Il concerto dei Duran Duran a Taormina
Il concerto dei Duran Duran a Taormina

L’attesa è finalmente finita. Alle 21,44 del 5 giugno 2016, la lunga attesa per i fan dei mitici Duran Duran. Da mesi ormai si attendeva l’evento di portata internazionale. C’è chi aveva il biglietto numerato già in cassaforte da lungo tempo e chi invece ha tentato, con successo, la sorte al botteghino. Il risultato è stato un tutto esaurito, che nella devastante bellezza del teatro greco romano di Taormina si traduce, per il pubblico ma anche e soprattutto per gli artisti che vi si esibiscono, in una sola parola: magia!

Primi istanti. Tra i cultori della Band di Birmingham e gli addetti ai lavori più critici e tecnici in fila lungo la via Teatro Greco nel pomeriggio di domenica scorsa, in attesa dell’apertura dei cancelli, la voce o la preoccupazione più gettonata era: “ma ce la fa Simon, a fare Wild Boys?” Subito accontentati al secondo pezzo. Quando la band sale sul palco, il tramonto siciliano sulla baia di Naxos, ha da poco abbandonato il viola scuro e bluastro per far posto ad un blu intenso ed a tratti infuocato. Un effetto che gli Dei donano gratuitamente a tutti coloro che in questo scorcio di stagione hanno la fortuna di trovarsi a Taormina. E di questo dono ne han fatto tesoro i Duran Duran che calcano la scena in perfetto orario ed aprono la loro esibizione quasi in sordina, con la corale e suggestiva Paper Gods, che da pure il titolo al loro ultimo album e all’intero Tour. Solo i più affezionati conoscono l’ultima produzione del gruppo e rapiti dal fluido dell’ 80mania che inizia a scorrere nelle vene, confortano con lo sguardo i vecchi fan che smarriti si chiedono “e questa qual è?”. Un istante dopo accade l’inimmaginabile. Wild Boys! La canzone più conosciuta e più kitsch (sorry) dei Duran Duran. Ma anche quella più impegnativa per lui, il mitico, il più atteso: Simon Le Bon. E loro se la sparano come secondo brano. Ancora a freddo. Ma è una scintilla. Che accende in un lampo le migliaia di fan accorsi e li catapulta senza esitazione nel roller coaster del tempo. Back to the ‘80s.

Lo Show. Da quel momento in poi è un vortice frenetico ed elettronico senza sosta. Simon la canta Wild Boys (come se peraltro avesse avuto altra possibilità) e la porta a casa. Ci terrà tutta la sera col fiato sospeso. Non è mai stato un vocalist rock tra i più ammirati e ieri la sua voce rauca ha danzato sul filo del rasoio fino all’ultimo. In bilico tra il patema d’animo e l’estasi evocativa. Il terzo brano è Hungry like the Wolf. Un’altra scarica pazzesca. I Duran Duran, da li in poi sparano una hit dopo l’altra. Senza pietà. In pratica suonano il loro Best of per intero. Sono tutti in splendida forma. Una band super looppata e super sequenzerizzata. Roger Taylor nascosto bene bene dietro i tom della batteria. Nick Rodhes, ormai sempre più immerso in un alter ego glam di Andy (Wharol), assomiglia sempre più ad una figurina, ad una immaginetta da album. Non si sgualcisce e rimane sempre uguale a se stessa. I suoi synth e soprattutto le sue sequenze sono l’ossatura su cui vive il project Duran Duran. Forse ancor più della sezione ritmica. E qui viene il bello, in tutti i sensi. John Taylor. Il più amato dalle fan dei Durans di qualche decennio fa. Ma a giudicare dalle urla di ieri, anche da quelle attuali. Il tenebroso John, alto e con un fisico che lo capisci già al liceo che carriera gli si aprirà davanti, si muove scatenando le fantasie di tante ex giovincelle degli anni 80. Tuta e sneakers Nike nere, appena fluo, giubbotto in pelle super cool e taglio (si fa per dire) di capelli che lo caratterizza da sempre, solo un po’ più gray. Basso rigorosamente quattro corde in spalla e via. Non ce n’è per nessuno. E per finire Mr. Le Bon. In città gira voce che ci sia un sosia perfetto. Tale e quale a Simon. Ma non lo avvistiamo tra il pubblico. Quello vero, sale sul palco con jeans bianco (non era meglio scuro!) scarpette alla… John Taylor, tshirt vampiresca che si intravede sotto una versione 2016 del leggendario Chiodo, in bianco e nero. Taglio corto e sbarazzino, pochissima barba. Il resto della band è arricchito da Dom Brown alla chitarra elettrica, dopo l’abbandono del terzo Taylor, Andy.

Magia e nostalgia. Lo spettacolo va ad arricchire un lungo elenco di grandi star del rock e non solo, che hanno suonato al Teatro. Ricordo tra i più emozionanti B.B. King, i Cure, Robert Plant, Bob Dylan, Ray Charles, Sting… e domenica scorsa i Duran Duran. Attenzione, esclama qualche vecchio purista, “non è rock”. E certo che non è rock. Ma lo show è stato meraviglioso. Un concentrato di classe e professionalità e di quel quid che Le Bon e company hanno conservato intatto. Quel pizzico di “arroganza” e britishness che non guasta, se te lo puoi permettere. Simon ammicca e dialoga, accenna qualche passo di una danza che fu, si prende gioco di se, o forse ci crede davvero. Tiene il palco alla grande, ma non si avvicina mai un centimetro di più alle dita dei fan sotto il palco. Canta tutto, come può, come deve, come sa. E alla fine ci convince tutti. John saltella tutto il tempo, sembra godersi la serata. Sembra divertito e quando alza lo sguardo verso le tribunette è un delirio. Le suonano tutte i Duran Duran. Non ce lo aspettavamo. Io e miei compagni di ventura restiamo sorpresi ad ogni attacco di un nuovo brano. Al minimo accenno, il primo che azzecca il pezzo si lancia in un urlo liberatorio…”nooooo”. Suonano la stupenda Come Undone, con Le Bon che duetta con una delle due coriste “brutte”. E poi Notorious, mix di funk e dance anni 90 da paura. A view to a kill, colonna sonora dell’ultimo 007 con Roger Moore, se la memoria non mi inganna. E ancora Girls on Film, Ordinary WorldI don’t want your love. C’è spazio per l’ultimo successo Pressure Off e per Reach up for the Sunrise. A sorpresa arriva anche The Riflex, che botta ragazzi. In pochi istanti ci passa davanti una vita. Gli anni del liceo (anche se all’epoca i maschietti ascoltavano i Led Zeppelin), le estati uniche ed irripetibili. Le prime notti turbolente in discoteca. Qualche amore sbiadito. Occhi visti chissà dove, chissà quando. E forse mai dimenticati. Oceani di nostalgia e magia a ritmo dance. I Duran Duran sono una macchina da guerra perfetta, costruita per farti divertire… to make you Party. Le note della bellissima Planet Earth scemano e succede qualcosa di unico, Simon intona Space Oddity del grande David, musa e ispirazione per i Duran Duran. Il tributo a Bowie è lisergico e commovente. Da solo vale il prezzo del biglietto. Il bis non può non iniziare con una preghiera, che Simon dedica a Prince ma anche a Mohammed Ali. Ci chiede di pensare a tutti quelli che con la musica e con l’amore stanno cercando di fare del Mondo un posto migliore…”to make the world a better place”. E inizia Save a Prayer. Senza parole. Emozioni che scintillano sulla nostra pelle e si tuffano nel cielo di Taormina. Tra stelle e troppi telefonini accesi. Siamo arrivati alla fine… her name is Rio and she dances on the sand… le note di Rio, storico album e video della band inglese.

E’ finita. Qualcuno vorrebbe di più. Qualcuno ha bisogno di uno scossone per tornare alla realtà. Facce estasiate e gente felice. Adesso bisogna rientrare. Non siamo più nel 1987. Ci sono i figli che devono andare a scuola. Il lavoro… Un oceano di ex ragazzi e ragazzine lasciano il teatro. Si portano addosso i segni del tempo. Fuori, sembrano tutti diversi da quei fan sognanti d’un tempo. Ma dentro, nella scatola del cuore, qualcosa non cambia mai. “Don’t save a prayer for me now… save it ‘til the morning after…”

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