Duran Duran
Duran Duran

Chi dice di non ricordare i tanto vituperati anni ’80, musicalmente parlando, o è un bugiardo oppure è…un bugiardo. Se è vero che di quegli anni, difficilissimi per l’etica del Pop, resteranno più i lustrini degli Spandau Ballet e i capelli cotonati modello Like a Virgin di Madonna, i look improbabili di Boy George e Jim Kerr o le immagini patinate e surreali di certi Videoclip imbarazzanti, vero è anche che moltissima di quella musica – che allora sembrava di plastica e spesso inascoltabile – fu ingiustamente e frettolosamente etichettata come commerciale a tal punto da relegare le band più rappresentative di quel periodo nel settore Video band: cioè gruppi che avevano ragion d’essere solo grazie a Mtv e che nulla avevano da dire in termini di canzoni o di Live performers. La loro musica non sarebbe mai sopravvissuta a quel decennio e non avrebbe mai lasciato la ben che minima traccia nel panorama Pop Rock. Per molti è stato così. Ma molta di quella produzione discografica, assume oggi un valore molto interessante e di influenza notevole. Oltre che, per tantissimi fan, nostalgica.

Tra il Boss, gli U2 e i Durans. Le divisioni generazionali in quel periodo non erano necessariamente legate a dati anagrafici, bensì agli schieramenti a cui si apparteneva e che sostenevano ora il Rock verace onesto e sanguigno di mostri sacri (già allora) come Bruce Springsteen e i Dire Straits, ora il travolgente impatto della new wave di marca irlandese degli U2. In mezzo potevi crogiolarti con le chitarre reverberate e le melodie decadenti degli Smiths – chi non ha a casa The Queen is Dead di Morrisey & co. è un soggetto da tener d’occhio – oppure perderti nel vortice ipnotico e dark ( …..) dei Cure, lasciandoti intrappolare dagli echi catartici della voce di Robert Smith che ti regalavano un’eletta atarassia senza fine. Dall’altra parte c’erano le fan di Madonna, degli Wham (si George Michael ha iniziato cosi) degli Spandau e di loro, gli imperatori dell’ 80mania, i signori del glam britannico post Bowie. I Duran Duran.

I Duran Duran. Il travolgente successo che fece gridare il mondo intero a un fenomeno paragonabile ai Beatles – oh oh oh oh… – cominciò senza dubbio con Wild Boys. Forse la canzone più famosa e meno rappresentativa del gruppo di Birmingham. Eppure i Duran Duran avevano già scritto pezzi notevoli come Hungry like the wolf, Rio, Girls on film e la meravigliosa perla Save a prayer. Il giro di basso di questa canzone entra di diritto nel gota dei turn around della chitarra a 4 corde. Le atmosfere tropicali scandite dai synth di Nick Rodhes rimarranno leggendarie evocazioni di un immaginario affascinante e nostalgico. Un Capolavoro. Da quel momento in poi i cinque musicisti inglesi collezioneranno una hit dopo l’altra. Spaccheranno il mondo intero a suon di successi e riempiendo gli stadi di ragazzine urlanti in delirio. Detteranno il nuovo look (sigh) e venderanno milioni di dischi. Ma se in quegli anni, la loro musica era vista dai puristi del rock, come mediocre pop di plastica, la data di scadenza del patrimonio elettroglam dei Durans era molto ma molto lontana. Oggi tornano – se mai fossero del tutto andati via – con un disco fresco e potente. Come i due precedenti del resto. In splendida forma e con un look sempre un po sopra le righe ma loro possono permetterselo. Le scarpe di John Taylor sono una vera chicca. Il bel e tenebroso Taylor, per anni ha dominato su tutti i componenti del gruppo in fatto di preferenze da parte del gentil sesso. Era su ogni copertina di rivista, diario, calendario, maglietta, borsa da palestra, asciuga mano da spiaggia, scalda muscolo ( si erano legali negli anni 80 ) e mente sognante di ogni ragazzina del tempo. E anche di molte donne di oggi. E devo ammettere a pieno titolo. Simon Le Bon ha tenuto il passo con una sorta di eleganza e di englishness che gli ha permesso di superare le giustificate e innumerevoli titubanze dei critici nei confronti delle sue capacità di vocalist e di frontman. Non è stato e non sarà Bono vox e neppure Michael Hutchence degli INXS (a mio modesto parere, il miglior gruppo degli anni ‘80 e ‘90), ma Simon è Simon. E sarà un piacere sentirlo dal vivo a Taormina.

Il concerto di Taormina. Il Tour dei Duran Duran, dunque, sbarca in Italia e la data di Taormina del 5 giugno sarà un appuntamento imperdibile. La formazione sarà quella storica per i 4/5. Con Le Bon e Taylor, ci saranno Nich Rodhes alle tastiere e Roger Taylor alla batteria. Il loro ultimo album, Paper Gods, bello e frenetico, preceduto dal singolo Pressure Off, farà da apripista alla notte in cavea. Ma sono in scaletta, dando un’occhiata alla setlist del tour americano, tutti i grandi successi della band. Da Ordinary World a Planet Earth, da A View to a Kill di bondianamemoria. I don’t want your love.E ancora Notorius, Come undone e tutti I successi citati sopra. Il concerto al Teatro Antico sarà una chance per i nostalgici ma soprattutto per tutti gli appassionati di buona musica che non vorranno mancare l’appuntamento con una delle band più influenti e cool degli ultimi 30 anni. Sempre sopra le righe. Ma sempre avanti. Stay Rock!

© Riproduzione Riservata

Commenti