Visitare una mostra è sempre un’esperienza, perchè si entra nella storia che l’artista vuole raccontare, raccontandosi. Si entra dentro una narrazione visiva in cui le opere sono parole, parole di colori e di argilla, così come nella recente mostra di Antonello Bonanno Conti a Taormina, in cui sembra assistere ad un antico “cuntu” siciliano, scandito dai capitoli avvincenti, che sono i microtemi del percorso espositivo come la serie degli stemmi, la serie della corte, dei reperti, delle sculture. L’artista cadenza la “sua” storia dentro quella dello Stupor Mundi, di quell’imperatore, che ha segnato la millenaria storia siciliana con un capitolo fondante e ineludibile.

L’artista, questa recente mostra, l’ha intitolata “Di Federico II”, semplicemente, senza cercare epiteti ad effetto e slogan mirabolanti, che sarebbero pur giustificati dal peso enorme del personaggio; questo titolo essenziale, di caustica sinteticità, rivela il modo con cui Bonanno Conti ha trattatato, raccontato questo illustre sovrano, modello eccelso di “buon governo”.Federico II, infatti, oltre ad avere meriti politici, nell’ambito strategico-militare, amministrativo, legisaltivo, fu anche un sovrano illuminato e moderno, poliedrico, curisoso; risoluto e appassionato promotore della Cultura e delle Lettere, in particolare della poesia della Scuola Siciliana che infleunzò enormemente la letteratura e la lingua italiana, con l’uso presso la sua corte di una lingua romanza e l’alta esperienza poetica che lo stesso Dante celebrò nel De vulgari eloquentia.Oltre al campo lettearario, Federico II, diede grande impulso a studi filosofici, scientifici( matematici). sollecitò la costruzione di castelli famosissimi, la statuaria, monetazione, l’ illustrazione di codici;lui stesso era coltissimo, parlava sei lingue, poetava, era esperto di arte venatoria, famoso il suo Trattato di falconeria . La corte siciliana diventò un punto di riferimento, centro di mecenatismo di tutte le arti, luogo di incontro multireligioso, multietnico, coagulo di menti illustri del tempo, esponenti di cultura di diverse matrici come quella greca, latina, ebraica, araba, germanica.

Federico II Hohenstaufen, era duca di Svevia, re di Gerusalemme, d’Italia, di Germania, dei Romani, imperatore del Sacro Romano Impero, ma soprattutto, tale rimane per tutti, re di Sicilia, lui che in Sicilia non nacque( dicembre 1194) e non morì ( 13 dicembre 1250) ma visse e venne sepolto nella cattedrale di Palermo.Bonanno Conti si cimenta con questo “monumento” senza rischiare la pedissequa celebrazione; lo guarda come modello di identità, rileggendolo e incastonandolo nella contemporaneità.Il confronto con gli exempla del passato è cosa giusta, d’altronde la conoscenza e la ripresa di fatti e persone non limita la libertà ideativa anzi la acuisce, genera una creatività basata su temi ineludibili della cultura di ieri e di oggi, fornendo una griglia essenziale per una solida visione delle cose.L’artista qui affronta questa storia magna senza ossequio acritico, senza timore reverenziale, senza nostalgie; il confronto diacronico con il passato remoto è filtrato da un gusto contemporaneo acutissimo, lui infatti è magistrale nel trattare interferenze e ibridazioni.

Utlizza moduli di rappresentazione del sovrano medioevali, rarefacendone l’immagine, sovrapponendola, maneggiandola con colori potenti di acrilici e smalti, imprimendola ora su suppotri di legno da recupero, erosi dal tempo, rivilalizzati da ori luminosi e austeri, ora su lamine plastiche di tela o strati di carta. Le stilizzazioni della figura di Federico, protagonista esplicito e implicito di tutte le opere esposte, non è violenta e destrutturata ma rispetta
l’ iconografia classica ravvivata dal presente; la figura del re è umana e politica, segno di personalità cuturale e di potere, proposta con felice commistione fra stemmi e carta di giornale con cui il passato si fa presente senza ombra di discontinuità.E la corte di Palermo, ripresa all’infinito come su antiche pareti sumere, sembra una corte di oggi: serie di uomini che cercano un punto cui riferiersi per non farsi schiacciare da una modernità vuota e spersonalizzante. Ben descritta questa oscillazione nel tempo da Vincenzo Bonaventura: “…narrazione storica e simbolica che si riferisce a ieri e utilizza l’oggi, che riporta alla luce reperti che possono essere chiamati ricordi, perche si rifanno al passato per illuminare il presente.”

Antonello Bonanno Conti, artista poliedrico, opera dal 1996, pittore, scultore e designer, si è espresso con opere pittoriche, istallazioni, sculture, interventi di arredo urbano, scenografie, decorazioni di interni. Artista eclettico, ipercreativo, la sua arte è accostata dalla critica alla Transavanguardia e del Neoespressionismo. L’idea di affrontare una mostra su Federico di Svevia è nata in lui a Piazza Armerina in occasione del Palio dei Normanni, è fecondata e dopo un anno sfociata in questa notevole mostra già esposta a Messina nel mese di giugno e a Taormina fino al 30 agosto nella Chiesa del Carmine con una trentina di opere pittoriche e scultoree. L’ambiente espositivo ha conferito all’evento una sottile e rara aurea sacrale, e ha dato luce a questo racconto epico e, al contempo, ordinario, solenne e vicino al nostro linguaggio e alla nostra sensibilità. Bonanno Conti è da sempre attratto dalla Sicilia come fonte inesauribile di creatività, e stimolo alla continua rappresentazione, lo diceva anche lo scrittore Vincenzo Consolo che l’Isola e’: “terra di zagare e fiele, nella terra della civiltà e della barbarie, di sapienza e innocenza; il cuore suo di vulcano ha avuto il potere di ridurre alla paura o di nutrire intelligenze, passioni, di fare il dono della capacità del racconto della rappresentazione”.

L’artista siciliano, con questa esperienza espositiva, ci ha restituto ancora una volta una storia antica e nuova, con toni fiabeschi, da cantastorie, di un imperatore non imperioso, di una madre, Costanza d’Altavilla, sempre presente come una figura mitica nella vita del figlio fin dalla sua nascita raffigurata in un prato pieno di uccelli fantastici. Un cantastorie rispettoso delle storie di Sicilia, ma modernissimo, Bonanno Conti, un errante, sospeso fra memoria e futuro, sospeso tradizione e presente. Cita la storia con disinvoltura e originalità; citare non è imitare come tradurre non tradire. E il visitatore lo percepisce, il racconto dell’artista messinese è personale ma comprensibile, il suo non è un monologo, lui tira dentro chi guarda, lo provoca ad una riflessione, ad uno scambio. Il suo eloquio è risoluto ma pieno di desiderio di dialogo; richiama ad un confronto con le sue idee e visioni, noi visitatori, spesso distratti, che per un attimo, con curiosità e stupore, ci fermiamo dentro quella storia che è anche la nostra.

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