Casa Cuseni – Non poteva esserci luogo più adatto ad ospitare la presentazione dell’ultimo libro di Pierluigi Battista. L’atmosfera della casa inglese di Taormina, focolaio di arte, letteratura e politica e anche quartier generale di fascisti, nazisti, inglesi, americani e canadesi ai tempi della seconda guerra mondiale, ha ospitato ieri 16 marzo il primo appuntamento della manifestazione voluta dalla Feltrinelli Point e dal Festival delle narrazioni NaxosLegge. A condurre il dibattito la scrittrice Nadia Terranova e la direttrice di NaxosLegge Fulvia Toscano, con gli interventi del prof. Antonio Cicala e di Fabio Granata.

“Mio padre era fascista” – E’ il romanzo autobiografico di Pierluigi Battista dove il giornalista del Corriere si riconcilia con il padre: nel libro c’è tutto, c’è il contrasto genitore/figlio e ci sono le ideologie quando le ideologie rappresentavano ancora uno stile di vita e non solo l’appartenenza a un partito. Da destra a sinistra, da cima a fondo, in quel profondo tormento personale che si intreccia alle tormentate vicende storiche dell’Italia fascista. Il libro è insieme un ricordo di quegli anni e una dedica all’uomo oltre che al padre, Vittorio Battista, venuto a mancare venticinque anni fa.

Due religioni a confronto, quella comunista e quella fascista – «Quando, dopo la sua morte, ho letto il diario, che aveva custodito nel segreto per tutta la vita – scrive Pierluigi Battista – mi è parso di avere una percezione più chiara del tormento che ha dilaniato per decenni mio padre fascista, prigioniero a Coltano dopo aver combattuto, ventenne o poco più, dalla parte dei “ragazzi di Salò”. Ho capito che cosa abbia rappresentato per lui il dolore di essere stato internato in quel campo per i vinti della Rsi vicino alla “gabbia del gorilla” in cui era rinchiuso Ezra Pound. Ho capito quanto abbia sanguinato il suo cuore di sconfitto, di “esule in Patria” nell’Italia in cui era un borghese integrato, maniacalmente attaccato alla civiltà delle buone maniere, ma covando il sentimento di un’apocalisse interiore da cui non si sarebbe mai affrancato. Ho capito quanto sia stata aspra e dolorosa la mia rottura con lui e quanto mi pesi, ancora oggi, il fardello di una riconciliazione mancata. Allora ho pensato che fosse giunto il momento di raccontare, con i miei occhi e il mio modo di sentire le cose della vita, chi fosse mio padre fascista e cosa pensasse nell’Italia che non credeva più nei miti in cui lui era cresciuto».

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