Matteo Renzi ed Enzo Bianco
Matteo Renzi ed Enzo Bianco

Tiepidi. Tiepidi gli applausi e l’accoglienza che il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha ricevuto al Teatro Massimo “Vincenzo Bellini” tanto al suo arrivo, quanto a seguito del suo intervento-comizio. Insieme con il sindaco Enzo Bianco, il premier – alla sua quarta visita in Sicilia – ha preso parte alla cerimonia di firma del Patto per lo sviluppo della Città (il “Patto per Catania”), che ricorda vagamente il contratto stipulato da Berlusconi con gli italiani nel 2001 durante la trasmissione televisiva Porta a Porta. Peccato soltanto che, nel tempio catanese della musica, non sia stato invitato Bruno Vespa; il plastico era già pronto. Al termine dell’appuntamento etneo, Renzi è intervenuto alla cerimonia di riapertura del Viadotto Himera dell’Autostrada A19 Palermo–Catania chiuso nel 2015. Infine, a Palermo, ultima tappa di questa intensa giornata, si è recato sul luogo dove trentaquattro anni fa furono uccisi dalla mafia Pio La Torre e Rosario Di Salvo ed è intervenuto, presso l’ex Deposito Tram di Roccella, alla cerimonia di firma del Patto per la città con il sindaco Leoluca Orlando, il governatore Rosario Crocetta e il presidente dell’Assemblea Giovanni Ardizzone.

Ma ritornando all’evento catanese, la mattinata fitta di impegni istituzionali non inizia sotto i migliori auspici: un Fokker della compagnia Air Vallee, proveniente da Rimini, è atterrato all’aereoporto Fontanarossa con un guasto al carrello. L’incidente – conseguenze fortunatamente scongiurate – ha costretto il premier a spostarsi in elicottero da Reggio Calabria, dove aveva partecipato all’inaugurazione delle nuove sale espositive del Museo nazionale. «Scusate il ritardo» ha esordito Renzi prendendo la parola al teatro Bellini, salvo poi elogiare il pilota, a suo dire prova che «anche nell’emergenza l’Italia sa fare sempre il proprio meglio». Ad accogliere il capo del governo, accompagnato dal ministro alle Infrastrutture Graziano Delrio, un teatro gremito: passerella politica amarcord e revival, platea e palchi affollati dai tanti invitati (almeno la metà dei presenti avrà ricevuto un sms di chiamata a raccolta). Più che un raduno di sostenitori dell’uomo-rottamazione, un’occasione sociale per la quale la logica dell’atto di presenza obbligato prevale sul senso civico e sull’ideologia politica.

Teatro blindato meglio di Alcatraz – si fa per dire, vista l’assenza di metal detector; impossibile anche uscire a fumare una sigaretta in attesa dell’arrivo dell’ospite. Se la volontà a Palazzo degli Elefanti era quella di impressionare l’ex sindaco di Firenze, sicuramente il colpo d’occhio è ben riuscito e la coreografia è azzeccata. L’orchestra dell’ente lirico dedica la sinfonia di Norma, inopportunamente accorciata, e il coro intona “Guerra, guerra”. Viene allora proiettato un video, che racconta le bellezze cittadine, tratto da “Il tempo del raccolto”, iniziativa organizzata dall’amministrazione poche settimane fa per tracciare un bilancio sull’operato della giunta. E il primo cittadino non può che decantare le lodi di una città “rinata” («Catania‬ inizia a uscire da una crisi lunga, buia e difficile»), mentre buona parte dei catanesi presenti si domanda a quale grande metropoli il primo cittadino si stia riferendo. «Presento una città che era in ginocchio – ha aggiunto Bianco – ma è pronta a correre. Diventeremo esempio per il Sud che funziona». Arriva quindi, con la teatralità che si addice al contesto, la firma del patto, una serie di accordi che prevede risorse aggiuntive del governo ai fondi UE a disposizione delle città per infrastrutture produttive e di interesse sociale. Circa 790 milioni di euro, metà da fondi Pon e metà governativi. La firma arriva puntuale, tra gli applausi del “pubblico”. «Un giorno molto importante per la mia città, per la Sicilia e per il Sud» lo definisce il sindaco Bianco, che ha poi fatto il punto sulle prospettive legate al munifico finanziamento della ricca cifra, spendibile entro il 2020. Interventi che vanno dal porto alla metropolitana, al collegamento diretto fra Catania e l’Etna, passando per la metanizzazione del quartiere Cibali, per la superstrada Catania-Etna e la messa in sicurezza di canali. Questi solo alcuni dei progetti in cantiere. E’ quindi il turno di Renzi, che discetta sul ruolo fondamentale della cultura, dell’identità e dell’orgoglio italiano, reputando opportuno toccare il tasto dolente proprio in una città avvilita dalla situazione del Teatro Stabile e da quella del Bellini (ieri approvato il bilancio 2014). Come un mattatore, il presidente domina la scena e si autocelebra: infrastrutture, ricerca e occupazione (Jobs Act).

«Catania è una città bella – ha detto ancora Renzi – l’ho appena visitata dall’alto, piazze, chiese, il rapporto con la cultura romana e greca. E subito pensi in questo teatro alla cultura e quanto è grande il nostro Paese. Un paese di straordinarie bellezze. La parola orgoglio deve tornare ad occupare il dizionario della politica. L’orgoglio di essere italiani visto che questa parola è stata poco usata». La retorica fa ancora leva sull’orgoglio: «Non vi viene la rabbia nel cuore quando pensate che insieme Calabria, Puglia, Sicilia e Campania, tutto questo ben di Dio, fa meno della provincia di Bolzano?». Il premier accenna alla criminalità organizzata e alla questione banche, salvo poi inneggiare alla «identità culturale e all’orgoglio che devono tornare ad avere residenza nel nostro Paese». «Negli ultimi 10 anni l’Italia – prosegue il presidente del Consiglio – non è cresciuta anche perché non ha speso i fondi UE, ed è uno scandalo vergognoso avere buttato soldi nostri, aver sprecato nostre risorse». Catania viene, invece, definita «città laboriosa, la Milano del mezzogiorno». E’ infine il momento del proverbiale ottimismo renziano: «Dobbiamo dare tutto e tutti il massimo e fare del nostro meglio per portare il Paese ad essere guida in Europa. Il nostro Paese ha le condizioni per togliersi di dosso questo atteggiamento di rassegnazione. Nei prossimi due anni ci sarà il modo e la possibilità perché le cose accadano. Perché la rassegnazione prenda la strada dell’esilio. Finché sarò a Palazzo Chigi non smetterò mai neanche per un momento di provare a chiedere a tutti i connazionali di ricordarci della grandezza della sfida a cui siamo chiamati». Prima di congedarsi, invita i catanesi/siciliani a controllare l’operato del governo e a verificare l’attuazione degli impegni sottoscritti nel patto.

Il premier non si accontenta e sui social fa il bilancio della sua visita isolana: «Sicilia. Un fiore in memoria di Pio La Torre, Rosario Di Salvo e di tutte le vittime della mafia. L’impegno da 800 milioni per la manutenzione della strada. La firma a teatro del patto per Catania accompagnati dalle note di Bellini. La firma nel deposito dei tram di Brancaccio del patto per Palermo per una mobilità più vivibile. Un pomeriggio intenso in Sicilia. Il Governo ci mette la faccia per evitare che sui fondi europei finisca come in passato. E perché il Mezzogiorno finalmente riparta. asta con chi dice solo no, con chi si lamenta soltanto, con chi parla e non agisce. È tempo di lavorare tutti insieme perché finalmente il Sud torni a correre. Noi ci siamo».

Tanta retorica e demagogia spicciola. Insomma, chiacchiere, chiacchiere e distintivo. Punto nodale sono i fondi stanziati per il Mezzogiorno (una celebre battuta del comico Tuccio Musumeci diceva “alle 12.30 se li saranno già ammuccati tutti”). Il messaggio della visita di Matteo Renzi giunge forte e chiaro: il Sud è sempre più presente nell’agenda di governo. Destinare 790 milioni di euro alla comunità catanese, del resto, è un atto di per sé positivo nonché l’investimento più importante dell’ultimo periodo repubblicano (Berlusconi non superò i 500 milioni per risanare il debito pubblico, che misteriosamente non fu ugualmente risanato). «Una iniezione di fiducia ed energia, un segno di attenzione vera e concreta da parte del governo»: queste le parole di Bianco, che promette di investire su ambiente, sviluppo economico e produttivo, turismo, cultura, politiche sociali e accoglienza. Si tratterebbe allora di una grande opportunità per il territorio (affetto da deficit infrastrutturali e ritardi di sviluppo) ma da prendere con le pinze. Le perplessità sorgono su come queste ingenti somme verranno investite e destinate. Ai posteri l’ardua sentenza.

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