, fatta di salotti e antiche dimore, ambizioni e da un mondo semplice e ingenuo. Tuccio Musumeci si muove sulla scena in situazioni a lui congeniali: come di consueto, gli basta uno sguardo, la mimica facciale e il linguaggio del corpo per strappare una risata e restituire le sfaccettature del personaggio. Risulta assolutamente comico quando, affamato com’è di pietanze sopraffine (e non), lavora di fantasia mentre ascolta con pazienza lo sfogo di don Neddu Grisi, deluso per lo scarso appetito del figlio – afflitto da pene d’amore – di fronte al bendidio di portate giornalmente alla tavola della benestante famiglia. Tuccio esprime la fame del marchese semplicemente con uno sguardo – tacito ma eloquentissimo – in questo brillante duetto a base di ghiottonerie virtualmente bramate. Da grande maschera comica e con prorompente comicità, umanità e pateticità, offre una recitazione spontanea e misurata, strappando più e più volte entusiastici applausi a scena aperta e ben tratteggiando il carattere, la psicologia e la statura umana di questo personaggio arrivista ma di buon cuore, che tira a campare ma che ha commiserazione per i villani. Le grottesche caratterizzazioni della stravagante serva Marianna (Raniela Ragonese) e dell’abile intrallazzatore Tanu Conti (Fabio Costanzo) hanno contribuito a farne uno spettacolo assai piacevole. A completare il cast Enrico Manna (il signore Mangialardo), Donatella Liotta (la signora Mangialardo), Marina Puglisi (Teresina), Savi Manna (Capostazione, Notaio, Ufficiale Giudiziario) e Luigi Nicotra (Servitore). Vivace e brioso, Il marchese di Ruvolito immortala un’epoca e il ritratto di una terra, sempre in modo canzonatorio e ironico, non deludendo le aspettative e confermandosi un successo applauditissimo. Scorre veloce, nelle circa due ore, anche grazie alle già citate scene di Susanna Messina, agli eleganti abiti delle sorelle Rinaldi, ai movimenti coreografici di Silvana Lo Giudice, al disegno luci di Sergio Noè e alle piacevoli musiche di Pippo Russo. Una divertente favola caratterizzata da stereotipi, macchiette e personaggi contorti, tutti accomunati dall’intimo desiderio di sbarcare il lunario. E se la realtà teatrale catanese si confronta con tempi difficili, il Brancati, sotto la direzione artistica di Tuccio Musumeci, inaugura nel migliore dei modi la nuova stagione, offrendo sempre un validissimo cartellone di classici della tradizione e pièce meno note di autori contemporanei. Il pubblico di fedelissimi apprezza la comicità elegante, leggera e di gusto, tanto più se manifestata tramite il racconto di un’epoca non poi così lontana e di fatti e situazioni non poi così inattuali.

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