Mostra Giuseppe Brancato
"Cromie e pietre, in dialogo con Giuseppe Mazzullo"

«La parola scritta mi ha insegnato ad ascoltare la voce umana pressappoco come gli atteggiamenti maestosi e immoti delle statue mi hanno insegnato ad apprezzare i gesti degli uomini» (Margherita Yourcenar)

Questo si prova a guardare le sculture di artisti veri, si pensa all’uomo, ai suoi gesti, alle sue ansie, alle sue domande; quando l’arte è pura, ci somiglia. Ammirare le opere di Giuseppe Brancato, in questi giorni in Mostra a Taormina, provoca familiarità tra la pietra, i colori e noi. Un artista puro e singolare il maestro siciliano, in un contesto artistico sempre più costellato di artifici, maniera, ammiccamenti al mercato. Un artista sincero, come scrisse il critico Lucio Barbera: «Brancato può dirsi un artista sincero, e un ottimo scultore: dell’uno possiede la tormentata sensibilità e la capacità di penetrazione, dell’altro la vigorìa nell’eseguire, il senso acuto della materia che impiega e il sapiente mestiere, con il quale ci dona questo popolo di pietra»

Giuseppe Brancato
Giuseppe Brancato

Giuseppe Brancato, messinese, classe 1945, in concomitanza con l’attività di docente, ha cominciato la sua attività artistica nel 1964, lavorando nei settori della grafica, della pittura, della scultura. Da allora è stato costantemente presente in numerose rassegne nazionali e internazionali e le sue opere fanno parte di collezioni pubbliche e private. Negli ultimi anni si è dedicato alla realizzazione in tutto il Paese di grandi sculture per l’arredo urbano, per il bisogno di affrontare opere di grandi proporzioni, per una sfida con la materia e per il sentimento civico di lasciare testimonianze di bellezza alla pubblica fruizione. Dopo una fertile stagione di mostre personali e collettive negli anni ’90, si è chiuso in un silenzio creativo, interrotto nell’ultimo anno dai molti appuntamenti espositivi come quelli recenti di Messina, del Castello di Spadafora inaugurata dall’assessore regionale avv. Vermiglio e ora di Taormina.

Un approccio raro è quello di Brancato all’arte, a cui è sottesa un’idea di assoluto che si sintetizza nella concezione della Natura come arcano e arcaico, come fonte primordiale, spazio magico, sacro. La sua produzione, sia pittorica che scultorea, guarda agli elementi fondanti della natura come l’acqua, il fuoco, il magma, i lapilli, la lave, le sabbie, che diventano oggetto e soggetto dell’opera; ad essi attinge sia dalla memoria che dalla realtà, rimescolandoli in una visione molto personale. Per lui la natura è il perimetro della salvezza ma è anche orto dolente, vulnus, ferito per mano dell’uomo; carne rugosa e rugata ma sempre teatro suggestivo e stimolante che l’arte porta ad una ricomposizione di bellezza
Abbiamo incontrato Brancato al Palazzo Duchi di S. Stefano, sede della Fondazione Mazzullo, dove ha inaugurato la sua personale dal titolo “Cromie e pietre, in dialogo con Giuseppe Mazzullo”, un percorso espositivo voluto come omaggio al grande artista di Graniti, Giuseppe Mazzullo, che ha vissuto tra la Sicilia e Roma, si è formato all’Accademia di Perugia e insegnato all’Accademia delle Belle Arti di Roma, che ha esposto in tutto il mondo e partecipato diverse volte in Italia ad importanti appuntamenti, come la Biennale di Venezia, la Quadriennale di Roma, con sale personali. Il suo studio era frequentato da grandi artisti, poeti, intellettuali, critici d’arte come Guttuso, D’Arrigo, Vespignani, Vannantò. Al numero 34 di via Sabazio a Roma, si radunavano non soltanto la generazione di giovani, «tra il ’47 e il ’50, ma anche quella dei già affermati e così accanto a Ungaretti e Cardarelli, vi trascorrevano le serate sovente Sinisgalli, Zavattini, Petrocchi, Consagra e altri…» (G. L. Viola Il Castoro, numero 84, 1973. La Nuova Italia)

Come Brancato, Mazzullo si è dedicato allo studio del disegno, alla scultura e alla realizzazione di grandi opere monumentali. Alcune sue opere straordinarie si possono ammirare nel Sito taorminese che ospita la Fondazione Mazzullo, nata per volontà dello stesso autore nel 1981, sette anni prima di morire, si spense infatti il 25 agosto del 1988 a Taormina; queste opere, a parte i disegni, sono stilizzazioni astratte e senza tempo, figure aspre e al contempo carnali, totemiche, solenni, severe, rivelano un profondo studio spaziale e della figura umana ed una ricerca sulla materia con predilezione e fatale attrazione per la pietra e le sue molteplici qualità espressive.

La mostra di Brancato, composta da dieci quadri su tela con tecnica mista e 11 sculture di arenaria, quarzo arenaria, calcare cristallino, visitabile fino al 4 settembre, ha previsto il 27 agosto un incontro con l’autore e con lo scrittore Giuseppe Ruggeri, di cui l’artista Brancato firma la copertina del libro Sicilieide, con un splendida opera dal titolo Oltre il mistero, che disegna una Sicilia ancestrale e anche contemporanea, attraversata da effluvii di colori e paste magmatiche a significare di una storia e di un paesaggio primitivo, reinterpretato da un linguaggio ansioso di dialogare con il mondo di oggi ed esprimere un pensiero amoroso nei confronti dell’Isola, per lui serbatoio di meraviglie. La Sicilia infatti è il suo stesso modo di fare arte, con i suoi minerali e le sue acque, la pietra, in particolare, che lavora, asseconda, ama, che per lui è uno strumento “pericolosamente” vicino al mistero: misteriosa è la scelta della materia, misteriosa è la forma che ne ricava, misterioso è il momento in cui cessa di inciderla, misterioso è il significato a cui rimanda. Ma di questo e di altro abbiamo parlato con lui in una breve ma intensa intervista.

Maestro, quale è il significato di questa mostra, legata allo scultore Mazzullo cui è dedicata la Fondazione taorminese? «Grandissimo significato, doveroso omaggio ad un grande artista con cui mi onoro di avere parecchie cose in comune, non ultimo quella di andare alla ricerca di materiali poverissimi, spesso di scarto e tirare fuori un’espressione che possa emozionare chi incontra queste opere».

Di quali materiali si tratta? «Pietra lavica prevalentemente, calcare, granito pietra ragusana e siracusana, arenaria e pietre fluviali; anche Peppino Mazzullo aveva una passione per il suo torrente, nel cui greto raccoglieva centinaia di pietre, sceglieva quelle che lo sensibilizzavano per un volume particolare, dava loro una nuova identità, una dimensione diversa, pur conservandone la fisionomia originaria. Anche per me, da un abbandono nasce una res nova.

Chi è stato Giuseppe Mazzulo per l’arte italiana? «Un artista completo, originale, colto, aperto, entrato in contatto con personaggi di rilievo internazionale, si è proiettato in una dimensione diversa da quella provinciale, del paese di origine, soprattutto in ambito romano, impattando con realtà diverse dal suo ambiente e aprendosi a nuovi orizzonti».

Lei in che clima artistico-culturale si è formato? «Ho avuto la fortuna di incontrare artisti come Antonio Bonfiglio, che era mio insegnante, scultore eccezionale, che ha lavorato dappertutto, a Messina, in Sicilia, a Roma, dove aveva lo studio; in via Margutta. Bonfiglio era un artista a 360 gradi. Con lui ho avuto la possibilità di capire cosa è il modellato, lavorare prima l’argilla e poi la pietra; gli ho fatto da modello, in tante occasione, come per il San Francesco di Messina, che si trova davanti alla chiesa dell’Immacolata; penso poi a Luigi Rizzo a Milazzo, del quale ho seguito le sculture di grandi dimensioni, da cui è nata l’idea di realizzare opere monumentali che oggi sono sparse in tutta Italia».

Che rapporti ha con la libertà, come artista? «Assoluto! La libertà è il bene più prezioso, che rende l’artista tale; per non subire condizionamenti, per raccontare il proprio mondo senza paura, bisogna essere onesti mentalmente, con se stessi, con la materia e con gli altri».

In ambito artistico c’è un clima di collaborazione? «Pochissimo, c’è molta invidia. E’ difficile capire le atmosfere mentali degli artisti, sovente si incontrano dei muri, allora ci si isola, collaborando con pochissime persone».

Quanto conta per lei la Sicilia come fonte di ispirazione? «Moltissimo, ultimamente dedico molto tempo alle forme, alle atmosfere e alle cromie dei suoi vulcani, come l’Etna, lo Stromboli e le isole Eolie in generale; inoltre ho lavorato molto sul cielo, mare, anche facendo fotografia subacquea; la Sicilia è un’oasi, miccia di ispirazione continua; l’ultimo quadro che ho creato è “Sciara innevata”, fatto alle falde dell’Etna, si tratta di un’opera di iperrealismo, oltre l’informale, fra le nevi emergono ciuffi d’erba, residui lavici, che io fisso; è il paesaggio siciliano che mi porta sempre a nuove avventure, anche stilistiche oltre che spirituali. La Sicilia è una fontana di creatività, soprattutto nei suoi fenomeni naturali estremi, come le eruzioni e nelle sue forme splendide e trasparenti come le immagini delle profondità abissali; suggestioni che affiorano in me senza progetto o intenzione. Lavoro libero alla pittura e alla scultura finché è la la materia a dirmi “basta” e là mi fermo».

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