Teatro Massimo Bellini, Turandot -Foto Giacomo Orlando
Teatro Massimo Bellini, Turandot - Foto Giacomo Orlando

Incompleta. Come lo stato d’incompiutezza in cui Puccini lasciò l’opera prima di morire. E come il senso di imperfezione che si percepisce nell’allestimento del Teatro Massimo “Vincenzo Bellini” di Catania che ha riproposto in cartellone, dal 12 al 22 ottobre, uno dei titoli più amati della tradizione operistica. Riprende, infatti, dopo la pausa estiva, la stagione lirica dell’ente teatrale catanese e si avvia verso la conclusione proprio con Turandot, opera in 3 atti e 5 quadri, su libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni, lasciata incompiuta dal suo autore sul più bello e giusto prima del duetto finale – in verità soltanto abbozzato – e successivamente completata da Franco Alfano. La prima rappresentazione si ebbe al Teatro alla Scala di Milano il 25 aprile 1926 sotto la direzione di Arturo Toscanini, il quale arrestò la rappresentazione a metà del terzo atto, due battute dopo il verso «Dormi, oblia, Liù, poesia!» (morte di Liù), ossia dopo l’ultima pagina completata dall’autore, rivolgendosi al pubblico con queste parole: «Qui termina la rappresentazione perché a questo punto il Maestro è morto». Fortemente influenzata dall’orientalismo musicale europeo dell’epoca, è ambientata in Cina “al tempo delle favole”. Una fiaba crudele con una trama passionale che vede protagonisti la principessa dal cuore di ghiaccio, figura simbolica dall’orgoglio smisurato che soffoca in sé ogni sentimento umano, e il suo ostinato spasimante. Una fiaba – sì a lieto fine ma sicuramente non convenzionale – intrisa di sangue, sacrificio e cieca passione.

Turandot va in scena al “Bellini” nell’allestimento del 2006 curato da Pier Luigi Pizzi e realizzato per l’Associazione Arena Sferisterio del Macerata Opera Festival e, quindi, originariamente concepito per le rappresentazioni all’aperto. Le scene, di sicuro e istantaneo impatto visivo, constano di due imponenti e monumentali scalinate che accompagnano visivamente lo spettatore fino alle soglie e al gigantesco portone del palazzo imperiale, quasi a separare idealmente i protagonisti di più alto lignaggio e coloro che popolano la corte dalla folla del popolo di Pechino, agitata, eccitata e famelica, mai sazia di esecuzioni. E’ senz’altro merito di Pizzi aver restituito un senso di regalità e sontuosità in questa enorme e raffinatissima struttura a metà tra un palazzo imperiale e un luogo mistico quale un tempio orientale. A suggerircelo è la presenza di una preziosa statua dorata di una divinità induista che campeggia al centro della scena fissa (a simboleggiare il femminile, probabilmente la dea Kalì dalle mille braccia, la forza generatrice che plasma l’universo e allo stesso modo lo distrugge). Un chiaro riferimento alla bella Turandot, femme fatale e mantide religiosa che miete vite e si “nutre” dei propri pretendenti. La cura del dettaglio vede svettare su due architravi – a simboleggiare il maschile – due statue del giovane Budda seduto mutuate dalla settecentesca Casa Cinese nel Parco Sanssouci a Postdam, quasi a rimarcare l’esotismo dell’insieme architettonico. A curare sapientemente le luci è Vincenzo Raponi, che con un gioco di chiaroscuri accentua la predominanza del rosso, colore simbolo per antonomasia della passione così come del sangue, per poi sfumare su toni affini. I costumi, curati sempre dallo stesso Pizzi, sono semplici e appropriati per il coro ma meno convincenti quelli della protagonista. Con un siffatto impianto scenico le premesse ci sono tutte. Eppure, per quanto belle ed efficaci, le scene mal si adattano a un teatro che non sia all’aperto: il regista Massimo Gasparon può far ben poco nel distribuire le masse sociali sulla struttura, fin troppo spesso stipata e statica. Quando la scena si svuota, invece, la direzione dei protagonisti è attenta e curata. L’inconsueta disposizione del coro sulle due scalinate, inoltre, ha sicuramente penalizzato la performance dello stesso. Come sempre ben istruito da Ross Craigmile, la fortunata compagine del coro costruisce ed eleva, di concerto con l’Orchestra, un impetuoso e inclemente muro sonoro che ha un impatto devastante sulle voci dei protagonisti, spesso prevaricate. Per di più, a causa della struttura scenica, la percezione risulta difforme a seconda del posto a sedere dello spettatore/ascoltatore. Sul piano più squisitamente musicale, la direzione del maestro Antonio Pirolli, bacchetta di prim’ordine alla guida di un’Orchestra in stato di grazia, è attenta, pulita, sicura e priva di sbavature ed eccessi, rispettosa dell’ordito strumentale e della carica innovativa e moderna della peculiare partitura orientaleggiante: sarebbe auspicabile una sua più frequente presenza al “Bellini”. Esecuzione dai tempi impeccabili, suoni cesellati, volumi adeguati. Di contro, però, la buca del Teatro risulta essere assai sonora e sarebbe stato, quindi, opportuno procedere con un più accorto lavoro sul balance. Buona anche la prova del Coro di voci bianche “Gaudeamus igitur” Concentus, guidato da Elisa Poidomani.

E’ proverbialmente nota la difficoltà nella mise-en-scène dell’opera dal soggetto fiabesco d’impronta fantastica, ispirata al nome dell’eroina di una novella persiana e tratto dall’omonima fiaba teatrale di Carlo Gozzi. E’ inoltre universalmente risaputo come non sia possibile portare in scena questo titolo senza due protagonisti eccezionali, oltre ad un ottimo soprano lirico per la parte di Liù. “Chi quel gong percuoterà apparire la vedrà / bianca al pari della giada fredda come quella spada / è la bella Turandot!”: queste la presentazione della protagonista ad opera del coro nel corso del primo atto. La fredda ed enigmatica principessa interroga i pretendenti alla sua mano con tre difficili indovinelli: coloro i quali non sappiano risolverli sono condannati a morte e decapitati dal boia Pu-Tin-Pao. Un personaggio freudiano che odia gli uomini perché una sua antenata era stata oggetto di violenza durante un’invasione del regno da parte dei tartari. Incontrato l’ignoto principe, che la sfida sul campo dell’intelligenza emotiva, tracolla riconoscendo il vero amore, segnando così la trasformazione da donna algida, vendicativa e sanguinaria ad amante innamorata. E sicuramente non è un caso che la stesura dell’autore si fermò proprio nel frangente della morte di Liù, subito prima del duetto clou, come se il genio di Puccini non riuscisse a trovare una soluzione credibile per lo “sgelamento” del cuore ad opera della passione. Un’eroina atipica, si potrebbe dire; una delle più inquietanti della storia del teatro, musicale e non. A vestire i panni dell’altera principessa è il soprano drammatico Susan Neves, non particolarmente ispirata, tanto umana quanto impacciata, protagonista di estremi acuti quasi gridati e non pochi altri eccessi e imperfezioni. Una prova anonima la sua che non fa emergere a pieno il personaggio. Neves riesce con difficoltà a nascondere l’usura di uno strumento vocale ormai impreciso e poco affidabile. Per certi versi meglio nella performance attoriale che in quella canora, come quando, illuminata dal bagliore lunare, con un gesto imperioso ricusa le richieste di grazia per il giovane Principe di Persia. Il Calaf del tenore coreano Sung Kyu Park è relativamente convincente, dalla buona dizione, anch’egli abbastanza credibile scenicamente. Mette positivamente a frutto con buona musicalità la celebre e attesa romanza “Nessun dorma”, strappando anche qualche generoso applauso, ma risulta a tratti incerto e discontinuo nel padroneggiare il mezzo vocale. A interpretare la dolce e innamorata Liù è Rosanna Savoia, al debutto al di fuori del suo consueto repertorio, appassionata e talvolta messa in difficoltà dal muro di suono con il quale si trova a confrontarsi. Si districa bene e sembra a proprio agio nel ruolo della dolente e dimessa giovane schiava che si sacrificherà ricorrendo al suicidio pur di non svelare sotto tortura il nome del principe ignoto. Andando incontro alla morte per amore, Savoia risulta coerente, intensa e ricercata. Il personaggio più eroico, passionale e profondo dell’opera, probabilmente, non può passare inosservato. Bene anche nella romanza “Signore, ascolta!”. Davvero impeccabile, invece, la prova di Giuseppe Costanzo, ieratico, austero e autorevole imperatore Altoum: raggiunge vette di perfezione assolutamente elevate. In gran spolvero anche l’accorato Timur, cieco re tartaro spodestato, del basso Andrea Comelli che restituisce fedelmente l’appello alla esanime Liù. I tre ministri cinesi Ping, Pang e Pong (rispettivamente il baritono Giovanni Guagliardo, il tenore Saverio Pugliese e il tenore Gianluca Bocchino) sdrammatizzano e alleggeriscono i toni della vicenda tentando di distogliere il principe dall’impresa considerata suicida e rimpiangendo la vita di campagna. Il terzetto di simpatiche maschere assume una connotazione puramente macchiettistica, risultando spesso eccessivo nei siparietti.

Si apre così il ciclo esotico dedicato all’oriente, che vedrà La leggenda di Sakuntala dello stesso Franco Alfano come prossimo titolo in cartellone per la stagione lirica ormai agli sgoccioli. La Turandot andata in scena al “Bellini” si confronta con tutti i rischi che comporta l’impegnativo capolavoro pucciniano e denota punti deboli inaspettati. L’allestimento ha ugualmente ricevuto discreti consensi da parte del pubblico, ancora una volta accorso numeroso e probabilmente invitato dalla notorietà del titolo. Peccato, questa Turandot avrebbe potuto essere decisamente molto, molto di più.

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