Taormina Film Fest, è tempo di bilanci

Cala il sipario sulla kermesse taorminese, un’ultima cronaca dal festival

3398
Teatro antico di Taormina, serata finale del 62° Taormina Film Fest - Foto di Francesco Gaberscek
Teatro antico di Taormina, serata finale del 62° Taormina Film Fest - Foto di Francesco Gaberscek

Giunge al termine anche la sessantaduesima edizione del Taormina Film Fest e, ancora a caldo, è già tempo di bilanci. Ospiti internazionali e grandi nomi? Obiettivamente tanti. Film e spunti cinematograficamente validi? Si poteva fare meglio. Presenze di stampa e pubblico? Non troppe. Innanzi tutti, l’edizione ha visto il trionfo di Deserto, film in concorso diretto da Jonás Cuarón (figlio di Alfonso, regista premio Oscar, stavolta in veste di produttore), premiato con il Cariddi nella sezione TAO62. Il film segue Gael Garcia Bernal e Jeffrey Dean Morgan, protagonisti di una storia che inizia come una marcia della speranza attraverso il confine tra Messico e Stati Uniti e diventa una lotta per la sopravvivenza: un gruppo di migranti messicani viene inseguito da un vigilante senza pietà. La giuria, presieduta da Monica Guerritore e Claudio Masenza, e composta dalla Giuria Speciale di giovani dell’ANEC Sicilia, ha conferito il premio con la seguente motivazione: «Assegnare il Premio del concorso Taormina 62 non è stato facile, per l’eccellente offerta di cinematografie provenienti da vari paesi del mondo. Valutando con attenzione la qualità tecnica delle riprese, il ritmo e l’intensità emotiva ed interpretativa a supporto del tema trattato, abbiamo assegnato il premio come miglior film del concorso internazionale a Desierto». Anche quest’anno è stata istituita in linea trasversale la menzione TaoEduYoung in accordo con l’ANG, Agenzia Nazionale per i Giovani presieduta da Giacomo D’Arrigo, al fine di individuare e premiare il film che per forma e contenuti può incoraggiare la formazione e la crescita culturale dei ragazzi. Ad aggiudicarsi il riconoscimento è stato 3000 nights di Mai Masri che «racconta, con estremo realismo e toccante umanità, una maternità portata avanti con coraggio nella difficile condizione del conflitto israelo-palestinese». Il film è infatti la storia di Layla, un’insegnante di Nablus in Cisgiordania che, mentre cerca di andare in Canada alla ricerca di una nuova vita, viene arrestata per aver aiutato, a sua insaputa, un adolescente sospettato di un attacco a un gruppo di militari. Per la sezione Film-maker in Sicilia, il Premio Cariddi è stato, invece, assegnato a Sponde di Irene Dionisio, realizzato anche grazie al contributo della Regione Siciliana – Assessorato del Turismo dello Sport e dello Spettacolo e della Sicilia Film Commission/Ufficio Speciale per il Cinema e l’Audiovisivo. Il film si aggiudica il premio «grazie alla toccante corrispondenza dei due protagonisti, che trasmette un forte senso di pietas, unendo due diverse culture, come suggerisce il titolo». Tra le coste della Tunisia e Lampedusa, il documentario di Irene Dioniso racconta la storia di un’amicizia tra due uomini, Mohsen e Vincenzo, che vivono sulle sponde del Mediterraneo. Accomunati dal medesimo senso di umanità, isolati dalle rispettive comunità di origine per le scelte prese, i protagonisti trovano rifugio in un intenso scambio epistolare che lascia spazio a significative riflessioni intorno al senso arcaico e profondo della migrazione. Il film vincitore parteciperà alla seconda edizione del Taormina Film Fest @LosAngeles che si terrà nel corso del prossimo gennaio. La rassegna – resa possibile grazie a un accordo con l’Istituto Italiano di Cultura (Italian Cultural Institute) a LA, il suo direttore Valeria Rumori, il Consolato Generale Italiano di LA e l’ICE – è nata dall’idea di portare oltreoceano una selezione di film italiani e siciliani di produzione indipendente. Il Premio World Wide Web/Pasta Garofalo è andato, infine, ad Apollo Beat di Michele Gagliani, Francesco Bellu, Giuseppe Bulla, Diego Moretti, Diego Ganga, Stefania Budroni e Giovanni Saturno.

Tiziana Rocca, general manager Taormina Film Fest
Tiziana Rocca, general manager Taormina Film Fest

Tra luci e ombre. Potrebbe pure non essere un’edizione memorabile ma, prima di esprimersi in merito alla qualità del festival, si rende necessaria un’attenta disamina. Innanzi tutto, va precisato che l’edizione, ancora una volta targata Agnus Dei, si deve quasi interamente agli sforzi e alla caparbietà della validissima pierre Tiziana Rocca, alla quale va reso merito; inutile ricordare, del resto, che senza di lei il festival si sarebbe già arenato al numero cinquantanove. L’impegno nell’organizzazione non manca – è indiscutibile – ma si tratta di una gestione che presenta evidenti limiti e se da un lato è contraddistinta da una forte personalità, dall’altro questa, cinematograficamente parlando, non è ben definita e, essendo carente, finisce per non convincere a pieno. Un festival, per definizione, non è obbligatoriamente ed esclusivamente costruito su ospiti internazionali, grandi nomi dello show biz, bollicine e lustrini. Il divismo contribuisce di certo a rendere esclusiva una manifestazione ma, come in più di un’occasione ricordato, non basta per costituire le solide fondamenta di una kermesse internazionale. La caratura dell’ospite è utile e rilevante ma non indispensabile o, meglio, non lo sarebbe se si trattasse di un festival propriamente detto, per addetti ai lavori. Qualcosina probabilmente andrebbe rivista. Le TaoClass sono sempre ben condotte, un momento piacevole di formazione dedicato al mondo del cinema, senza mai dimenticare la particolare attenzione che è stata – giustamente – riservata alle tematiche sociali, spesso e volentieri affrontate direttamente o trasversalmente. Tuttavia, si corre il rischio di impantanarsi e di essere autoreferenziali, limitando il contenuto più importante del festival al format della conferenza. Il tutto si potrebbe rendere più accattivante se l’ospite in questione presentasse un proprio film, magari non l’ultimo uscito (già visto e sul quale tutti i critici e i festivalieri del mondo hanno già discettato) ma uno in anteprima che possa, in qualche modo, rimettere in discussione il regista, l’interprete o, più genericamente, il protagonista sul palco del Palazzo dei Congressi. Certamente, è inteso, è quasi utopico se si tiene presente il particolare periodo della stagione cinematografica in cui si svolge la kermesse e delle difficoltà che si riscontrano nel convincere major e produzioni. Magari la pista potrebbe essere più percorribile se il grande evento si svolgesse, come un tempo, in estate inoltrata, quando già sono state sciolte le riserve sulla selezione veneziana: dati gli standard, ci accontenteremmo ben volentieri degli “esclusi” dalla laguna. Ad ogni modo, l’esigenza è lampante: serve restituire una dignità al concorso e al festival nell’insieme, definendo un coerente filo conduttore e migliorandone la qualità. Sarebbe iniquo non riconoscere che sono state tantissime le star sbarcate a Taormina nelle ultime tre o quattro edizioni, ma è direttamente proporzionale la consapevolezza che manca ancora tanto per potersi confrontare e raggiungere lo stesso grado di appeal di altre rinomate rassegne. Ma in tempo di crisi – si sa – è un problema di risorse, tanto più adesso che bisogno racimolare il budget, al quale gli sponsor hanno gentilmente contribuito. E forse, TFF62 ne ha risentito notevolmente. Il sindaco di Taormina, nel corso della prima serata, aveva imprudentemente affermato «senza il festival, Taormina avrebbe solo queste quattro pietre». Non gliene facciamo una colpa, abbiamo ben inteso quanto Giardina volesse esprimere: quella è l’unica risorsa che – con Taormina Arte in fuorigioco – la città può materialmente offrire. Una location mozzafiato che, senza rischio di smentita, nessun altro può vantare. Vogliamo rifuggire il rischio di risultare nostalgici, ma ci sono stati tempi migliori. D’altro canto, si è notata la presenza di un pubblico mediamente più selezionato, benché non particolarmente nutrito di addetti ai lavori. Come dimenticare la ressa di giovanissimi che vedevano dieci minuti di fuoco durante i quali a regnare era l’indisciplina, all’insegna della ricerca di un selfie e di un autografo. Di contro, questa edizione della “sopravvivenza” ha visto spettacoli altrettanto inaccettabili: nella lounge CasaTao, pseudo “sala stampa” (ci vuole coraggio a definirla tale) situata al quarto piano del Palacongressi, fotografi e stampa spesso vengono lasciati fuori mentre ragazzini di ogni età scorrazzano alla ricerca di un “trofeo” da portare a casa. La vita più dura è quella dei fotografi, professionalmente umiliati, che fanno la guerra in poco organizzati photocall mordi e fuggi. Non si capisce a cosa serva tanta security in un ambiente che dovrebbe – in teoria – essere costituito da soli fotografi e membri della stampa accreditata. L’arrivo di un ospite è preceduto e immediatamente seguito da attimi di panico: ascensori inutilizzabili e aperta competizione tra stampa e intrusi. Naturalmente meglio tacere sull’inadeguatezza del Palazzo dei congressi che ospita buona parte degli incontri, ma questa non è certo colpa dell’organizzazione: limiti della struttura e spazi poco fruibili non consentono alla macchina del festival di disporre di luoghi adatti. Negli hotel circolano anche dei voucher di sconto sul biglietto della proiezione serale da presentare alla biglietteria: riduzione del prezzo di fatto inapplicata e ira assicurata da parte di qualche incredulo turista, per lo più straniero. La non troppo abbondante presenza di pubblico, a onor di cronaca in aumento nelle ultime serate, è probabilmente dovuta a due fattori: titoli della programmazione serale che non fanno particolarmente da chiamo e scarsa pubblicità (qualche turista fuori dal Teatro antico si domanda addirittura quale evento sia in corso). A pesare anche il periodo indicato dall’associazione albergatori, non affollatissimo quanto le date successive. Non migliora il tutto il fatto che si sia sparsa rapidamente la voce sul costante ritardo nell’inizio della proiezione dei film (anche questo parzialmente corretto da metà settimana). Fortunatamente, si riscontra una forte adesione al Campus, in versione “Ravensburger” 0-99 anni. Non si devono, ad ogni modo, vedere esclusivamente gli aspetti che hanno funzionato meno.

Geppi Gucciari
Geppi Gucciari

Momenti Salienti. Gli appuntamenti più seguiti hanno visto protagonisti grandi personaggi del cinema. A partire dalla splendida e interessante lezione di Thierry Frémaux, delegato generale del Festival di Cannes e direttore dell’Istituto Lumière di Lione: sicuramente il momento più alto dell’intera kermesse. Atteso ospite anche Oliver Stone, che ha presentato in anteprima Ukraine on fire del regista ucraino Igor Lopatonok, del quale non solo è coproduttore ma al quale prende parte come intervistatore dell’ex presidente Viktor Yanukovich e del presidente russo Vladimir Putin. Il film ricostruisce la storia del paese dal 1941 al 2014, ponendo l’accento sui movimenti nazionalisti che parteciparono alla seconda guerra mondiale affiancando i nazisti nella strage di ebrei e polacchi e che, supportati dalla Cia durante la guerra fredda, si sono infiltrati nelle manifestazioni ucraine pacifiche degli ultimi anni.vIntento di Stone è scavare ancora una volta nella verità, anche se scomoda: «Non è stato facile farmi coinvolgere in una storia controversa come questa, dopo i miei film in Sudamerica so bene che posso subire attacchi anche violenti, e per me è inconcepibile che si possa essere accusati solo perché si mostrano fatti in contrasto con le versioni ufficiali. Ma è importante che l’opinione pubblica conosca gli eventi dell’Ucraina orientale da una prospettiva diversa da come ci sono stati presentati». Non poteva, invece, passare inosservato ai più giovani, “occhio di falco” Jeremy Renner che non esita a parlare della tragedia di Orlando e dell’uso delle armi negli Usa. «Nei miei film uso molte armi, ma questo non implica che io sia un esperto. Sono cresciuto in un ranch dove c’erano molte armi, ma erano usate per la sola difesa. Per il resto faccio tiro al bersaglio e non vado neppure a caccia». Tanti gli ospiti che hanno intrattenuto le schiere di giornalisti e giovani, parlando di cinema ovviamente, ma anche di attualità e sociale. Insomma, contenuti oltre che volti: storie da raccontare anche al di fuori di una sceneggiatura e di un personaggio da interpretare. Vite vissute che si spogliano del loro divismo e mettono a nudo la loro umanità, la loro semplicità. L’icona della sessantaduesima edizione è un’affabile Monica Guerritore che auspica il ritorno dei giganti al Teatro antico e applaude gli “invisibili”, non soltanto quelli di Richard Gere ma anche tutti coloro che contribuiscono alla realizzazione del festival, a partire dai lavoratori di Taormina Arte.

Salvatore Esposito
Salvatore Esposito

Il valore del backstage. Ma dietro la grande macchina del festival ci sono anche grandi realtà professionali. Da dodici anni è pilastro portante del Taormina Film Fest – di cui è anche sponsor ufficiale – da lui sono passate tutte le più grandi celebrities e volti iconici del cinema mondiale: stiamo parlando ovviamente di Orazio Tomarchio e de La Truccheria Cherie. Il make-up e l’immagine sono, del resto, uno settori più importanti per la grande macchina di un festival. E se è vero, da un lato, che si limita a rimanere nelle retrovie e nel backstage, è altrettanto vero che questa splendida realtà fornisce direttamente e giornalmente prova della grande professionalità e maestria nella propria arte. Non è un caso che anche il premio Oscar Susan Sarandon, per la seconda volta, abbia compiuto questa scelta per il proprio make-up, facendo eco a Madalina Ghenea, Noemi, Carolina Crescentini, Rocìo Morales, Ambra Angiolini e tanti altri. La Sarandon ha molto apprezzato la linea di cosmetici Cherie Maquillage così come “Sublimage”, la nuova fragranza realizzata dal make-up artist per la 62° edizione del Taormina Film Fest. Grande professionalità al servizio delle star: «Siamo sempre presenti nelle suite dei grandi divi per rispondere ad ogni loro esigenza e per soddisfare qualsivoglia desiderio. Il make-up viene curato dal mio staff o direttamente da me e riusciamo perfettamente ad accontentare tutti. Lavoriamo naturalmente con il nostro prodotto, con il nostro brand: Cherie maquillage, realizzato e perfezionato in questi anni di festival, oggi un prodotto perfetto e molto ambito. Possiamo dire con orgoglio che la stessa Susan Sarandon ci ha lasciato il suo indirizzo di casa, proprio per aver recapitato al suo domicilio il nostro prodotto. Questa è un’operazione che facciamo già da anni con Sophia Loren e con molte altre dive. Siamo una delle colonne portanti di questo festival, sia per quanto riguarda me che mi occupo della direzione d’immagine sia per quanto riguarda il prodotto». E così le notti “stellate” taorminesi tornano insieme ai grandi nomi che hanno scelto Cherie: dalla super top model Bianca Balti all’attore americano Richard Gere, da Alejandra De Silva alla iena Angelo Duro, passando per i comici del Trio Medusa e Hofit Golan, Maria Grazia Cucinotta, Ariadna Romero, Oliver Stone e Harvey Keitel.

Le prospettive. Qualcuno, nostalgico dei fasti di un mitico passato, ha arricciato il naso e l’ha definita “sagra di paese”. Ma quali sono le prospettive del Taormina Film Fest? In merito alla manifestazione è intervenuto anche il consigliere della V Circoscrizione del Comune di Messina Paolo Barbera. «La manifestazione sta perdendo, edizione dopo edizione, il suo contatto con il territorio, finendo col divenire sempre più avulsa, distaccata. Il Festival, lungi dall’aver recuperato negli ultimi anni un autentico rapporto con la città di Messina, sta via via perdendo anche quello con la Perla dello Ionio. Un vero peccato. L’episodio della mancata presenza sul sito istituzionale della manifestazione dei loghi di Taormina Arte, dei Comuni di Messina e di Taormina e della Città Metropolitana rappresenta solo l’emblema di una tendenza negativa che prosegue da parecchi anni. Gran parte delle attività che si sono svolte all’interno del festival sono autoreferenziali, rivolte all’organizzazione stessa e al suo entourage, come peraltro registrato da alcuni organi di stampa. Alla cerimonia di apertura a Messina era stata annunciata la presenza del premio Oscar Susan Sarandon, ma l’aspettativa è stata disattesa. E questo è indice dell’attenzione e dell’importanza che è dedicata a Messina. A Taormina, nella città, nei negozi, non c’è nessun segno di partecipazione al festival, in nessun negozio vi è una locandina dell’evento, per citare un solo esempio. Il contratto di servizio tra Agnus Dei e Taormina Arte scadrà con questa edizione. Per il prossimo anno, prima di capire se verrà rinnovata o meno la convenzione, credo sia opportuno capire dalla Regione e dal comitato quali siano le reali intenzioni sulla fondazione e sui i dipendenti di Taormina Arte, che da oltre 18 mesi attendono le spettanze. Per questo rivolgo un appello perché, facendo tesoro dall’esperienza, sin dalla prossima edizione si possa creare una struttura che operi sul territorio già dai mesi precedenti per far sì che si possano cogliere appieno le opportunità che una vetrina internazionale così importante può offrire». Ma l’interrogativo sorge spontaneo: anche qualora le venisse rinnovata la concessione, se un domani Tiziana Rocca decidesse di lasciare, che fine farebbe il festival? Quali sarebbero le alternative e come si provvederebbe alle risorse necessarie? Ma soprattutto, che appeal è rimasto a un festival di fatto “snaturato”? Difficile dire quale sia il male minore. Sicuramente l’obiettivo deve essere quello di andare avanti e, perché no, di alzare poco alla volta l’asticella della qualità.

© Riproduzione Riservata

Commenti