Nel panorama delle stagioni liriche taorminesi la seconda edizione del Taormina Opera Stars si afferma come un successo di pubblico e torna, stavolta, con coerenza e buona qualità. Il cartellone vede un popolarissimo classico, Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni, e un ambizioso allestimento, Tosca di Giacomo Puccini. La serata inaugurale ha visto un teatro gremito per la rappresentazione di una delle opere più amate e la consegna di un premio all’internazionale carriera del maestro Donato Renzetti, eccellenza del panorama musicale italiano. Il festival, diretto da Davide Dellisanti e sotto l’egida dell’associazione Aldebaran presieduta da Maurizio Gullotta, si è quindi aperto con la prima nazionale dello spettacolo di teatro-danza “Urlo Mediterraneo – Ritratto di un naufrago numero zero”, con il testo della scrittrice Lina Prosa, con una straordinaria – è il caso di dirlo – prova attoriale di Emanuela Muni e con la performance della compagnia “Itai” (composta da Kristi Ismailaj, Hakik Xhani e Vincenzo Tallarico). L’operazione avanguardista, firmata dalla regia e dalle coreografie di Lino Privitera, è risultata un accostamento azzardato all’opera di Mascagni ma è impossibile tacere sull’indiscutibile pregio della stessa, che ha dato voce al “grido” disperato e al dramma dei migranti. Anche chi tra il pubblico è – come chi scrive – più conservatore e poco incline alle novità ha ascoltato in silenzio il lungo e dolente monologo, tributando al termine i meritati applausi. Insomma, scossi e giustamente turbati, siamo ben lieti di non aver assistito per l’ennesima volta all’abbinata storica con Pagliacci di Ruggero Leoncavallo (proposta fin dall’anno seguente al debutto di Pagliacci, al Metropolitan Theater di New York il 22 dicembre 1893, e legittimata dallo stesso Mascagni, che nel 1926, al Teatro alla Scala di Milano, diresse, nella stessa soirée, entrambe le opere). Ad ogni modo, un progetto di valore che merita, quindi, una separata e ragionata trattazione.

Amore, gelosia, onore – Queste le premesse della Cavalleria taorminese, per l’ennesima volta in scena, eseguita da una non meglio precisata – ma discretamente rodata – orchestra diretta da Mariano Patti e che ha visto Marianna Cappellani nel ruolo di Santuzza, Delfo Paone in quello di Turiddu e Giorgio Schipa nei panni di compare Alfio. Al dato sensibile, all’eterne musiche, si aggiunge l’atmosfera; una vicenda toccante, che, a fianco di una forte commozione, trasporta il pubblico in un turbinio di emozioni. Basta questo per la buona riuscita della serata. Non semplice sdegno per l’adulterio di Turiddu o per la violenza – latente dapprima ed esplosa poi – nell’assassinio dello stesso, bensì pietà per l’umanità del suo errore, paura per l’epilogo tragico, che sembra segnato sin dalle note iniziali, dal canto d’amore per Lola all’estremo commiato dall’amorevole madre. L’orgoglio alla base delle sicilianissima Cavalleria, primo grandissimo successo di Mascagni nonché la più nota fra le sedici del compositore livornese (solo Iris e L’amico Fritz sono rimaste nel repertorio stabile dei principali enti lirici). Il successo fu incommensurabile già dalla rappresentazione al Teatro Costanzi di Roma, il 17 maggio 1890, e tale è rimasto – immutato – fino a oggi. Nel 1888, infatti, l’editore milanese Edoardo Sonzogno annunciava un concorso avente per oggetto la composizione di un’opera in un unico atto e le tre migliori produzioni, selezionate da una titolata giuria, sarebbero state rappresentate a Roma a spese dello stesso editore. Il livornese, all’epoca residente a Cerignola, dove dirigeva la locale banda musicale, affidò la redazione del libretto a Giovanni Targioni-Tozzetti. Ispirata alla novella popolare di Giovanni Verga e scritta in appena due mesi, l’opera fu completata l’ultimo giorno valido per l’iscrizione al concorso. Ma il dramma di Verga aveva già conosciuto un’altra riduzione melodrammatica ad opera di Stanislao Gastaldon il quale, su libretto di Bartocci-Fontana, aveva composto una Mala Pasqua. Tuttavia, lo scrittore catanese chiese al compositore e all’editore il riconoscimento dei diritti sugli utili dell’opera ricevendo, in contraccambio, l’offerta di mille lire, somma che fu giudicata irrisoria dallo scrittore siciliano, che fece ricorso alla Società degli autori. La complessa vicenda giudiziaria che ne seguì si concluse soltanto il 22 gennaio 1893 con l’accettazione, da parte di Verga, della somma di 143.000 lire come compensazione finale. L’imperituro capolavoro è basato sui temi dell’amore, della gelosia e dell’onore: “tornato da fare il soldato”, Turiddu non riesce a dimenticare Lola, alla quale aveva giurato eterno amore, ma ormai sposata con il carrettiere Alfio; deluso, il giovane si rifugia tra le braccia di Santuzza, compromettendo il suo onore e suscitando in lei il desiderio di vendetta al momento della scoperta della tresca con Lola. Informato Alfio della verità, la vicenda si risolverà con un rusticano duello. Trama che, stando alla cronaca recente, risulta ancora molto attuale.

Cavalleria Rusticana Foto di Ernesto De Luna
Cavalleria Rusticana – Foto di Ernesto De Luna

Cronaca di un allestimento taorminese – Non ci troviamo a Vizzini, nel catanese, a fine Ottocento ma al Teatro antico di Taormina. Due archi – uno più grande posto al centro della scena e uno più piccolo e defilato a sinistra – delimitano l’immaginaria piazza, “punto di riferimento della vita sociale del paese, dei suoi pettegolezzi, della sua omertà”, centro nevralgico dell’azione scenica con il suo duplice volto: da una parte accogliente “per inneggiare al Signore”, dall’altro di completo rifiuto verso la “disonorata” Santuzza. Il paese della campagna siciliana viene così ricreato senza alcuna chiesa barocca, campanile, casa o locanda. L’impianto scenico della Bottega Fantastica di Daniele Barbera è semplice ed essenziale quanto monumentale e curato, perfettamente integrato con la scenografia naturale e incastonato tra le mura del teatro, ben illuminato ed esibito con orgoglio. Spicca sullo sfondo il cielo siciliano di un’umida sera d’estate. L’opera si apre con un preludio dalla struttura formale piuttosto ardita con la celeberrima Siciliana (O Lola, ch’ai di latti la cammisa), canzone intonata da Turiddu, ancora fuori dalla scena. Si tratta di uno dei due brani in lingua dialettale presenti all’interno del repertorio lirico italiano (l’altro brano è la celebre aria “Io de’ sospiri” dalla Tosca di Puccini, scritta in dialetto romanesco). L’inizio direttamente in medias res mette lo spettatore al corrente dell’amore adulterino tra Turiddu e Lola (la cui dichiarazione esplicita, nel dramma verghiano, è ritardata al momento del colloquio che si svolge nella prima scena tra Gnà Nunzia, mamma Lucia dell’opera, e Santuzza).

Cavalleria Rusticana Foto di Ernesto De Luna
Cavalleria Rusticana Foto di Ernesto De Luna

Intanto, un grande crocifisso su supporto mobile fa il suo ingresso e campeggia al centro della scena per tutto il monoatto, mentre alcuni ballerini procedono all’adorazione del Cristo (attore in carne ed ossa mirabilmente truccato con body painting) deposto poi dalla croce. È un giorno di festa: si celebra, infatti, la Pasqua e le campane della chiesa risuonano, mentre donne e uomini fanno ingresso in scena ed è subito un intollerabile via vai di ragazzini scorrazzanti. S’intuisce, sin da questo momento, la preponderanza che le coreografie assumeranno nell’allestimento, per quest’aspetto più vicino al musical che all’opera. Le comparse, che siano in abiti da contadino o con veli, pizzi o merletti, affollano la scena, rendendo difficile distinguere i protagonisti dai comprimari. Gli eccessivamente frequenti interventi del balletto e la commistione causano disordine sul palco; apprezzabile maggiore linearità. Santuzza, innamorata di Turiddu, vorrebbe sapere dalla madre di questo dove egli si trovi; tra momenti di recitativo che si sviluppano in arioso, il dialogo assume toni drammatici prima nell’accorata richiesta di Santuzza (Ditemi per pietà dov’è Turiddu) che si dispiega poi in un’espansione melodica. L’agitato tema in crescendo culmina nella sortita di Alfio, nella quale l’uomo loda il proprio mestiere, esaltato anche dal pregevole intervento del coro. Il cavallo scalpita, i sonagli squillano, schiocca la frusta, e va! Qualcuno, però, in nome della credibilità attoriale, insegni a compare Alfio a schioccarla questa benedetta frusta. Come un fulmine a ciel sereno, il suono dell’organo introduce alle funzioni religiose e a una delle massime vette dell’opera: la famosa preghiera, intonata dal Coro e da Santuzza. Con una scrittura solenne ed ecclesiastica quasi di matrice rinascimentale – come conviene a un brano di musica sacra – gli artisti del coro intonano il Regina Coeli in latino e la sezione in italiano (Inneggiamo, il Signor non è morto). Particolarmente singolare la scelta di far letteralmente risorgere il Cristo con corona di spine e paillettata sindone. Con voce originale, contrapposta al coro, Santuzza esterna il tormento della donna peccatrice che vorrebbe redimersi. Con la romanza “Voi lo sapete, o mamma” la donna racconta il forte sentimento d’amore che la lega a Turiddu ma anche l’adulterio dell’uomo. Il drammatico duetto tra Santuzza e l’amato, vero centro dell’opera, fa emergere la contrapposizione tra il carattere religioso della festa della Pasqua, rappresentato all’inizio, e il tema della gelosia che prende forma nel contrastato rapporto tra i due protagonisti. Intriso di struggente lirismo e pieno di angoscia, l’accorato appello della donna innamorata e ferita nei suoi sentimenti, ma disposta a perdonare, si staglia contro la meschinità di sentimenti dell’uomo. Turiddu la scaccia e ne provoca l’ira (A te la mala Pasqua, spergiuro!). Alla lite assiste anche Lola che passa lì vicino per recarsi alla chiesa per la messa di Pasqua e senza più ascoltare le parole di Santuzza, Turiddu la segue. Quest’ultima allora, offesa, decide di vendicarsi e, appena incontra Alfio di ritorno dal lavoro, gli riferisce l’infedeltà della moglie. Giunge, quindi, puntuale uno dei momenti più attesi: il celeberrimo Intermezzo sinfonico a separare le due parti dell’atto unico con una brevissima ma intensa pagina orchestrale. Collocato tra la ottava e la nona scena, è uno dei pezzi più popolari proprio grazie al suo carattere orchestrale, interamente basato sull’uso degli archi, riscontrando grande fortuna anche al di fuori del repertorio operistico (in ambito cinematografico nella scena finale de Il padrino – Parte III e nei titoli di testa di Toro scatenato di Martin Scorsese). Turiddu brinda ai piaceri e offre da bere (Viva il vino spumeggiante) e Alfio, che rifiuta sdegnato, sfida il rivale a duello, mordendogli un orecchio, al fine di lavare col sangue l’onta del tradimento. Una Lola ammiccante, in abito rosa versione Piper, si mostra in una versione meno timorata del consueto. Prima di recarsi alla sfida mortale, Turiddu saluta la madre Lucia e le chiede di avere cura di Santuzza. Impossibile non provare una viva commozione e trattenere le lacrime. Si leva, infine, il grido “Hanno ammazzato compare Turiddu!” che annuncia il tragico epilogo: il corpo ferito a morte viene portato in scena istantaneamente, deposto ai piedi della croce e inondato di rose rosse da alcune comparse.

Promossi e rimandati – La regia imprime un taglio quasi concertistico con gli interpreti spesso e volentieri al centro della scena a cantare rivolti al pubblico e una disposizione delle masse quasi sempre circolare o semicircolare. Si sarebbe, da un canto, preferito un più ordinato dinamismo. Le luci, invece, ben inquadrano la scenografia naturale e quella posticcia restituendo validamente i colori della campagna siciliana. La direzione di Mariano Patti mostra un passo narrativo solenne, che fa luce su un’attesa più lancinante dell’esplosione delle passioni; l’esecuzione è apprezzabile per una compagine non poi così collaudata. Il suono svela la pulsione passionale che domina l’essere umano – generando lutti, omicidi, ma anche nuove vite. Storie di delitti d’onore e amori sofferti, sullo sfondo di una Sicilia di processioni e tradizioni, che scatenano emozioni tanto struggenti quanto assolute. La trama dolorosa delle arie si fa via via più grave per poi lasciare spazio a intermezzi che veleggiano come un fruscio d’archi. Si segnala che l’orchestra fa ritorno nel golfo mistico, dopo essere stata scelleratamente posizionata sul palco in occasione della scorsa edizione del festival: ne guadagna finalmente la lirica ma anche lo spettacolo.

Delfo Paone (Turiddu), Marianna Cappellani (Santuzza) e Sabrina Messina (Lola) - Foto di Ernesto De Luna
Delfo Paone (Turiddu), Marianna Cappellani (Santuzza) e Sabrina Messina (Lola) – Foto di Ernesto De Luna

Marianna Cappellani è una credibile Santuzza, probabilmente unica protagonista, e porta in scena un personaggio introspettivamente scavato, dalle sonorità profonde, incisivo vocalmente ed emotivamente. Disonorata, sedotta e abbandonata: il desiderio di entrare in chiesa, di accostarsi a quella religiosità visceralmente legata alla cultura di stampo popolare, è motivo ricorrente in tutto l’atto. Delfo Paone veste i panni di Turiddu, immediato e vocalmente non particolarmente sfarzoso, dal timbro caldo, appassionato ma meno pavone della solita caratterizzazione e, probabilmente, già consapevole del proprio destino. Nel duetto con Santuzza, esterna al meglio sentimenti di tenerezza e riconoscenza alternati a un’insofferenza, non priva di rabbia, verso colei che intralcia i suoi piani. Giorgio Schipa non lo ricorderemo come il miglior compare Alfio. Sabrina Messina interpreta Lola, “bianca e russa comu la cirasa”, superficialmente estroversa, calcolatrice e un po’ civetta, nel suo essere scaltra e smaliziata, appare allo stesso tempo incosciente nel proprio agire, sottovalutando l’ira del marito Alfio, presentato come gioviale potente di campagna nella sua allegra sortita. Lucia, madre di Turiddu, è Michela Moroni, inerme, intima e delicata. Il Coro lirico siciliano diretto da Francesco Costa è protagonista di una performance vigorosa, talvolta incolpevole nel sovrastare l’orchestra, e si conferma ancora una volta come valida realtà. I costumi realizzati da Casa D’arte di Francesca Pipi non risultano, infine, particolarmente fedeli. Il teatro è gremito, complice – per una volta – un’oculata politica di prezzi e una decentrata campagna pubblicitaria. Il pubblico internazionale si è dimostrato abbastanza entusiasta, generoso nel tributare applausi. In attesa del titolo pucciniano, si replica il 22 agosto. Per il Taormina Opera Stars è – finalmente! – un buon punto di partenza (per l’arrivo la strada è ancora lunga). Il pubblico e i turisti amano la Sicilia e non potrebbero pertanto non amare Cavalleria. Talvolta le scelte registiche sacrificano la fedeltà filologica a favore d’innovativi interventi, ora felici ora non particolarmente azzeccati. Nel complesso l’allestimento funziona, non classico ma non moderno, non banale ma non eccessivamente azzardato. Riuscito.

La rivincita del Sud – Pubblicata sul «Fanfulla della Domenica» del 14 marzo 1880, il soggetto drammatico di amore e gelosia, mette bene in luce, nell’ottica di Verga, i meccanismi profondi della mentalità popolare, indagati con metodo verista. Mascagni riporta in vita la novella di Verga, una tranche de vie nuda e cruda, la cui potenza espressiva si fa straripante en plein air perché “una forte sensualità ed un temperamento passionale arroventano l’opera, che dall’inizio alla fine avvince ed emoziona”. Il celebre melodramma è insieme consolatorio e accecante, giustamente saccheggiato anche dall’industria cinematografica per la sua carica emotiva. Breve, quasi un condensato. Il filone dell’opera verista nacque come emanazione dell’omonimo fenomeno letterario: storia di gelosia e di sangue ambientata nella Sicilia rurale, in un contesto di marginalità sociale e geografica, segnato da arretratezza atavica. Episodio di vita paesana e campestre, tra la solennità della preghiera e l’intensità drammatica dei duetti, Cavalleria rusticana, nella sua incisiva descrizione della forza brutale delle passioni nel mondo arcaico siciliano, rappresenta allora l’altra parte dell’operazione verista del narratore: alla descrizione degli effetti delle leggi economiche sul mondo ristretto della Sicilia rurale corrisponde, con gli stessi mezzi stilistici, il tentativo di rendere esplicite ed evidenti le pulsioni più oscure dell’animo umano. Se, infatti, i soggetti e le ambientazioni attingono a quelli tipici della narrazione verista non vi è nei compositori veristi l’intento di critica sociale e di denuncia dell’oppressione degli strati più deboli da parte di quelli egemoni, che costituiva un elemento fondamentale del naturalismo francese. Non manca però, l’interesse per l’ambientazione popolana con la conseguente attenzione per il cosiddetto “colore locale”. Il popolo contadino è, come nelle novelle di Verga, uno dei protagonisti dell’opera: vengono presentati l’amore per il lavoro quotidiano, il fermento religioso del giorno di Pasqua, la maldicenza nei confronti della disonorata Santuzza, la cavalleria che porta al consumarsi di un terribile fatto di sangue. Ma il protagonista della novella è il popolo: Verga fa uso di proverbi, e della loro saggezza, per ricordare un mondo che sta scomparendo nel nulla, dove tutti quei valori e tradizioni stanno perdendosi. Le teste coronate del melodramma romantico venivano, così, soppiantate da una classe proletaria dai sentimenti elementari e violenti come amore, vendetta, tradimento. I “vinti” trovano udienza sulla scena lirica, con moti più profondi, tradotti in un linguaggio essenziale ed efficace. Ma è anche la rivincita dell’Italia del Sud nel teatro lirico: il ritratto di un mondo ben altrimenti articolato, sofferente e isolato dallo sviluppo commerciale e dal progetto sociale che investiva soltanto il Nord della penisola. Il dramma, del resto, ha una funzione “catartica” sui nostri sentimenti; non è un caso che alla morte del compositore, avvenuta nel 1945, l’opera – soltanto in Italia – fosse già stata rappresentata più di quattordicimila volte.

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