Non solo passerelle, celebrities, divismo e red carpet. I festival cinematografici degni di tale definizione devono sicuramente offrire anche molto altro, a partire dalla materia che per l’appunto in una simile kermesse meriterebbe l’attenzione principale: i film. E se tale esigenza – in barba a pubblico, addetti ai lavori e critici – a volte viene troppo facilmente trascurata, fortunatamente si presentano altrettante occasioni valide per scoprire prodotti di valore e di qualità. Tra questi ultimi, senza ombra di dubbio, si può annoverare “Il figlio sospeso” (2015) di Egidio Termine, già presentato al Bif&st, che sarà proiettato sabato 18 giugno alle ore 17.30 presso il cinema Olimpia in occasione della sessantaduesima edizione del Taormina Film Fest. Il lungometraggio, realizzato da Mediterranea Productions e Associazione Star con il sostegno di Sicilia Film Commission, ha ottenuto il riconoscimento di interesse culturale nazionale con il contributo del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. Il film psicologico, che vede protagonisti Paolo Briguglia, Gioia Spaziani e Aglaia Mora, porta nel mondo della finzione tematiche di scottante attualità senza tuttavia discostarsi da un garbo, una delicatezza e una particolare sensibilità che contraddistinguono l’opera nel suo complesso.

Lauro, protagonista delle vicende narrate, è un giovane uomo ventisettenne che ha perso il padre Anturio all’età di soli due anni. La madre, Giacinta, fa in modo che il ricordo, già assai sbiadito e idealizzato del padre, sia cancellato del tutto dalla memoria del figlio, privandolo di racconti, fotografie e qualsiasi cosa che riguardi Anturio. In sostanza, privandolo di certezze e punti fermi. Il giovane Lauro è cresciuto con un’immagine paterna modellata sulle sue esigenze e, pertanto, falsata nella sua oggettiva affettività. Un evento, tuttavia, sconvolge il normale decorso della sua quotidianità fatta di paure e incertezze: trova per caso un indizio che lo spinge a credere che il padre avesse avuto, in Sicilia, una relazione dalla quale era nato un figlio. La sete di verità lo spinge sulle strade di un “viaggio” alla ricerca di un fratello ma ciò che scoprirà lo riguarderà intimamente e personalmente: Lauro è stato concepito con la modalità dell’utero in affitto. Poco alla volta la verità si fa spazio ed emerge nella sua drammaticità, ma anche nella sua forza liberatrice. Un figlio “sospeso”, ossia nella condizione esistenziale alla quale è sottoposto chi vive in un limbo di incertezze e con troppi interrogativi irrisolti. Solo quando, con un tuffo nel passato e nella memoria, il dinamico protagonista si mette sulle tracce di un’artista, di una madre e dei propri affetti, questi supererà le proprie paure. La trama, fittissima, si dipana poco a poco, mentre le tessere del puzzle sembrano comporsi naturalmente e Lauro viene indirizzato con vari indizi verso lo scioglimento dell’intricata matassa del suo passato.

Una solida sceneggiatura riesce, grazie a un costante ricorso all’analessi, a mantenere alto il livello dell’intreccio e, allo stesso tempo, l’impianto teatrale ne valorizza il testo. L’approfondimento psicologico dei personaggi risulta determinante in un’opera che fa dell’equilibrio emotivo un suo punto di forza. Il film offre il “ritratto” di due donne-madri, profondamente diverse, che hanno però parimenti affrontato i drammi della vita: il lutto per la perdita dei rispettivi compagni di vita, le difficoltà quotidiane, la separazione dagli affetti. Il regista scava la psiche dei protagonisti e ne mette in risalto luci e ombre. Una madre, oberata dai debiti del marito defunto, affitta il proprio utero in cambio di aiuti economici. Il legame con il figlio che ha in grembo è ugualmente forte e la donna porta avanti la gravidanza nel ricordo del compagno prematuramente scomparso, maturando la decisione di tenere con sé il bambino. Tuttavia, sarà spinta dall’incombere della malattia e dal peso delle responsabilità a separarsi dal figlio appena nato. E quando, nella tarda giovinezza, il ragazzo scoprirà la verità sulle proprie origini, da un lato è profondamente e indelebilmente ferito dalla verità, dall’altro questa gli restituisce un’identità autentica che lo rende libero, maturo e in grado di affrontare le difficoltà della vita.

La narrazione è corroborata da una regia attenta alla cura del dettaglio firmata da Egidio Termine (nella duplice veste di regista e attore, nei panni del ginecologo dott. Gerani), da un sapiente montaggio di Ugo Flandina e, ultima ma non da meno, dalla fotografia di Giuseppe Schifani che, sin dal primo fotogramma, è coadiuvata da set naturali mozzafiato. Impossibile tacere sulla bellezza di questi ultimi. Inquadrature e panoramiche dal piglio documentaristico, unitamente alla colonna sonora di Beppe Termine, scolpiscono emozioni e turbamenti. L’interpretazione misurata di attori navigati, tra cui Paolo Briguglia, impreziosisce un prodotto che funziona da solo: caratteri ben disegnati, nessun eccesso nel dramma, ruoli calzanti per ciascuno degli interpreti. Briguglia percorre al meglio il viaggio di Lauro, una catarsi che lo porta a conoscere la verità e nel far ciò consente allo spettatore di immedesimarsi, di apprezzare la lucidità e la serenità con le quali il giovane uomo si approccia alla scoperta, ne matura e ne metabolizza la portata. Sicuramente l’acume del film lo raggiungono Gioia Spaziani e Aglaia Mora, protagoniste di due sincere, toccanti e credibili prove attoriali, interpreti di due madri ugualmente legate al “comune” figlio. Il ginecologo interpretato dallo stesso regista ritrae le ipocrisie di uno dei tanti professionisti che infrangono la legge: e i fatti narrati sembrano – ahimè – rimandare a recenti fatti di cronaca e ai titoli, sempre più frequenti, di alcuni quotidiani.

“Il figlio sospeso” scorre piacevole e coinvolge, muove e commuove, esplorando una materia poco battuta dalle strade del cinema, eccezion fatta per qualche commedia americana. Al centro del film vi è la dimensione familiare vista dalla particolare prospettiva di una maternità surrogata, sollevando il dibattito che ruota intorno alla fecondazione assistita, all’utero “in affitto” e ai bambini come merce di scambio. Altrettanta attenzione nella trattazione viene riservata agli affetti autentici (uniche certezze da ricercare) e al legame indissolubile con il genitore naturale e con quello putativo. Il regista immortala, come in un quadro, paesaggi e personaggi. Egidio Termine affronta “una tematica così complessa e a volte contraddittoria del nostro tempo che più che unire spesso divide. Ma, soprattutto, un fenomeno, oggi, in larga diffusione, i cui effetti e le ricadute sono ancora ignoti sia nel mondo scientifico della sociologia che della psicologia”. Il regista, tuttavia, si ispira tanto alla narrazione e allo sguardo essenziale di Rossellini, quanto alla giovialità di Truffaut. Una tematica di bruciante attualità, quella della maternità a tutti i costi, la cui trattazione è scevra di una posizione di carattere etico e di un giudizio di valore. Il lungometraggio dimostra come il grande schermo possa trattare l’argomento senza banalizzarlo, senza far ricorso alla retorica e all’eccesso didascalico. La maternità surrogata e la separazione dagli affetti, d’altro canto, pongono naturalmente il problema della verità e del senso di “sospensione” legato a un interrogativo cui è difficile dare una risposta. La prima e l’ultima scena sembrano rimandare a “Viandante sul mare di nebbia” di Caspar Friedrich, quasi a sintetizzare l’esperienza interiore e spirituale: in questo modo, il protagonista indaga impietosamente il proprio animo, con tutte le sue insicurezze, i suoi dubbi e certezze. D’altra parte, il cinema – tanto più quello impegnato – ha come compito quello di raccontare l’uomo, la nostra vita, la quotidianità e la realtà contemporanea.

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