Al Teatro Antico spicca il volo la Butterfly di Castiglione

Elegante, misurato e applauditissimo l’allestimento del celebre capolavoro pucciniano

Madama Butterfly - Foto di Domenick Giliberto
Madama Butterfly - Foto di Domenick Giliberto

Madama Butterfly, firmata dal genio compositivo di Giacomo Puccini, ha da appena qualche anno festeggiato il centenario della prima rappresentazione ma riesce, ancora una volta, a risultare un dramma attuale e a riscuotere un indiscusso successo. La tragedia giapponese è andata in scena, nelle date del 7 e 9 luglio, al Teatro antico di Taormina per la regia del maestro Enrico Castiglione che, con quest’allestimento, festeggia un felice binomio decennale con la Perla dello Ionio. E, grazie a una simbolica scelta registica, all’eroina pucciniana viene regalata una tardiva carezza dall’amato Pinkerton, uomo per il quale la “tenue farfalla” ha abbandonato la vita di geisha e per il quale la stessa ha deciso di recidere le proprie ali. Un’innovativa rilettura melodrammatica vede, infatti, una Cio-Cio-San morente tra le braccia dell’amato. Finale, sinceramente applaudito dal pubblico, che ha suggellato una rappresentazione valida e nel complesso misurata, che ha fatto di un cast con belle voci, della dimensione scenica e teatrale i propri punti di forza: a riprova che, per la buona riuscita di una produzione operistica, non si deve insistere esclusivamente sulle note ma soprattutto sul “palcoscenico”. Una Butterfly ripresa in 4K e trasmessa in 3D simultaneamente in più di 200 sale cinematografiche di oltre 30 paesi, dalla Danimarca alla Spagna, dalla Polonia alla Francia, passando per l’Inghilterra, l’Italia, l’Irlanda, la Cecoslovacchia, l’Olanda e la Svizzera. Sul podio il greco Myron Michailidis a dirigere una non meglio precisata Orchestra del Taormina Opera Festival. Un classico, una tragica e delicata storia per l’internazionale platea taorminese.

Butterfly, da fiasco a trionfo. «Caro nostro e grande Maestro, la farfallina volerà: ha l’ali sparse di polvere, con qualche goccia qua e là, gocce di sangue, gocce di pianto… Vola, vola farfallina, a cui piangeva tanto il cuore; e hai fatto piangere il tuo cantore… Canta, canta farfallina, con la tua voce piccolina, col tuo stridire di sogno, soave come l’ombra, all’ombra dei bambù a Nagasaki ed a Cefù». Questi i versi di incoraggiamento dedicati da Giovanni Pascoli a Puccini, caduto nello sconforto per l’iniziale insuccesso della sua sesta opera, ispirata dall’omonima rappresentazione di David Belasco alla quale il compositore assistette al Duke of York’s Theatre di Londra nel 1900 e a sua volta tratta da un racconto dell’americano John Luther Long apparso nel 1898. Il lavoro richiesecirca tre anni, e, solamente alle ore 23.10 del 27 dicembre 1903, Madama Butterfly poté definirsi ultimata. Puccini, nonostante non fosse ben visto a Milano, volle che la “prima” andasse in scena proprio alla Scala. Il debutto avvenne il 17 Febbraio 1904 e, nonostante le aspettative, si rivelò una clamorosa débâcle. L’opera fu dedicata a Sua Maestà la Regina Elena di Savoia, consorte di Vittorio Emanuele III. Un momentaneo insuccesso da attribuire molto probabilmente all’originaria suddivisione in due atti, anziché tre, che rendeva le scansioni eccessivamente prolisse. Al termine della rappresentazione in sala si verificò un silenzio tombale, neanche un applauso: Puccini non uscì né durante l’intervallo né al termine. A cento giorni dall’insuccesso, venne riproposta, con opportune modifiche, al Teatro Grande di Brescia e si rivelò un grandissimo trionfo. Il libretto costiuisce un raro caso nella storia dell’Opera in cui il testo è effettivamente un miglioramento rispetto alle sue fonti. Le raffigurazioni finemente incise dei suoi personaggi e il suo inesorabile progresso verso l’epilogo, unitamente ai bellissimi versi e dialoghi creati da Giuseppe Giacosa, si pongono in netto contrasto a quelli scritti in precedenza. Insieme alla partitura musicale di Puccini, la Butterfly produce un effetto intimo ma travolgente, un ritratto inquietante dei pericoli dell’amore fuorviato. Ma il capolavoro non si limita ad essere un’avvincente storia, seppur con un tragico epilogo, ma dimostra una straordinaria e singolare attualità nel soggetto. Si tratta ovviamente della tragedia amorosa di una bambina giapponese di 15 anni dal cuore puro e nobile, ceduta in sposa da un sensale di matrimoni ad un ufficiale americano; una ragazza divenuta donna, fragile, ingenua, che crede nella vita e nell’amore. Un personaggio dalle movenze leggere, aggraziato e delicato: una farfalla. L’amato Pinkerton, invece, americano sfrontato e conquistatore, se ne innamora all’istante ma il suo è un amore effimero, possessivo. Il sentimento di Cio-Cio-San è sincero e questo la condurrà alla morte quando il destino spezzerà le sue ali da farfalla e la porterà, in un attimo, a perdere tutto per via dell’egoismo umano. La Butterfly è, però, anche la storia di un’integrazione socio-culturale mancata. Per quasi tre secoli il Giappone, sotto il regno dei Tokugawa, visse in una quasi totale seclusione dal resto del mondo civilizzato: una “società chiusa”, che gli occidentali ritenevano misteriosa ed enigmatica, difficile da comprendere e spiegare. Tuttavia, il progresso tecnologico occidentale e lo sviluppo del commercio mondiale, si opposero all’autoimposto isolamento. L’opera parla di uno scontro di culture, una faida insanabile tra nazioni dalle tradizioni eccessivamente diverse: lo “scontro” tra il Giappone tradizionalista delle timide geishe e l’America progressista degli arrampicatori sociali. Proprio la figura della geisha – letteralmente “ragazza danzante” – divenne un’istituzione celebrata della cultura giapponese, reminiscenza dell’etera dell’antica Grecia. E in una società in cui ben pochi spazi erano concessi ai contatti tra uomini e donne, queste cortigiane da favola esercitavano un particolare fascino nell’immaginario collettivo europeo. Ritroviamo, inoltre, la tradizione del “seppuku”, o suicidio rituale, riconosciuta come mezzo rispettabile per redimersi da un crimine e salvare il proprio onore. Un viaggio in musica che traccia un profilo descrittivo – idealizzato ma credibile – di religione, arte, poesia e architettura, classi sociali giapponesi.

Madama Butterfly - Foto di Domenick Giliberto
Madama Butterfly – Foto di Domenick Giliberto

Una breve sinossi. L’opera narra la storia di Cio-Cio-San, meglio nota come Madama Butterfly: una geisha ormai prossima alle nozze con il tenente della marina militare statunitense Benjamin Franklin Pinkerton. Dopo una particolare e vivace ouverture, il tenente si trova in compagnia di Goro, sensale di matrimoni, e il console americano Sharpless: in attesa del corteo nuziale e della sposa, il tenente americano manifesta l’intenzione di essere in cerca di una vita spensierata e dedita al piacere. Il proposito di prendere in moglie la giovane geisha è dettato da un momentaneo invaghimento, tanto che le nozze si svolgono secondo il rito giapponese – non riconosciuto in America – e l’ambizione di Pinkerton è quella di riuscire, un giorno, a trovare una sposa “vera” e, ovviamente, americana. Ma la “giovane farfalla” tiene realmente al sentimento, tanto da essere disposta a convertirsi al cristianesimo e rinnegare la religione degli avi. La giovane, proveniente da una facoltosa famiglia di Nagasaki e geisha – in seguito della morte del padre e al fine di provvedere al proprio sostentamento e a quello dei congiunti – ha soli quindici anni ed è ancora nell’“età dei giochi”. Lo stato di povertà in cui versa la famiglia di Cio-Cio-San è tale che gli unici “beni” che porta in dote sono una pipa, una cintura, uno specchio, un ventaglio, un vaso di tintura per il trucco e un astuccio contenente il pugnale con il quale il padre si era suicidato. La celebrazione delle nozze, alla presenza dei parenti, viene interrotta dall’irruzione dello zio Bonzo che, venuto a sapere della conversione della ragazza, la rinnega, scatenando così l’ira dell’intero parentado. Segue, quindi, uno sfogo della ragazza in preda al dispiacere per l’abbandono da parte della famiglia, ma presto consolato dalle dolci, e ipocrite, parole dell’amato. Il secondo atto riprende, con un flash forward di ben tre anni: Pinkerton, infatti, è ritornato in patria e ha promesso a Cio-Cio-San di far ritorno in primavera (“la stagione in cui il pettirosso fa il nido”). La ragazza è realmente convinta che il marito la ami ancora, e che, prima o poi, farà ritorno a Nagasaki. Ed ecco rompersi nuovamente la situazione di equilibrio: Sharpless annuncia l’imminente ritorno di Pinkerton, ma non ha il coraggio di rivelare alla Butterfly che questi si è risposato. La ragazza, infatti, abborrisce l’idea di un mancato ritorno dello sposo, in quanto è convinta di essere ancora una sposa “americana”, e rifiuta i numerosi pretendenti, tra cui il ricco Yamadori. Ma all’idea di spezzare il vincolo matrimoniale, Cio-Cio-San si rende conto che le si presentano due sole prospettive: geisha o suicidio. Allontanatosi il console, la Butterfly capisce che l’unico mezzo per rimanere ancora attaccata al marito è il bambino avuto da quest’ultimo. Infatti, se il tenente avrà dimenticato lei, non potrà aver dimenticato il figlio. Il dialogo con Suzuki viene interrotto proprio dal colpo di cannone che annuncio l’arrivo della “Abraham Lincoln”, nave di Pinkerton. Poco dopo essersi addormentata insieme al bimbo per lo sfinimento, giungono Pinkerton, la moglie Kate e il console. Il tenente della marina, venuto a sapere del figlio, è propenso a prenderlo in custodia, ma, apprendendo la trepidante attesa di Cio-Cio-San, va via nello sconforto. Quando si desta, Butterfly trova il console e l’americana Kate e, intuendo la situazione, li congeda con il proposito di consegnare il bambino solo al padre di questo. La donna congeda anche Suzuki affida a questa il bambino. E’ pronta a compiere il gesto estremo, quando la cameriera spinge all’interno della stanza il piccolo. Ma la donna è ormai decisa al suicidio: fa sedere il bambino, lo benda, gli mette in mano una bandierina americana, e si toglie la vita. Inutile, poco dopo, l’irruzione di Pinkerton nella stanza.

Madama Butterfly - Foto di Domenick Giliberto
Madama Butterfly – Foto di Domenick Giliberto

La farfalladi Castiglione. L’allestimento taorminese della Butteflyè tradizionale, armonico ed elegante. L’azione si svolge a scena fissa, con un ulteriore ambiente circoscritto dalle pareti scorrevoli di una tipica dimora giapponese, realizzata come una sorta di “gabbia”. Il palcoscenico è in realtà una pedana-pontile che ricrea nelle geometrie i tradizionali laghetti. Scene semplice ed essenziali, ma funzionali e perfettamente integrate con lo scenario naturale del teatro.Un Oriente stilizzato ma pur sempre evocativo, tra qualche ramo di ciliegio e un accenno di lanterne. Pochi oggetti per gli arredi interni: la teca con Budda, un tavolino, qualche sgabello e una fotografia dell’ufficiale americano. Sapiente l’uso delle luci, puntualmente coerenti con ogni situazione, passione e sentimento. La regia di Castiglione è attenta e rigorosa, abbastanza fedele al libretto, e denota lavelleità di rappresentazione “terrena” dei sentimenti umani. Sul palco tutto funziona, anche grazie a ottime interpretazioni attoriali. I costumi di Sonia Cammarata fanno un tuffo nel passato: sono di preziosa fattura, storicamente fedeli, splendidi e raffinati (insuperabili e sinuosi gli abiti di Butterfly). Nel ruolo del titolo il soprano coreano Hye Myung Kang, nuova stella della lirica scoperta da Placido Domingo, protagonista indiscussa: applausi a scena aperta e scroscianti al termine. Tra inchini, movenze e cerimonie, restituisce un’ottima introspezione psicologia del personaggio, sognatore e ieratico al tempo stesso.La tenera farfalla che infiamma i sensi del fatuo tenente yankee raggiunge, in un’onesta prova attoriale, vette elevatissime di intensità drammatica. E’ il vero baricentro musicale del dramma psicologico, che domina la scena e cui ruotano intorno tutti gli altri personaggi, secondo il volere dello stesso compositore. Gli strumenti tecnici e le doti vocali a disposizione del soprano sono destramente padroneggiati,tra le frasi più melodiche e commoventi con una buona estensione, una dizione perfetta,una bella gamma di accenti e di espressioni. Una prova coerente e misurata,delicata ma senza leziosaggini di sorta, tragica ma composta nel finale. L’interprete mostra sicurezza,espressività e presenza scenica, anche grazie alla drammaturgia ben curata dal regista. La romanza del secondo atto “Un bel dì vedremo” offre intensità, dolcezza, intimità e ingenuità. Trafitta come una farfalla da uno spillone, sta l’ingenua e disarmata Cio-Cio-San, fiduciosa – fin troppo -in un matrimonio che per Pinkerton è poco più di una farsa folkloristica e, soprattutto, a scadenza ben definita, salvo poi precipitare nel dramma più profondo della delusione e del disincanto. Al suo fianco il tenore serbo Zoran Todorovich è protagonista di una performance uniforme e senza mezze tinte, praticamente non indimenticabile. Credibile il console Sharpless del baritono Piero Terranova, per il bel timbro signorile e ben impostato; sempre una certezza. Il mezzosoprano Annunziata Vestri è un’amorevole Suzuki e, con un’innovativa scelta registica, è pronta ad assistere la padrona nel gesto estremo. Si segnala anche iltenore Andrea Giovannini, nei panni di Goro, come comprimario d’eccezione, con una carica comica potentissima, ipocrita e macchietta. A completare il cast anche il mezzosoprano Anna Consolaro (Kate Pinkerton), il tenore Filippo Micale (il principe Yamadori), il basso Giovanni Di Mare (lo zio Bonzo) e ancora Giovanni Tiralongo, Gonca Dogan, Lora Jeonghee, Silvia Lee. Tra i pochi nei lanon insuperabile prova dell’orchestra e del coro, opaco e poco incisivo quest’ultimo. Soddisfacente, tuttavia, ilcoro a bocca chiusache conclude il secondo atto, accompagnato dal pizzicato degli archi e da un delicata coreografia di comparse munite di grandi ventagli quasi a simboleggiare le ali di una gigantesca farfalla. Particolare anche la rilettura del finale, nel quale la Butterfly si trafigge dinanzi a Pinkerton, e non dinanzi al figlio bendato, con Suzuki che porge il pugnale per poi rannicchiarsi irrigidita nell’attesa della morte della propria padrona.

Madama Butterfly - Foto di Domenick Giliberto
Madama Butterfly – Foto di Domenick Giliberto

Genio e attualità. «Questa opera è la migliore che io abbia scritto». Così parlò Giacomo Puccini, con sfacciato coraggio, di fronte a un’ondata di critiche. E, in effetti, Madama Butterflyrimane ad oggi una delle più amate e rappresentate opere del mondo.Un dramma di preziosa levità e di eccellenza musicale,con un linguaggio formale e contenutistico moderno e innovativo.Dallo stile personale alle splendide invenzioni musicali, passando per la tecnica a “mosaico”, per la caratterizzazione melodica dei personaggi di contorno e per la ricca influenza di stili e fonti musicali eteroctoni (l’inno nazionale degli Stati Uniti d’America che risuona svariate volte all’interno dell’opera era, in realtà, al tempo l’inno della Marina militaren.d.r.). Lavoro di straordinario cesello, esempio di disperazione e lirismo tra effimera felicità, speranza e sgomenta dignità: tutto questo, e molto altro, è il capolavoro pucciniano. Due culture e due mondi, quello americano e quello giapponese, destinati dalla storia a collidere in più di un’occasione: una vera e propria profezia. E sono proprio le parole della Butterfly a rilevare come la legge americana, a differenza di quella giapponese, condanni alla reclusione il marito che chieda il divorzio perché semplicemente “stanco” della moglie. In Giappone, invece, l’abbandono da parte del consorte corrispondeva a un automatico divorzio e consentiva alla moglie di andare alla ricerca di un nuovo consorte. Esplicative le parole incise sulla lama con cui Cio-Cio-San si toglie la vita:«Con onor muore chi non può serbar vita con onore».

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