Il Caravaggio rubato di Giovanni Sollima al Teatro Massimo Bellini - Foto di Rosellina Garbo
Il Caravaggio rubato di Giovanni Sollima al Teatro Massimo Bellini - Foto di Rosellina Garbo

E’ andato in scena, al Teatro Massimo “V. Bellini” di Catania, Il Caravaggio Rubato di Giovanni Sollima, ultima recente impresa del compositore palermitano che trae ispirazione da un fatto di cronaca per parlare della terra di Sicilia, della sua bellezza troppo spesso oltraggiata, dei mali che come un cancro la divorano. Il progetto vede la partecipazione della fotografa Letizia Battaglia e del giornalista e scrittore Attilio Bolzoni, siciliano d’adozione e – per l’occasione – voce recitante. Note, scatti fotografici e testo letterario: a coniugare le tre forme d’arte in questo singolare “oratorio giornalistico” è la sobria regia drammatica di Cecilia Ligorio. Lo spettacolo, coprodotto in sinergia con il Teatro Massimo di Palermo, dove è andato in scena in prima assoluta lo scorso 5 marzo, ha riscosso un buon successo di pubblico. In occasione dell’allestimento etneo è stato anche possibile ammirare nel foyer del teatro l’unica copia coeva del capolavoro trafugato: si tratta del dipinto di Paolo Geraci, pittore siciliano contemporaneo di Michelangelo Merisi, che lo realizzò nel 1627 mantenendo le dimensioni dell’originale (la tela, recentemente restaurata grazia al FAI, fa parte della collezione del Museo civico del Castello Ursino).

L’opera è ispirata alla vicenda del furto – probabilmente su commissione della mafia – della Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi, trafugata dall’altare maggiore del suggestivo oratorio di San Lorenzo nel 1969. La cronaca del clamoroso furto rimanda alla notte tra il 17 e il 18 ottobre di quasi cinquant’anni fà e, tutt’oggi, le sorti del capolavoro del Caravaggio sono ancora intrise di mito e mistero. Svaniva così per sempre, rubata con inaudita semplicità, la magnifica opera di imponenti dimensioni (298 x 197). Un danno inestimabile, una violenza inaudita, uno scippo favorito dalla colpevole incuria e negligenza delle autorità. Un episodio che racconta una stagione cruciale della città di Palermo, oppressa dalla violenza mafiosa e dal silenzio, ed è esplicativa immagine simbolo dell’inerte decadenza in cui era stata irretita una città una volta orgogliosa.Un vero e proprio stupro alla città:non si è mai conosciuto l’esecutore né il mandante, mai è stata acclarata la fine del quadro, né tanto meno è stato individuato il movente dell’atto. Semplice sete di guadagno o di possesso, oppure parte di una strategia più difficile da decifrare, di destabilizzazione se non di umiliazione inferta allo Stato o volta a suggellare iconograficamente un dominio indicibile? Un “intrigo internazionale” irrisolto che ha reso il dipinto rubato il più ricercato dalle polizie di tutto il mondo, il “missing” numero uno tra chi cerca di recuperare le opere d’arte trafugate.La storia del Caravaggio rubato si intreccia, quindi, con la storia della mafia e dei pentiti degli ultimi trent’anni. Tanti i collaboratori di giustizia ad aver fornito i più svariati scenari, tra ipotesi fantasiose e testimonianze contraddittorie e poco verosimili:secondo Vincenzo La Piana seppellito nelle campagne del palermitano, insieme a cinque chili di cocaina e ad alcuni milioni di dollari, dal narcotrafficante Gerlando Alberti; per Francesco Marino Mannoia una commissione da parte di Giulio Andreotti;nelle dichiarazioni di Salvatore Cangemi esposto durante alcune riunioni della “Cupola” in segno di potere e prestigio; secondo Gaspare Spatuzza affidato al clan dei Pullarà e rosicchiato da topi e maiali. E ancora, usato da Totò Riina come scendiletto e perduto nel terremoto dell’Irpinia mentre stava per essere venduto. Insomma, tra importanti personalità e pentiti coinvolti, sembra che la tela possa essere stata persino merce di scambio per un “alleggerimento” del 41 bis.

E il mistero della tela si infittisce se lo si intreccia anche con le vicende biografiche del suo stesso autore. Nel 1608 Caravaggio, infatti,sbarcò a Siracusa, in fuga dalle carceri di Malta, e raggiunse l’amico di vecchia data – e forse anche celebre modello -Mario Minniti. Qui realizzò Il seppellimento di Santa Lucia che rischiò anch’esso un furto ad opera della mafia. A Messina realizzò poi La resurrezione di Lazzaro e l’Adorazione dei pastori. Ultima opera del periodo del soggiorno siciliano è proprio la Natività,ossia un presepe, uno dei più belli della storia dell’arte: drammaticità meno tagliente, luce ocra, definitivo approdo dell’ultima fase della pittura caravaggesca (sebbene abbia recentemente preso maggiore consistenza l’ipotesi, suffragata anche da ritrovamenti documentari, secondo cui essa fu dipinta nel 1600 a Roma per il commerciante Fabio Nuti e da lì spedita a Palermo successivamente).

Questi i fatti e le suggestioni che hanno ispiratol’ultima fatica di Sollima che, oltre a firmare le musiche, ha diretto l’Orchestra del Teatro Massimo Bellini ed eseguito la parte del violoncello solista.Ma le storie sul dipinto sono solo un banale pretesto: da queste prende vita la scansione emotiva all’interno del quadro, la sensazione dettata dall’assenza e dal vuoto. Ma, tanto le musiche di Sollima quanto il testo di Bolzoni, intendono evocare le atmosfere di una Palermoferita, nei suoi anni di piombo segnati da mafia, collusioni, assassinii e soprusi. Gli anni più bui, quelli della bellezza oltraggiata da guerre tra clan e cosche.Scarpe laccate e lucide, omertà, omicidi di mafia, i delitti eccellenti di magistrati, carabinieri, imprenditori, politici.Tre approcci percettivi diversi: la musica, la parola e l’immagine. E dei tre, quello che forse è stato perfettamente in grado di restituire al meglio la “sinestesia” è costituito dagli evocativi scatti della Battaglia, dolenti e a volte spietati squarci sulla realtà, veri e propri capolavori.

Il pretesto, però, non basta e se l’intento dell’operazione era quello di emozionare e commuovere “ritraendo”, per l’appunto, Palermo, il risultato non è perfettamente riuscito. Ferita e sfregiata sì, orgogliosa mai.Nulla da eccepire allo straordinario conclamato talento e alla professionalità del nostro conterraneo Sollima, né tanto meno alla maestria della sua virtuosa esecuzione.Sul palco suona con un violoncello antico e uno elettrico, ma anche con la viola da gamba. Allo spettatore/ascoltatore il compositore non fornisce chiavi di lettura e la percezione viene automaticamente guidata dai riferimenti testuali-visivi e dall’universalità delle note musicali. Viene egregiamente restituito il completo vuoto di certezze, il silenzio, lo smarrimento. Tutto è incentrato sulla variazione e, in alternanza alla voce recitata, gli interventi del coro sono puntuali. Così la nuova creazione del maestro si sviluppa circolarmente attraverso rimandi alla Messe de Notre Dame di Guillaume de Machaut e ai Madrigali di Gesualdo da Venosa.Alla difficoltà di classificazione, in maniera direttamente proporzionale emergono degrado e contraddizioni del capoluogo siciliano. Una composizione soave, poi via via sempre più incalzante, ma mai propriamente descrittiva. Godibile anche la prova del coro opportunamente diretto dal maestro Ross Craigmile, in evidente imbarazzo nel momento in cui lo stesso Sollima decide di dirigere personalmente la compagine.In occasione dei concerti sinfonico-cameristici, al Bellini il montaggio video – stavolta curato da Igor Renzetti – è divenuto una consuetudine e non suona più come una novità: ma vale la pena continuare a confezionare e a investire su questo genere di prodotti? La natività negata e vilipesa permea il testo poetico/letterario di Bolzoni, storica firma di Repubblica e non insuperabile voce recitante: l’autobiografia prende il sopravvento, così come i tòpoi siciliani corruzione, clientelismo, trasformismo e malaffare. Morale troppo facile e retorica, nella quale il semplice “perché?” si sostituisce alla regola delle celeberrime “5 W” del giornalismo.30 anni di Palermo vengono narrati nella sua cronaca, la denuncia sociale spinge ancora una volta alla riflessione. Ma è il progetto in sé a non aggiungere nulla di nuovo o spunti degni di nota. Il Caravaggio rubato è un’operazione mediatica, culturale ed economica assai pretenziosa.Quasi tutto già visto, trito e ritrito. Le vicende stesse sono state ampiamente rese note dal libro di Luca Scarlini (Sellerio) e hanno persino ispirato il breve romanzo Una storia semplice di Leonardo Sciascia e lo sceneggiato Rai Il segreto dell’acqua(2011).

L’olio su tela ha oggi un valore di mercato che si aggirerebbe intorno ai 20 milioni di dollari e, indipendente dalla buona riuscita dell’allestimento, è proprio vero che i quadri muoiono se non possono essere guardati.

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