Rosario Crocetta, governatore della Sicilia
Rosario Crocetta, governatore della Sicilia

Fatto storico o ricatto? L’intesa Stato – Regione, stipulata lunedì sera a Palazzo Chigi, sblocca 500 milioni per l’isola, ma incatena l’autonomia siciliana al governo nazionale. Se da un lato l’accordo tra Crocetta e Renzi scongela le risorse destinate ai comuni, precari e vari enti regionali bloccate da febbraio nella Finanziaria, dall’altro impegna la Regione Sicilia, entro il 30 settembre prossimo, al «ritiro di tutti i ricorsi, in materia di finanza pubblica promossi prima del 31 dicembre 2015, nei confronti dello Stato innanzi alle diverse giurisdizioni e relativi alle impugnative di leggi o di atti conseguenziali». La Sicilia alza bandiera bianca. L’intesa, salutata da Crocetta come un “fatto storico”, assume invece i caratteri di un ri(s)catto per avere indietro somme che erano proprie a fronte, però, di una serie di prescrizioni.

Rinuncia ai contenziosi e nuovi tagli. Insieme alla rinuncia del presidente Crocetta a tutti i contenziosi con lo Stato in materia di finanza pubblica dinanzi alla Corte costituzionale, l’offerta speciale di Palazzo Chigi prevede pesanti sanzioni se non verranno rispettati gli accordi sul bilancio. La Regione si è impegnata a ridurre, dal 2017 al 2020, la spesa corrente «in misura non inferiore al 3 per cento per ciascun anno rispetto all’anno precedente». Se la Sicilia non riuscirà a mantenere gli impegni presi verrà tagliato il trasferimento: «In caso di sforamento dell’obiettivo di riduzione degli impegni di parte corrente – si legge nell’accordo – il Ministero dell’Economia e delle finanze, anche tramite l’Agenzia delle entrate, è autorizzato a trattenere il corrispettivo importo dello sforamento a valere sulle somme a qualsiasi titolo spettanti alla Regione».

La resa della Sicilia. L’accordo siglato nei giorni scorsi rappresenta soltanto l’ultima resa di una Regione sottomessa, di una Sicilia privata di ogni potere contrattuale nei confronti del governo centrale. Basta solo ripercorrere la recente storia legislativa del parlamento siciliano per capire che l’Autonomia è stata compromessa per sempre. L’Ars negli ultimi mesi si è limitata a recepire leggi dettate da Roma. L’esempio più evidente è rappresentato dall’iter per l’abolizione delle province: tre lunghi e faticosi anni per fare un copiato, completamente fedele all’originale, della legge Delrio. Per poi passare al recepimento, senza battere ciglio, di una serie di norme statali, come quelle riguardanti i servizi pubblici e le società a partecipazione pubblica, o anche le norme che prevedono i licenziamenti disciplinari per i cosiddetti “furbetti del cartellino”. L’ombra del governo Renzi si allunga, quindi, su Palazzo d’Orleans. Nelle scorse ore il ministro per le Riforme costituzionali, con delega alle Pari opportunità, Maria Elena Boschi, è intervenuto a piede teso sul voto del parlamento siciliano circa l’emendamento contro la preferenza di genere alle elezioni comunali.

Addio autonomia siciliana. Il 15 maggio 1946 re Umberto II concedeva alla Regione Siciliana uno statuto specialeche dotava l’isola di una ampia autonomia politica, legislativa, amministrativa e finanziaria. Oggi i fatti raccontano una situazione ben diversa. La rinuncia ai contenziosi, il recepimento delle norme nazionali, gli interventi pressanti del governo centrale hanno reso la Sicilia una “colonia” di Roma. Il governo nazionale decide, il parlamento siciliano obbedisce. La Sicilia è stata progressivamente spogliata di quei poteri “speciali” previsti dallo Statuto e vestita di leggi e decisioni calate dall’alto. Quell’autonomia tanto osannata è stata sacrificata dal governatore Crocetta nella vana speranza di partecipare alla spartizione delle risorse e perché no anche di voti in vista delle prossime regionali.

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