Ciro Lomonte
Ciro Lomonte

A pochi mesi dall’appuntamento con le urne, che riguarderà la Regione ma anche i Comuni come Palermo, il “vento” del malcontento e della delusione per l’atavica mediocrità di una politica incapace di rilanciare la Sicilia soffia sempre più forte nel cuore e nei pensieri di tanti siciliani. Una realtà emergente, che interpreta con caparbia naturalezza il sentimento della riscoperta autentica dell’identità di quest’isola, è certamente “Siciliani Liberi”. Il nuovo movimento per l’indipendenza dell’Isola, tenuto a battesimo il 3 gennaio 2016 in un albergo sul lago di Pergusa, è tra le più positive sorprese del panorama politico regionale. A quasi un anno da quella festa, a cui hanno partecipato simpatizzanti provenienti da tutta la regione, “Siciliani Liberi” sta diventando una bella realtà che cresce e si rafforza. Uno dei fondatori, il prof. Massimo Costa, leader del movimento, interpreta con determinazione e passione il desiderio collettivo di far uscire la Sicilia dall’avvilente e mortificante condizione “coloniale” alla quale è stata costretta sin dall’inizio dallo Stato Italiano. Oltretutto l’ideologia statalista di base detta non solo le regole della politica ma prevarica anche e soprattutto le dinamiche del vivere quotidiano. Il prof. Costa ha proposto per questo iniziative forti, un percorso che possa portare in un futuro non troppo lontano all’indipendenza siciliana, anche attraverso conquiste progressive. Tra i principali punti del programma politico del movimento troviamo: la regionalizzazione della magistratura e dalla ricostituzione dell’Alta Corte; un’immediata regionalizzazione dell’Agenzia delle Entrate; una moneta complementare regionale; uno shock fiscale positivo ed un massiccio investimento nelle infrastrutture, anche immateriali, come quella scolastica. A riferirci con chiarezza e caparbietà queste ed altre idee è l’arch. Ciro Lomonte, volto nuovo del Movimento e figura di spessore umano e culturale che potrebbe presto essere protagonista alle elezioni amministrative a Palermo. Le parole di Lomonte fanno riflettere e tracciano la rotta della via impervia ma non impraticabile che dovrebbe intraprendere il popolo siciliano per provare ad uscire dal tunnel delle difficoltà economiche e sociali.

La Sicilia come colonia. «Il nostro Movimento – spiega Lomonte – nasce dalla grande passione del prof. Massimo Costa, docente di Economia Aziendale all’Università di Palermo, che ha da sempre a cuore le problematiche inerenti le mistificazioni e le falsità sulla Sicilia. Lo stesso Renzi sabato scorso, a mio avviso, ha strumentalizzato una serie di luoghi comuni, come la presunta “rassegnazione” e “l’incapacità di essere imprenditori” degli abitanti dell’Isola. La verità è che, per certi versi, i siciliani sono i peggiori razzisti del mondo, ma nei propri stessi confronti, e negli ultimi 150 anni sono stati convinti dell’impossibilità di essere padroni del proprio destino. I siciliani sono leader e protagonisti nel mondo. Soltanto in Sicilia non ci riescono. Questo è un dato di fatto che deve far riflettere, superando le discutibili interpretazioni, poetiche ma erronee, date da Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo. Siamo stati ridotti alle condizioni di una “colonia”. Se non ci scrolliamo di dosso le catene non ci sarà futuro per la nostra terra e per le nuove generazioni. Non emigrano soltanto i giovani. Il fenomeno riguarda anche i pensionati, che decidono sempre più spesso di godersi i propri risparmi in Paesi con costi della vita minori o dove il regime di tassazione è più favorevole di quello italiano. Anche questo aspetto dovrebbe far riflettere. Lo Stato continua a sottrarre risorse alla Sicilia mentre si dichiara falsamente che questa terra viene mantenuta dalle Regioni del Nord Italia. La Sicilia ha un saldo negativo tra quello che invia a Roma in termini di imposte riscosse e quello che riceve per sanità ed istruzione. Bisognerebbe attuare lo Statuto, ma quando mai l’autonomia è stata reale? Si va avanti con una autonomia di facciata, lo Statuto non ha colpe, sono ormai 70 anni che non viene applicato. Nella nostra terra c’è un governatore che pur di concludere la legislatura ha concesso a Renzi qualsiasi cosa. Ma non si può andare avanti ancora con gli slogan. La politica del fare è ben altra cosa ed è l’unica strada che può salvare la Sicilia e rilanciarla».

Un progetto serio. «Il nostro Movimento è stato presentato il 3 gennaio scorso, la crescita di iscritti è esponenziale e sta raccogliendo simpatizzanti e consenso in ogni parte dell’isola. Palermo può rappresentare il laboratorio di un progetto più vasto, il punto di partenza per proporre qualcosa di distinto e distante da quella politica autoreferenziale che non può essere il futuro. È essenziale che i siciliani possano identificarsi in un progetto serio, che consenta di condividere gli ideali e la visione delle cose, un progetto e un percorso. A Palermo, da tempo, si moltiplicano soltanto pub, ristoranti e B&B: bisognerebbe invece avere la capacità di immaginare ben altro. Palermo, dopo le stragi del 1992, sembra essersi scrollata di dosso il mito romantico della mafia che protegge dallo Stato. Sono stati fatti passi avanti importanti nel risveglio delle coscienze. Però c’è una borghesia distaccata dai problemi del vivere quotidiano della città e sembra che stia li, ferma, ad aspettare un deus ex machina, senza sentirsi coinvolta o avvertire l’esigenza di impegnarsi e lottare per la propria città e per la propria isola».

Mancanza di orgoglio. «Siamo la quinta metropoli d’Italia, abitata da una strana “mescolanza” – costituitasi in gran parte dopo la seconda guerra mondiale – che non sente l’orgoglio di un’appartenenza. Quanti sono davvero fieri di essere palermitani? La gente di Napoli è fortemente orgogliosa della propria identità, a Milano e Torino ci sono molti meridionali che si sono perfettamente integrati lì. Anche per questo qui manca la capacità di valorizzare l’eccezionale patrimonio artistico e culturale di una città che i cittadini non sentono davvero propria. Gli stranieri mi dicono spesso che Palermo è una città straordinariamente bella sino all’Ottocento, mentre le parti edificate successivamente sono orribili. Investire sull’architettura potrebbe creare il volano per dare nuova linfa vitale all’economia di Palermo».

Ripartire dalla bellezza. «Forse le mie parole potranno sembrare utopia ma sono convinto che si dovrebbe procedere a sostituire gran parte del costruito negli ultimi settant’anni, partendo da una forte e chiara filosofia dell’identità. Il Piano Regolatore non è un progetto architettonico, è una previsione normativa. Le case recenti sono realizzate con tecnologie edilizie effimere. Il cemento armato non è eterno. Visto che prima o poi i casermoni contemporanei cadranno in ogni caso, non andrebbero ricostruiti con la stessa forma attuale e nella stessa posizione. Strade e piazze vanno ripensate coniugando innovazione e continuità con l’architettura siciliana. C’è bisogno di recuperare la “sicilianità”. Trovo assurdo che ci si ostini a parlare di architettura arabo-normanna quando gli studiosi hanno da tempo colto le specificità di quella che è architettura siculo-normanna. La Sicilia in realtà non è stata terra di conquista, è stata terra che ha trasformato tutti gli apporti giunti dall’esterno. Per riappropriarci del nostro destino è fondamentale che riscopriamo la verità sulla nostra natura di popolo».

Numeri da capogiro in Sicilia. «Noi abbiamo i migliori artigiani del mondo, che hanno sempre realizzato manufatti straordinari. La loro arte può rappresentare la base dello sviluppo futuro della Sicilia. Adesso si parla spesso di turismo in maniera banale, si pensa soltanto a convogliare flussi senza chiedersi cosa si vuole offrire al turista e cosa si intende proporre sul territorio. Il Duomo di Monreale attualmente vanta circa 400 mila visitatori all’anno, un dato che è ridicolo confrontandolo con l’eccezionale bellezza di quel luogo. Ma cosa si può pretendere di più se tra Palermo e Monreale c’è solo un autobus ogni ora e mezza? I parcheggi poi sono onerosi, senza alcun servizio, nessun incentivo all’uso e nessun collegamento specifico per anziani e diversamente abili».

Valorizzare i nostri prodotti. «Di recente abbiamo fondato la Monreale School of Arts & Crafts. Ogni qualvolta portiamo i turisti a Scuola per vedere all’opera i nostri maestri artigiani capaci di realizzare opere degne di quelle di duemila o mille anni fa, restano a bocca aperta. Si rendono conto che possediamo un patrimonio di manualità di valore inestimabile. Noi siciliani ci piangiamo troppo spesso addosso, non sappiamo valorizzare i nostri prodotti. Palermo ha artigiani straordinari che potrebbero convogliare qui l’attenzione di turisti e compratori. Dispiace e suscita amarezza il disinteresse dell’amministrazione pubblica per le strade dei mestieri e dei mercati nel centro storico di Palermo. L’incuria ha favorito l’occupazione di intere aree da parte di extracomunitari. Questa non è multiculturalità. L’integrazione si opera sulla base di una forte valorizzazione delle tradizioni locali.

L’urbanistica dei cinque minuti a piedi. «Le città contemporanee sono concepite con la logica delle distanze enormi tra casa e lavoro, abitazione e servizi. Bisognerebbe invece che i quartieri fossero autosufficienti, per esempio consentire ai bambini di poter giocare per strada come accadeva in passato. L’urbanistica del Novecento ha stravolto tutto. Occorre riproporre criteri di armonia e di vivibilità e di integrazione delle attività quotidiane. In Italia ci sono 14 milioni di famiglie, molte delle quali non arrivano a fine mese anche per le spese di spostamento. Non solo quelle: c’è una scarsa attenzione a valorizzare il ruolo delle famiglie come previsto dalla Costituzione».

Dentro o fuori l’Europa. «Si fa un gran parlare del referendum su una riforma della Costituzione Italiana – conclude l’architetto Lomonte –, riforma concepita al servizio di Bruxelles, che vuole stravolgere quella Costituzione. Per questo voteremo NO al referendum. Noi pensiamo che sia meglio uscire da quest’Europa e dall’Euro, moneta sbagliata per eccellenza, seppure con un percorso graduale e responsabile. Bisogna tornare ad avere un adeguato controllo delle banche che oggi sono finite in mano a poteri globali senza volto. Paesi come la Germania vogliono vendere le macchine agricole a Paesi sottosviluppati. In cambio consentono l’ingresso in Europa di prodotti agricoli a costo bassissimo, senza operare controlli di qualità. Noi abbiamo il grano migliore del mondo ma a quelle condizioni non lo possiamo vendere e così si fa un grave danno all’economia siciliana. Questa Europa non è rappresentativa della gente e non ha più nulla di democratico».

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