Susan Sarandon sul palco del Teatro antico di Taormina
Susan Sarandon sul palco del Teatro antico di Taormina

Domenica è sempre domenica. Non si tratta dell’indotto derivante dal Taormina Film Fest ma di un normalissimo flusso da fine settimana, e così sul Corso Umberto si riversano già le prime ingenti flotte di turisti della stagione estiva. La presenza di pubblico alla “kermesse” cinematografica è, infatti, sempre meno numerosa e il contrasto tra turisti fuori dal Teatro antico e spettatori all’interno si nota a vista d’occhio: qualche vuoto nel parterre e nelle tribunette, gradinata con appena qualche centinaio di presenti. E siamo ancora al secondo giorno, quello successivo alla serata di apertura… Stesso discorso vale per quanto riguarda la partecipazione a incontri e TaoClass, con una schiera di pubblico di gran lunga inferiore in numero a quella delle passate edizioni. Probabilmente si deve al fatto che, dopo uno sguardo attento a ospiti e programma, il festival perde di appetibilità tanto per i cinefili e addetti ai lavori quanto per i semplici curiosi. Autocelebrativo e autoreferenziale, cinematograficamente parlando il festival ha ben poco da dire.

Facciamo un attimo macchina indietro. In occasione della serata di apertura Richard Gere – per la seconda volta consecutiva e presidente “onorario” in base a chissà quale criterio – ha ascoltato le storie di 300 senzatetto provenienti da tutta la Sicilia. Grande umanità e compassione da parte del divo hollywoodiano di fronte alle storie drammatiche di tanti meno fortunati ma, di contro, oltre al tentativo di sensibilizzazione mediatica, si sarebbero potuti ottenere traguardi sicuramente più rilevanti di un protocollo di intesa di dubbia portata. E dagli homeless alle gravi condizioni lavorative il passo è breve: il sindaco Eligio Giardina – ovviamente presente – ha ritenuto opportuno dedicare questa edizione ai lavoratori di Taormina Arte. Ma oltre alle belle parole e alla solidarietà di circostanza deve corrispondere un impegno e una volontà politica ben determinata: e questa, ahimè, continua a mancare. Chiacchiere, chiacchiere e distintivo. Un pensiero affettuoso da parte di chi scrive non può non andare a chi ancora oggi, nonostante le difficoltà e le umilianti condizioni, continua in qualche modo a svolgere il proprio lavoro. Del resto, sarebbe davvero surreale sostituire un’esperienza decennale con un esercito di stagiste… Tornando alla serata, indiscussa protagonista per bellezza è la top model italiana Bianca Balti, salita negli ultimi giorni agli onori delle cronache per aver posato senza veli per la rivista GQ nonché madrina della serata inaugurale. La top model ha un rapporto non particolarmente saldo con il cinema ma ciò non ne scalfisce la bellezza e l’eleganza.

La top model italiana Bianca Balti
La top model italiana Bianca Balti

La strepitosa Susan, unica nota lieta. Mentre al festival va in scena l’ipocrisia ossimorica del binomio glamour-solidarietà, tutti gli occhi sono puntati su Susan Sarandon, a Taormina per la presentazione del film “The Meddler di Lorene Scarafia”. L’attrice premio Oscar nel 1996 per “Dead Man Walking – Condannato a morte” e già amatissima in “Thelma & Luoise” (1991), interpreta stavolta Marnie, vedova di New York che decide di seguire la figlia Lori (Rose Byrne) a Los Angeles per dare una svolta alla sua vita. L’incontro con Zipper (il premio Oscar J.K. Simmons) e con persone bisognose del suo aiuto, le permettono di affrontare il lutto. E in un parterre di ospiti racimolaticci e ormai “amici del festival”, sembrava che la simpatica e spontanea Susan non potesse avere nulla da aggiungere a quanto già detto lo scorso anno. E invece è proprio lei a sorprendere come unica nota davvero positiva. Tesserne le lodi è come fare l’encomio del genere femminile: quasi settantenne è sempre incredibilmente attraente, audace nel vestire ma ugualmente elegante e perfetta, incurante di non essere più una ragazzina. A Cannes ne abbiamo apprezzato gli abiti e lo stacco coscia.

«Se la Clinton dovesse essere il candidato democratico non riuscirò a votarla». La Sarandon è una donna con un carattere forte che ci ha abituato a vederla prendere posizione pubblicamente e praticamente su qualsiasi tematica: dalla politica alle tante campagne come attivista e influencer contro le lobby delle armi e i poteri forti. A proposito di elezioni di certo non le manda a dire, lei che ha sostenuto il socialista democratico Bernie Sanders. La scorsa edizione – ricordiamo – aveva sparato a zero su Benedetto XVI, affibbiandogli l’etichetta di nazista e aveva sostenuto che, come donna votante, non avrebbe appoggiato la Clinton solo perché donna, auspicando un presidente che non fosse legato alle lobby e ai poteri forti. E, naturalmente, la domanda arriva puntuale: qualora si andasse allo scontro Hillary-Trump, la Sarandon chi voterebbe? Sceglierebbe il male minore o rimarrebbe coerente con l’idea che ha della candidata? «Attendiamo la convention dei delegati – frena la Sarandon – per averne l’ufficialità, ma credo che se la Clinton dovesse essere il candidato democratico non riuscirò a votarla, non mi rappresenta e non incarna i miei ideali. I cittadini americani forse si renderanno conto che ci sono alcune falle nel sistema elettorale, 147 mila elettori non hanno potuto votare. Recentemente molti sono passati a sostenere Sanders, stanno venendo fuori anche brogli elettorali. Ma non so se questi scandali riusciranno a fermarla, lei è una vera macchina da guerra. Sicuramente è la migliore dei repubblicani: non credo che i democratici riusciranno a votarla». Insomma, una vera e propria diffida e accuse davvero pesanti. E’ lecito domandarsi, quindi, in tema di G7 a Taormina, chi dovrebbe rappresentare degnamente gli Stati Uniti al termine del mandato di Obama.

La “Marnie” di Susan. Non poteva però essere sottratto spazio al cinema e Susan racconta il suo personaggio, Marnie, donna altruista e sempre pronta a tendere la mano alle prese con l’elaborazione di un lutto. E per interpretarlo ha incontrato la persona alla quale il film si è ispirato: una mamma, quella della regista. Il film, costato tre milioni di dollari è stato girato in appena una ventina di giorni. «In America a decidere in materia di distribuzione sono più i banchieri che persone amanti del cinema. Se si raccontano storie di sentimenti e non si fa ricorso ad azione e special effects il film non può essere definito americano». Le fa eco Monica Guerritore, presente in platea alla TaoClass insieme a Claudio Masenza (entrambi meritano un particolare plauso), che loda “La pazza gioia” di Virzì. Presentando il film parla anche del rapporto madri-figli: «Personalmente non mi intrometto molto nella vita dei miei figli, magari perché non ho così tanto tempo. Diciamo che non porto loro la colazione ogni mattina. I figli in America sono soliti lasciare il nido molto presto, prima che in Italia, però tornano, perché la situazione economica è difficile in questo momento negli Stati Uniti. I figli tornano, e magari con moglie o marito e figli. Li conosci da adulti e poi torni a lavargli i panni come quando erano ragazzini». L’attrice, infine, si dice disinteressata al fatto che il cinema sia “al maschile” o “al femminile” – purché si parli di film di valore indipendentemente dal punto di vista – e si dice entusiasta di come i registi del cinema italiano “classico” non abbiano mai avuto paura di esaltare e venerare la donna.

Tutto il resto è noia. Tocca quindi a Sabrina Impacciatore (“Sei mai stata sulla Luna?”; “La passione di Cristo”; “N, Io e Napoleone”) e Rebecca Hall, attrice londinese di teatro e cinema (“Frost/Nixon”, “Dorian Gray”, “The Town”, “Iron Man 3”). Ma al Taormina Film Fest non c’è molto spazio per i film, almeno per quelli da guardare sul grande schermo. Le proiezioni dei film in Concorso (“Tutti vogliono qualcosa” di Richard Linklater e “Born to Dance” di Tammy Davis) sono tutte relegate a orari obiettivamente poco pratici, nel tardo pomeriggio o addirittura quasi in concomitanza con la serata al Teatro antico. Continui ritardi nell’inizio della cerimonia di premiazione costringono il pubblico – fin troppo paziente – ad aspettare oltre un’ora rispetto all’orario previsto da programma. Eccessive lungaggini, a partire dai discorsi di ringraziamento di ospiti e premiati, fanno ciò che il film previsto per la serata non inizi di rito prima delle 23-23.30 (sorge lecitamente il dubbio, saranno forse più puntuali con la partita Italia-Belgio o anche quella sarà prorogata?). Troppe le falle nell’organizzazione e nell’assortimento dei contenuti in quella che sicuramente non passerà alla storia per un’edizione memorabile.

Tiziana Rocca, general manager del Taormina Film Fest
Tiziana Rocca, general manager del Taormina Film Fest

Non si mette in discussione il lavoro e l’impegno di Tiziana Rocca general manager ma, a queste condizioni, sembra un’edizione della sopravvivenza per un festival che non ha molto da dire e che brucia buona parte del potenziale. Incredibile come persino un film per bambini possa essere proiettato a orari da fare concorrenza alle lezioni di “Analisi matematica” di RAI Nettuno. Una situazione improponibile per chi, oltre alle passerelle, vorrebbe assistere anche a un festival cinematografico. A Taormina, poi, un premio non si nega a nessuno. A Susan Sarandon è stato consegnato l’Humanitarian Taormina Award, per l’impegno a favore della popolazione di Haiti, da David Bell, membro del board of directors di APJ Artist for Peace and Justice, organizzazione no-profit fondata da Paul Haggis nel 2009 per promuovere pace e giustizia sociale nel mondo attraverso l’emancipazione di comunità povere. A Violante Placido, protagonista di una terrificante performance canora, è stato consegnato il Premio Città di Taormina. Sabrina Impacciatore e Stefania Rocca hanno ricevuto il Premio Cariddi mentre a Dean e Dan (Dsquared2) è andato il Taormina Fashion Award.

Teatro antico quasi deserto per la seconda serata del 62° Taormina Film Fest
Teatro antico quasi deserto per la seconda serata del 62° Taormina Film Fest

Domenica, ma il pubblico a teatro è poco nutrito. Se non fosse per i “sopraggiunti” del parterre e delle tribunette, non si sarebbe riempita neanche metà del teatro. La logica conseguenza è che Susan Sarandon, premiata e premiante in un’interminabile cerimonia, non vede l’ora di scendere dal palco – e lo dà a vedere – per lasciare spazio alla proiezione del film in cui è protagonista. «Spero che, nonostante l’ora tarda, il pubblico non decida di andare via» glissa l’attrice nella propria lingua. Ahimè, non basta l’invito di un premio Oscar: parterre e tribunette si svuotano confermando il consueto malcostume ma anche in gradinata qualcuno decide di levare le tende. Sono le 23.30. Anche se a malincuore, anche noi andiamo via. Impossibile resistere ancora per più di un’ora e mezza di film. Scusaci, Susan.

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