Impossibile non essere scettici e non storcere un po’ il naso: la prima taorminese dell’amatissima Cavalleria Rusticana di Mascagni, messa in scena giovedì scorso al Teatro antico, viene preceduta dal progetto di teatro-danza “Urlo Mediterraneo – Ritratto di un naufrago numero zero”, con il testo della scrittrice Lina Prosa, la voce recitante di Emanuela Muni – sulla quale di certo non potevano essere espresse riserve – e con la performance della compagnia ITAI (composta da Kristi Ismailaj, Hakik Xhani e Vincenzo Tallarico). L’operazione avanguardista, firmata dalla regia e dalle coreografie di Lino Privitera, è risultata un accostamento azzardato al celebre capolavoro operistico ma qualsivoglia diffidenza è venuta meno dopo appena cinque minuti. Sarebbe becero conservatorismo rimanere arroccati su posizioni tradizionaliste e indistintamente sdegnose di qualsiasi innovativo progetto. Lungi dal voler adottare un atteggiamento oscurantista e poco lungimirante, ci è pertanto impossibile tacere sull’indiscutibile pregio della singolare operazione, che ha dato voce al “grido” disperato e al dramma dei migranti. Anche chi tra il pubblico è – come chi scrive – meno propenso e incline alle novità ha ascoltato in silenzio il lungo e dolente monologo, tributando al termine i meritati applausi. Insomma, alla conclusione di questa grande prova d’arte, scossi e giustamente turbati, possiamo dirci ben lieti ed entusiasti di non aver assistito per l’ennesima volta all’abbinata storica con Pagliacci di Ruggero Leoncavallo (proposta fin dall’anno seguente al debutto di Pagliacci, al Metropolitan Theater di New York il 22 dicembre 1893, e legittimata dallo stesso Mascagni, che nel 1926, al Teatro alla Scala di Milano, diresse, nella stessa soirée, entrambe le opere).

Mediterraneo, teatro di un dramma – Il tragico tema del naufragio viene, nel testo drammaturgico della Prosa, affrontato da un particolare punto di vista: una donna, sedotta e abbandonata, ritorna d’inverno a rivedere il suo destino sulla spiaggia che la vide felicemente innamorata. Luogo degli appuntamenti era una vecchia barca di coloro rosso. La stessa che l’amante, dando la precedenza al facile guadagno, ha venduto agli scafisti libici. E così, la delusione della donna si lega alle sorti di quella barca d’amore, trasformandosi in un duplice insopportabile tradimento, tanto umano quanto morale. E il ricordo è ancora più doloroso e sofferto a seguito del contatto con il cadavere di un giovano naufrago giunto lì, sulla spiaggia, spinto dalle onde.

Urlo Mediterraneo - Foto di Ernesto De Luna
Urlo Mediterraneo – Foto di Ernesto De Luna

Un naufragio, uno dei tanti – troppo frequenti – che riempiono quotidianamente intere colonne dei nostri quotidiani. «Corpi impigliati – spiega Privitera nelle note registiche – per colpa di quella speranza che al centro del forte immenso mare… muore. Tutto avviene, forse in silenzio, per paura di sprecare le loro ultime poche forze per sopravvivere, per gridare aiuto. Tre danzatori attraverso quest’arte muta, che è la danza, racconteranno lo stato d’animo del naufrago e di quel viaggio senza ritorno. Come un affresco, le immagini coreografiche diventano anche scultoree, grazie ai movimenti plastici ben mirati.

Urlo Mediterraneo - Foto di Ernesto De Luna
Urlo Mediterraneo – Foto di Ernesto De Luna

I danzatori non interpretano le parole del testo, ma volutamente, come in un film, si vedono due storie parallele assieme al corpo e alla voce di Emanuela Muni. Nel nostro quotidiano si vive un’emozione e uno stato d’animo, contemporaneamente oltre le rive del Mediterraneo avviene una tragedia epocale. I corpi in scena non vogliono raccontare una storia precisa, ma la storia. La danza, la parola e la musica diventano Urlo Mediterraneo». Insomma, il dramma di un’epoca: la nostra. Cronache giornaliere di viaggi della speranza, tra barconi affondati e più fortunati soccorsi.

Riflessioni spontanee – E se, l’intento era quello di scuotere le coscienze contro l’assuefazione a tale fenomeno, questo è allora perfettamente riuscito. Il Mediterraneo – e la Sicilia, porta di un’utopica Europa – caposaldo da cui passa una delle principali direttrici dei flussi migratori. Ed è grazie alla danza contemporanea e alla parola poetica che l’operazione riesce, implicitamente, a ritrarre a tinte vivide la realtà, le speranze e lo sconforto di coloro che fuggono dal proprio Paese alla ricerca di un mondo migliore. E lo fa senza il minimo accenno di retorica. Ancora prima di partire, i migranti sono dei sopravvissuti: alle guerre, alle fame che hanno conosciuto, al viaggio attraverso il deserto, la contenzione nei campi, nelle farm. Infine, il fiducioso affidamento al beneplacito delle acque. Tanti, troppi i morti ripescati dai flutti del mare: vittime anche dell’insipienza della politica, di un degrado morale e culturale. Tanti gli spunti di riflessione emersi, partendo proprio dall’emergenza umanitaria, ormai vera e propria problematica globale. Interpretare gli eventi che influenzano la geopolitica del Mediterraneo si rende oggi indispensabile per comprendere l’orrore di quanto sta accadendo recentemente, con i saluti romani e il lancio di bottiglie contro i pullman che trasportano i migranti. Manifestazioni di xenofobia e razzismo, echi di ricordi antichi, ma non troppo. Urlo Mediterraneo affida a un monologo – punto d’incontro tra sentimenti e denuncia sociale – l’arduo compito di alzare il velo delle ipocrisie. Il pensiero dello spettatore non può – e non deve – limitarsi alla materia tragica del traffico degli esseri umani da parte degli scafisti, ma va – e deve andare – ai cosiddetti “centri di accoglienza”, denominazione sicuramente meno truce di quella ufficiale: “centri di identificazione ed espulsione”. Uno spettacolo, breve ma intenso, restituisce così il dramma di uomini condannati a vivere con i fantasmi di ciò che hanno vissuto, impossibilitati a cancellarne il ricordo e il senso di colpa per essere sopravvissuti ad altri. Il loro futuro in mano agli scafisti e alle organizzazioni criminali, titolari di un vero e proprio business e soli garanti del loro arrivo in Europa. La stessa Europa che, pur consapevole della tragicità della situazione, oggi sbatte loro la porta in faccia. L’immigrazione: un fenomeno che, da siciliani, ci interessa direttamente, ma di fronte al quale ci mostriamo spesso indifferenti e noncuranti, se non addirittura insofferenti. Ci dimostriamo incoerenti con la nostra stessa storia di migranti. Storia di flussi migratori che oggi, ciclicamente, torna a ripetersi. Così come i nostri giovani, per primi, immaginano oggi il loro futuro lontano dal nostro Sud e dal nostro Paese.

Una grande prova d’attrice – Ma la buona riuscita dell’allestimento si deve senz’altro alla straordinaria interpretazione di Emanuela Muni, indiscussa protagonista con una recitazione concitata, urlata, ma mai un minuto sopra le righe. Il flusso di coscienza e la crisi interiore danno voce all’agonia e al rimorso di un’odierna Didone che lega la propria storia di donna abbandonata al tema sociale d’attualità. Protagonista al Teatro antico già nel ’97 con “La figlia di Jorio” della mitica stagione diretta da Giorgio Albertazzi, la Muni riesce ancora una volta a far vibrare corde più profonde, sensibili e intime dell’animo umano: imponente e monumentale la grande prova d’attrice. In tutta la sua potenza e ieraticità, si impone sulla scena e giunge come un urlo, appunto, alle coscienze degli spettatori. Il monologo, che vagamente ricorda l’agonia di Gloria Swanson/Norma Desmond, è una qualità aggiunta a un testo di per sé di valore. E la catarsi della Muni, culminante in un nudo con tanto di Sindone, diventa solenne come una preghiera.

Emanuela Muni - Urlo Mediterraneo - Foto di Ernesto De Luna
Emanuela Muni – Urlo Mediterraneo – Foto di Ernesto De Luna

E se lo spettacolo deve molto alla carica dell’attrice, le coreografie di Privitera si integrano naturalmente con efficacia e non risultano invadenti. Le luci ricreano l’effetto delle acque e il palcoscenico, invaso da nere camere d’aria, è letteralmente teatro dell’esodo dei naufraghi. Il tutto è impreziosito dalle musiche (purtroppo non eseguite dal vivo) tra le quali annoveriamo il celeberrimo finale del Guglielmo Tell di Gioacchino Rossini e la Sinfonia No. 7, Op. 92 (2° movimento, Allegretto) di Ludwig van Beethoven.

Urlo Mediterraneo - Foto di Ernesto De Luna
Emanuela Muni – Urlo Mediterraneo – Foto di Ernesto De Luna

Nonostante la delicatezza del tema, l’innovativa creazione/operazione culturale è riuscitissima, anche se un tantino fuori contesto in un festival operistico. E’ però evidente che l’iniziativa ha incontrato il favore di chi scrive, così come quello di un nutritissimo pubblico presente a teatro.

Lino Privitera - Urlo Mediterraneo - Foto di Ernesto De Luna
Lino Privitera – Urlo Mediterraneo – Foto di Ernesto De Luna

In attesa – si spera – di assistere a future rappresentazioni su altri palcoscenici, si replica il 22 agosto. L’incontro del teatro e della danza con la scrittura e la parola poetica si è così rivelato, contro ogni aspettativa, quanto mai fortunato. Tutto questo è Arte.

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